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Donne

In occasione della Giornata Mondiale per l’Eliminazione delle Violenza sulle Donne (25 novembre) proponiamo ai lettori la visione di un documentario sull’uso del corpo della donna in tv e, di seguito, un’intervista alla regista Lorella Zanardo.

Il corpo delle donne: intervista alla regista Lorella Zanardo

“Il corpo delle donne” è un documentario amatoriale che ha fatto il giro della Rete in brevissimo tempo, provocando reazioni in ogni dove. “Il corpo delle donne” è nato come effetto, come risposta, alla palese mercificazione del corpo femminile nella televisione italiana. Ma, strada facendo, è diventato anche un pretesto per mettere in moto iniziative e progetti, come quello chiamato “Nuovi occhi per la tv”, che mira a diffondere tra gli adolescenti nelle scuole un’educazione all’immagine che li possa far crescere nella consapevolezza di uno sguardo critico alla tv.

“Il corpo delle donne” vuole essere lo spunto iniziale per pretendere, protestare, ottenere una nuova televisione, e soprattutto un concetto di donna che ci dipinga meglio, che ci rappresenti in tutte le nostre sfumature, e non più come esseri-oggetto, capaci solo di mostrare il proprio corpo. Ne abbiamo parlato con Lorella Zanardo, co-autrice e regista del documentario in questione.

Lorella, ti va di presentarti?

Io mi chiamo Lorella Zanardo e sono consulente, anche di tematiche inerenti al femminile a livello internazionale, e questo lavoro sul corpo delle donne è nato proprio dall’aver visto la televisione dopo molti anni in cui risiedevo all’estero e non ero più abituata a queste immagini.

Ecco, cosa significa di preciso aver trovato una televisione diversa una volta tornata in Italia? E perchè hai deciso di montare questo documentario quindi?

Ho abitato tanti anni all’estero e mi ero abituata a una televisione diversa. Questo è un punto direi fondamentale. Per chi non ha avuto la possibilità o per chi non si sposta dall’Italia, è normale pensare che la televisione sia così ovunque. Invece il caso italiano è un caso unico, di cui a livello internazionale si discute molto. C’è una bellissima ricerca del Censis, rintracciabile in rete, “Donne e media in Europa”, che ci racconta appunto come la rappresentazione delle donne che fa la televisione italiana di “corpo-oggetto” è tipica solo dell’Italia e in parte della Grecia. Quindi tornando dall’estero, ho visto la televisione e l’ho vista con occhi neutri, vergini, di chi non era assuefatta e la prima reazione è stata quella di non guardarla, quindi di non accendere più la televisione; poi su stimolo di un amico, e questo è il secondo punto importante, un amico maschio, che mi ha detto “ma tu ti occupi delle donne e non puoi non guardare la televisione” e che quindi mi ha un po’ provocato, io ho iniziato a guardarla; e abbiamo deciso poi di fare un documentario di durata breve, 25 minuti, che fosse accessibile a tutti, quindi la Rete ci è venuta in soccorso, che fosse gratuito perché volevamo che avesse grande diffusione, che non annoiasse e che avesse l’obiettivo di portare l’attenzione su come noi donne veniamo trattate dalla televisione italiana.

Il vostro intento non era quello di demonizzare la tv, né tanto meno il corpo delle donne. Qual era allora l’obiettivo che vi siete posti all’inizio? E nel corso di questi mesi gli obiettivi sono cambiati?

Prima di tutto hai detto una cosa importantissima: il nostro intento non era di demonizzare la televisione, perché la televisione è un mezzo di intrattenimento che fa piacere a tutti, può essere uno strumento educativo se lo si usa come tale, e fa compagnia a moltissime persone, quindi perché demonizzarla? La nostra proposta è di provare a far sì che ci siano trasmissioni educative e intrattenitive allo stesso momento, che propongano un’idea di donna più simile a quella che è oggi la realtà delle donne italiane. Le donne italiane, come sappiamo, sono donne che lavorano, che hanno delle professioni, che hanno delle competenze, perché proporre solo la donna-oggetto, la donna incentrata solo sull’aspetto fisico, nella televisione italiana? Ma si sono aggiunti altri temi: una delle mie personalissime battaglie a oggi riguarda il fatto che spesso, nelle platee e nei dibattiti che ci chiamano a condurre, ci sono moltissime donne e uomini che sono d’accordo con il nostro lavoro, ma ce n’è un numero considerevole che ci propone una soluzione apparentemente semplice: “Basta spegnere la tv”, è il loro consiglio, “Sì il vostro documentario è interessante, ma in fondo è inutile perché basta spegnere la tv”. Ecco io vorrei portare l’attenzione su questo consiglio: l’atto di spegnere la tv è un atto che parte da lontano. Parte da bambini che sono stati educati ad avere altri interessi, oltre alla televisione, la televisione si vede passivi, invece si può educare i ragazzi ad avere interessi attivi, quindi a fare delle cose, a leggere, a fare delle attività manuali; chi spegne la tv è una persona che ha sviluppato alternative, che possono essere il teatro, il cinema, la lettura, l’incontrare degli amici. Non è semplice per chi ha invece avuto la televisione come compagna per 20 anni spegnere la tv. Quindi vorrei far riflettere chi dà questo consiglio apparentemente semplice di “spegnere la tv” io credo che oggi non possiamo spegnere la tv, ma dobbiamo tener conto di chi la guarda e quindi prenderci cura di queste persone che questa tv la guardano.

Gli argomenti sono due: spegnere la tv non è così semplice, se una persona ha avuto tutta la vita l’abitudine di accenderla, è difficile che improvvisamente faccio altro. Ma dall’altra noi ci battiamo anche perché la televisione italiana cambi, così come nel resto del mondo (non stiamo dicendo niente di incredibile o unico al mondo); guardiamo ad esempio cosa accade in Inghilterra. In Gran Bretagna alla pubblicità è vietato utilizzare il corpo della donna se il prodotto non è correlato direttamente con il corpo della donna. Un esempio: se si devono vendere delle mutande, in Inghilterra è permesso mostrare, comunque in modo non pornografico, il corpo della donna. Se invece si deve vendere un tavolo, è vietato usare il corpo della donna. La Gran Bretagna è un paese che ha una costituzione antichissima, un Paese estremamente libero, e non viene tacciato né di moralismo né di censura per aver applicato questa semplicissima regola. La libertà apparente della televisione italiana è in fondo una forma di discriminazione fortissima nei confronti delle donne e delle giovani donne in particolare.

Il messaggio de Il corpo delle donne è rivolto solo alle donne appunto, oppure anche agli uomini? In questo caso, cosa volete dire invece al genere maschile?

Come raccontavo è interessante sapere come questo documentario sia nato dalla provocazione di un amico, di un giovane uomo; inoltre il documentario è stato fatto con Marco Malfi e Cesare Cantù, che sono due giovani uomini che già lavoravano nell’ambiente dell’audiovisivo. Come mai si sono sentiti coinvolti? Risponderò con quello che ci scrivono molti ragazzi sul blog de ilcorpodelledonne.net.

Ne cito uno, di 17 anni, che dice “Queste ragazze della televisione sono bellissime, a me piacciono, io le vedo, ma mi sento offeso, perché se voi donne vi sentite offese per come venite proposte, io come uomo mi sento offeso perché la televisione fa presumere che noi uomini siamo perennemente allupati ed eccitati e non pensiamo che a quello. Mentre a noi piacciono queste donne, ma poi nel corso della giornata facciamo mille altre cose e la televisione italiana dà una rappresentazione del maschio come se avesse solo una sessualità spicciola, 24 ore al giorno in testa.” Devo dire che commenti come questo, da parte dei giovani italiani, sono sempre più frequenti. Io credo di poter dire che mentre gli uomini di un paio di generazioni fa, conservano comunque un tratto maschilista, i giovani italiani di oggi sono almeno per certi versi “europei”, più simili ai loro coetanei del resto d’Europa.

Quali reazioni avete suscitato nelle donne? Ci sono state risposte che non vi aspettavate?

Il consenso è stato alto, più alto di quanto pensassi. Noi in particolare ci aspettavamo degli attacchi da parte delle donne che vengono mostrate nel documentario, donne dello spettacolo, e non ci sono stati, credo per una ragione: a chi guarda il documentario con attenzione appare chiaro che non c’è mai, mai, giudizio verso le donne; il nostro documentario è una critica, profonda alla televisione. Io ho investito parecchio tempo a scrivere il testo e a inciderlo e volevo proprio che la mia voce risultasse dalla parte delle donne. Io nei dibattiti dico sempre “io sono dalla parte delle veline, letterine, meteorine, e anche delle escort”, perché credo che la responsabilità sia della televisione. Alcune donne però, o associazioni di donne, in alcuni casi associazioni di femministe, ci hanno detto che questo lavoro è in parte interessante, ma in parte le lasciava perplesse per due motivi: uno è quello di cui abbiamo già parlato, quello del “basta spegnere la tv”, e quindi non c’è bisogno di fare un documentario, e l’altro perché alcune temevano che iniziando un lavoro di questo tipo si potesse in un futuro anche arrivare a parlare di censura, e loro erano chiaramente contro la censura, del resto come noi, totalmente. Ripeto, noi vorremmo semplicemente attuare qualcosa che già esiste negli altri Paesi europei.

Quale sarebbe invece la “giusta” reazione delle donne di fronte a questa palese mercificazione del loro corpo, che le svilisce e le dipinge per quello che non sono (una soluzione che ovviamente eviti la censura)?

Sono mesi che vengo contattata dalla stampa internazionale che mi chiede: “ma come mai voi donne non reagite?” Ci hanno chiamato Le Monde, il New York Times, la BBC che ha fatto un servizio su di noi, e la domanda è sempre quella. Io sono arrivata a rispondere che sì, le donne italiane sono più zitte di quelle europee, però in molti casi le donne italiane parlano e quindi più che zitte sono zittite. I media danno poco riscontro a quello che diciamo.

Se pensiamo che la staffetta dell’UDI, che è partita nella giornata della violenza contro le donne, in un anno ha fatto il giro d’Italia portando un’anfora e ha raccolto 120.000 firme, e che nessuno lo sa perchè i media hanno dato pochissimo spazio a questa iniziativa, appare chiaro che le donne “sono zittite”. In generale vediamo che questo accade spesso, mentre in rete, le donne parlano moltissimo e protestano.

Cosa sarebbe corretto fare dunque? Sicuramente il documentario lavora sulla consapevolezza delle donne, che forse è stata raggiunta; l’atto successivo è di associarci, cioè di provare a fare quanto accade in Francia o in Spagna, Paesi che vedono entrambi un associazionismo tra donne, non per forza di femminismo (io non mi darei un’etichetta); ci si associa in Francia, quando si ha una battaglia comune. Io credo che noi potremmo associarci, donne trasversali politicamente, non è importante se di destra, di sinistra o di centro, donne che insieme possano portare avanti le loro rivendicazioni, per essere trattate in modo dignitoso; per esempio mi piacerebbe molto che ci associassimo per appellarci al Presidente Napolitano e chiedere il rispetto del 3° Articolo della Costituzione. Esiste la Costituzione, esite un terzo articolo che in Italia non viene rispettato: chiedere al Presidente che si faccia carico del rispetto del 3° articolo che riguarda più del 50% dei cittadini, che è formato da noi donne, mi sembra il primo passo verso un cambiamento.

Ma qual è il vero motivo per cui la stampa internazionale si interessa tanto alla nostra televisione?

Io credo per due ragioni: da una parte l’Italia è sicuramente un caso un po’ limite e siamo un po’ un fenomeno da circo per loro; ad esempio la BBC quando ha fatto un servizio su di noi è rimasta esterrefatta. Per avere consenso ultimamente non si ha mai il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, invece in fondo comincia tutto col nominare le cose in modo corretto: la nostra televisione è vergognosa. All’estero la guardano perché quasi si divertono. E’ una televisione, come ha detto un documentarista norvegese, che non potrebbe nemmeno stare in Europa per come tratta le donne; quindi questo è un primo caso.

L’altro riguarda il fatto che, però in embrione, un 10% di velinismo ce l’hanno anche loro, quindi secondo me è come se noi fossimo un fenomeno da laboratorio: “cosa accade in Italia stiamo attenti che non accada anche da noi”, dicono loro. Quindi ci studiano diciamo. Tutto dipende dal fatto che nella nostra televisione vengono mandate in onda delle immagini che suscitano veramente ilarità o sdegno.

C’è qualcosa che vuoi aggiungere, un consiglio per le nostre lettrici che vogliono reagire?

Molti giovani ci scrivono dicendo che “la televisione è così”, come se ci fosse un senso di sconforto, di impossibilità a cambiare le cose; ma le cose si cambiano, il mondo si cambia, altrimenti saremmo ancora all’età della pietra. Questo è un momento difficile, ma sicuramente il mondo si può cambiare; quest’estate a un’intervista che mi fece l’Unità a proposito del silenzio delle donne, consigliavo una cosa semplicissima: mezz’ora di protesta al giorno. Se tutte noi mezz’ora al giorno la ritagliassimo per protestare, protestare in modo dignitoso, decoroso, senza violenza, cambieremmo qualcosa. Protestare vuol dire prendere la mail di un’azienda che usa una pubblicità imbarazzante e senza rispetto, e scriverle; vuol dire scrivere alle televisioni, se ci sono delle trasmissioni che non ci rispettano: ecco farsi sentire, non perdere fiducia pensando che la nostra voce non conti, è fondamentale. Se lo facciamo in 500.000 riusciamo a cambiare il mondo. Questa consapevolezza dovrebbe accompagnarci dal mattino alla sera.

Fonte: www.pinkblog.it

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