Home»Diritti umani»CAPIRE L ’ISLAMOFOBIA (NEL CONTESTO DELLA CRISI SISTEMICA GLOBALE)

Islamofobia

NAFEEZ MOSADDEQ AHMED E SAMIA AZIZ

In questa intervista, Nafeez e Samia Aziz discutono sull’islamofobia – sulla sua natura, le cause e la dinamica, e su come si può combattere.

Samia Aziz: Il termine ‘islamofobia’ è diventato parte del comune linguaggio politico solo negli ultimi due decenni. Innanzitutto, ci può dire che cosa significa questa parola?

Nafeez Mosaddeq Ahmed: Il termine islamofobia si riferisce ad uno stato mentale o ad un insieme di convinzioni che caratterizzano i Musulmani in modo regressivo e dispregiativo, rendendoli oggetto di discriminazione. Questo è un modo molto semplice di spiegarlo. Innanzitutto, c’è il fatto che i Musulmani vengono presi di mira come gruppo specifico. Inoltre, c’è un insieme di idee su di loro, che sono solitamente sbagliate, inaccurate e che possono essere dannose. Tali idee portano a forme di comportamento che sono discriminatorie in ambito sociale, politico, economico e culturale, e che si manifestano in svariati modi.

Samia Aziz: In quali modi si manifesta l’islamofobia?

Nafeez Mosaddeq Ahmed: L’islamofobia si può manifestare in molti modi. In primo luogo esistono i modi latenti, istituzionali, che sono spesso difficili da identificare. Questo emerge dalle statistiche economiche sulle condizioni dei Musulmani. Circa il 69% dei Musulmani originari dell’Asia meridionale vivono in povertà in Gran Bretagna, il che costituisce senza dubbio una cifra straordinaria. È il risultato di strutture sociali inique, che non interessano solo i Musulmani, ma un insieme di comunità come la classe operaia bianca, e i rifugiati politici. Questa cifra significativa non è una cosa che può essere classificata come cospirazione. Nelle società occidentali, particolari comunità etniche tendono a dover sperimentare l’aspetto peggiore di queste strutture inique e vengono pertanto marginalizzate. Questa viene comunemente chiamata discriminazione istituzionale. Anche se come società abbiamo rinunciato al razzismo, si trovano ancora grandi sezioni delle popolazioni delle minoranze etniche che sono socialmente escluse, poiché non hanno accesso agli stessi beni e servizi degli altri membri della società.

Poi ci sono altri casi più ovvi di islamofobia, in termini di atti di violenza e di ostilità contro i Musulmani che sono spesso verbalizzati dalla polizia. Varie organizzazioni come la commissione islamica per i diritti umani seguono questi fatti. È una forma molto aperta di discriminazione e idee islamofobiche che rendono molto difficile la vita quotidiana dei Musulmani. La gente dice cose strane su di loro, e vengono infastiditi, attaccati ed assaliti nelle strade. Quindi questi sono i due tipi di esempi dei casi che stiamo esaminando.

Samia Aziz: È diventato [un fenomeno] più intenso di recente?

Nafeez Mosaddeq Ahmed: Assolutamente sì, ed è aumentato inesorabilmente. La commissione islamica per i diritti umani sostiene nella sua relazione del 2004 che il 90% dei Musulmani preso in esame, in un grande campione di circa 1000 persone, ha detto di essere stato oggetto di discriminazione per il fatto di essere musulmano. Quindi potrebbe essere istituzionale, potrebbe essere sottile, nel lavoro, nella casa, nell’istruzione oppure cose che succedono proprio quando sei fuori per strada con la gente che ti lancia occhiate strane e ti squadra, fa commenti dispregiativi su di te, o forse ti attacca persino fisicamente. Molti studi, compresi quelli del ministero degli interni, hanno mostrato che abbiamo visto un massiccio aumento degli atti di ostilità contro i Musulmani nell’ultimo decennio, pari al 70-80%. Dal 9/11 e dal 7/7 è peggiorato e sta ancora peggiorando.

Samia Aziz: Quali sono i fattori alla base della crescita dell’islamofobia?

Nafeez Mosaddeq Ahmed: Credo che sia una cosa molto complessa. La risposta ovvia è l’occorrenza degli attacchi terroristici. È chiaro che c’è stato un picco delle ostilità contro i Musulmani dopo gli atti terroristici del 9/11 e del 7/7. La domanda certo è se si tratta di una risposta razionale agli attacchi. Ciò che desta preoccupazione è il modo in cui lo stato elabora la risposta più razionale e il modo in cui cerca di capire e trasmettere la narrazione di questi attacchi. Spesso lo stato prende di mira le comunità musulmane per sorvegliarle, sulla base del presupposto che sono una minaccia. Questa stessa risposta sintomatica trapela nei media. C’è ben poca discussione sulle risposte del governo, o sulla politica estera, sulle nostre politiche di intelligence o sulle nostre misure di sicurezza. Questo lascia il pubblico con una narrazione molto semplice: “ci sono questi Musulmani che odiano il nostro stile di vita”. Al tempo stesso, persino mentre le comunità musulmane sono ‘securitizzate’[1] in massa, i governi spesso tentano di assolversi dalla colpa facendo banali dichiarazioni pubbliche che credono che i Musulmani siano brava gente e non approvino il terrorismo, e che lo stesso Islam non approva il terrorismo. Ma questi sforzi di pubbliche relazioni non sono commensurabili con l’effettiva risposta dell’inteligence e militare dello stato, che prende di mira le comunità musulmane ancora sproporzionatamente, il che a sua volta fomenta la loro demonizzazione nei media come fonte di minaccia perenne. Diventa un circolo vizioso che fuorvia la maggior parte delle persone che probabilmente non hanno avuto molte interazioni con molti Musulmani. La loro unica interazione con un Musulmano sarà stata attraverso lo schermo della loro televisione o attraverso quello che sentono dalla radio, o quello che leggono sul quotidiano The Sun. Quindi è questo il problema, ossia che la prima informazione che apprendono sui Musulmani è che hanno commesso un attacco terroristico, e che c’è un pericolo, e che hanno queste convinzioni pericolose, e c’è Bin laden e Al-Qaeda, e sono qui in questo paese, ci sono 2000 Musulmani pronti ad attaccare. È tutto quello che sente il pubblico, non sentono niente altro. Quindi si alimenta il senso di paura ed ansietà. Allora diventa molto facile guardare ai Musulmani e prendere di mira gli stereotipi.

Credo che l’altra cosa siano queste questioni strutturali più profonde in gioco. Vedo la crisi economica come sintomatica di un crollo fondamentale dell’economia neoliberale globale. Siamo alle prese con il cambiamento climatico, con l’esaurimento energetico, le crisi alimentari, e le recessioni economiche. Dall’altro lato abbiamo anche queste crescenti paure per la sicurezza, il terrorismo e il conflitto violento. Quindi tutte queste cose convergono simultaneamente, ed è stabilito che quando si verifica un’ampia crisi sociale, questa genera ansietà, i gruppi sociali tendono spesso a costruire l’ “altro”, alienando le comunità. Se prima poteva esserci una comunità molto coesiva, all’improvviso diventa facile individuare un gruppo di “altri” e bollarli come diversi, e proiettare la “colpa” dei nostri mali sociali su questo gruppo ora “escluso”. C’è ora un cosiddetto “scontro di civiltà” dove vediamo che i Musulmani vengono incolpati. Anziché pensare ad una grande trasformazione dell’economia, c’è un’istintiva tendenza a dire che il problema concerne i Musulmani. Ad esempio, una delle ragioni per cui siamo in Irak ed abbiamo una politica estera intervenzionista è l’eccessiva dipendenza dal petrolio. Anziché vedere questo, la gente parla di come questi Musulmani ci stanno attaccando – questo processo di “alienazione”. Credo che tutte queste cose insieme si combinino creando un vortice molto forte di una forma di radicalizzazione, dove una maggioranza della comunità-ospite inizia a diventare radicalizzata ed ha idee davvero molto pericolose sulle minoranze al suo interno.

Samia Aziz: Crede che le politiche di immigrazione svolgano un ruolo nella crescita dell’islamofobia?

Nafeez Mosaddeq Ahmed: Penso che l’immigrazione sia davvero un comodo spauracchio. Se si raffrontano i livelli dell’immigrazione in Europa e in Gran Bretagna, più persone sono emigrate dal Regno Unito verso l’Europa e altrove di quante ne siano arrivate in Gran Bretagna. Arriva un terzo o un quarto del numero delle persone che partono. Quindi non è questa la questione. La questione è perché l’immigrazione viene presentata in modo tale che sembri un problema. Di nuovo, la risposta ha a che vedere con i fattori strutturali. Il problema ha a che fare con la disoccupazione? Quindi è che gli immigranti stanno arrivando e ci tolgono il lavoro? Oppure è perché la nostra economia è strutturata in modo tale da generare sistematicamente la disoccupazione? Credo che Marx abbia detto molte cose giuste nella sua critica del capitalismo, ed è stato confermato con il senno di poi da alcune cose che ha detto. Una delle cose che ha detto è che il capitalismo sistematicamente genera crisi di crescita e di fallimento, attraverso l’incentivo del profitto per le elite che posseggono la vasta maggioranza delle risorse produttive. Il crollo più recente è un buon esempio di come il nostro sistema inevitabilmente crea le crisi e quindi la disoccupazione. C’è stata una situazione in cui c’è stato un massiccio accumulo di capitale durante cui le banche hanno ammassato enormi profitti. Ma le banche non avevano nuovi sbocchi per investire perché siamo stati ovunque nel mondo ed abbiamo intrapreso ogni possibile impresa speculativa che si possa immaginare. Si stavano esaurendo i posti dove andare per mantere un tale aumento del tasso del profitto, e deve continuare ad aumentare se l’economia deve crescere, e l’economia deve crescere altrimenti si avrà il fallimento delle aziende e il crollo. Quindi erano stati raggiuni i limiti su quel fronte. Al tempo stesso c’era il sistema bancario che prestava denaro insanamente a chiunque per generare profitti dietro questi strumenti finanziari realmente rischiosi. Poi sono arrivate nuove ditte ad assicurare quegli stessi strumenti finanziari, concordando di renderli sicuri, ma quelle ditte non avevano soldi per assicurarli in primis. Quindi è stata generata un’enorme bolla da varie strutture all’interno del capitalismo che rendono razionale un comportamento di ottimizzazione del profitto, perché se non continui ad andare avanti inesorabilmente, la tua attività fallisce. Rende delle forme molto predatorie di comportamento normali e necessarie alla sopravvivenza. Con ciò si arriva inesorabilmente ad un punto dove si fallisce e si crolla.

Pertanto l’asserzione che c’è la crisi perché gli immigranti ci prendono i posti di lavoro è completamente assurda. L’immigrazione è stata una questione di grande importanza nei dibattiti politici dei partiti nel periodo elettorale, messa sul tavolo come un problema grave. Ma non è questo che spiega cosa va male dell’economia. Dovremmo realmente guardare al sistema bancario, alle strutture della proprietà e della distribuzione delle risorse nell’economia.

Samia Aziz: L’islamofobia è una forma distinta di razzismo? È essenzialmente diversa dal razzismo contro le persone di colore, gli Irlandesi, ecc.?

Nafeez Mosaddeq Ahmed: C’è una letteratura delle scienze sociali intorno all’islamofobia ora di cui la maggior parte dei commentatori e degli esperti dei media non è al corrente. È basata sulle discussioni della revisione paritaria che vanno avanti da oltre un decennio prima del 9/11, effettuata da esperti che hanno studiato il razzismo e la discriminazione. Credono che l’islamofobia sia un concetto distinto che dovrebbe essere riconosciuto come una forma distinta di razzismo. Non è nettamente distinto nelle sue dinamiche ed è molto simile al razzismo contro le altre comunità. Ciò che distingue l’islamofobia è il modo in cui tali dinamiche esercitano il loro impatto sulle comunità. Si nota ad esempio che il modo in cui le comunità nere sono assoggettate al razzismo, diventa leggermente diverso dal modo in cui le comunità musulmane sono assoggettate al razzismo. Le persone di colore subiranno la discriminazione in certi modi e affronteranno forme simili di discriminazione da parte della polizia ad esempio. Potrebbero avere difficoltà simili economicamente, ma i livelli di ostilità contro le persone di colore sono molto diversi in confronto ai livelli di ostilità contro i Musulmani. I livelli della criminalità e degli attacchi contro le comunità musulmane sono su enorme scala sistematica. Ci sono varie storie di Musulmani che vengono attaccati, di moschee attaccate e di donne cui viene strappato il velo. Questo genere di cose non succedono alle persone di colore al momento.

La questione del terrorismo cambia le carte in tavola portandole fuori dal modo in cui vengono trattate le altre comunità assoggettate al razzismo, perchè è imperniata sulla sopravvivenza dello stato e del pubblico. Giustifica l’uso di poteri di emergenza che non sono applicati ad altre comunità, come la legislazione contro il terrorismo. Le minoranze etniche nel loro complesso stanno soffrendo sproporzionatamente, ma le comunità musulmane stanno soffrendo profondamente. Si capisce che è razzismo, ma è una forma molto distinta di razzismo, perché prende di mira specificamente i Musulmani, non solo le minoranze etniche o gli immigranti in generale.

Samia Aziz: Ma se ci sono paralleli tra l’esperienza che hanno i Musulmani e quella che hanno gli altri gruppi minoritari, non c’è il rischio che usare specificamente il termine “islamofobia” possa creare delle divisioni?

Nafeez Mosaddeq Ahmed: Il termine è nato come concetto accademico e nessuno voleva che fosse usato come termine popolare. La ragione per cui è nato è precisamente per catturare queste cose distintive. Ciò che lo rende distinto è precisamente la questione sulla sicurezza. Una volta che lo stato inizia a dire che si tratta di una questione di vita o di morte ed inizia ad etichettarla come una questione di sicurezza, si determina questo processo di “securitizzazione” in cui lo stato è in grado di usare misure straordinarie, andando fuori dai normali procedimenti legali sulla base del presupposto di salvare le vite. Questo è evidente nelle “restituzioni straordinarie” e nella partecipazione alla tortura. I Musulmani sono rimasti intrappolati in questa discriminazione giustificata dalla sicurezza che è combinata alle altre latenti iniquità sociali. Ha creato una dinamica unica nel modo in cui le comunità musulmane vengono prese di mira, che gli studiosi di scienze sociali cercano di comprendere. Hanno suggerito che è un sottoinsieme distinto del razzismo, e gli hanno dato il nome di islamofobia. Ma è importante che le persone comprendano che da una prospettiva epistemiologica e sociologica si cerca di acquisire la conoscenza di come funziona la società. Se non si capisce che cosa è veramente l’islamofobia, e credo che gli esperti dei media che giocano con questo termine non lo sappiano, allora viene vista come discriminatoria nei confronti degli altri, mettendo in evidenza specificamente i problemi che affrontano i Musulmani. Credo che ci sia qualcosa da dire al proposito, nel senso che quando parli alle comunità musulmane, c’è un certo senso di vittimismo, ed è spesso controproducente. C’è una qualche giustificazione oggettiva per questo [vittimismo], ma può essere spesso molto debilitante guardare sempre la società attraverso la lente del “sono una vittima, e tutti mi odiano perché sono musulmano e non posso lasciarmi coinvolgere perché sono un estraneo. Crea la sensazione del “sono diverso, sono un altro con un’identità separata”; questo confonde i Musulmani, ed esarcerba la loro crisi di identità generale che stanno attraversando molti Mulsulmani.

Pertanto può essere controproducente ma, si sa, il termine resterà. Come ho detto, ciò che rende il termine prominente è la sua origine dalle scienze sociali. Anziché buttare il termine, dobbiamo chiarire quello che effettivamente significa e quello che lo rende dintinto. Non si parla di rendere i Musulmani vittime perenni, ma si cerca di dire che il razzismo che subiscono i Musulmani è leggermente unico e differente. Questo non sminuisce in alcun modo le terribili esperienze che attraversano le altre comunità. L’aspetto della sicurezza lo rende diverso. Realmente, si tratta di una distinzione semantica e accademica, non una questione fondamentale che dice che queste comunità siano completamente diverse, ma un’ammissione che le comunità musulmane sono assoggettate alla discriminazione in modo diverso, a causa della “securitizzazione”.

Samia Aziz: Quale concluderebbe che sia il modo migliore per affrontare la questione dell’islamofobia?

Nafeez Mosaddeq Ahmed: Questa è una domanda enorme. Una delle previsioni che ho fatto nel mio libro è che sul modello del “tutto come al solito”, non c’è dubbio che le cose peggioreranno prima di migliorare. Ha a che vedere con questa dinamica della sicurezza che ho menzionato in precedenza. Ho esaminato i documenti della programmazione della difesa dell’America e della Gran Bretagna, guardando alle crisi globali e a come esse hanno avuto un impatto sulle questioni di sicurezza negli ultimi anni. Chi programma la difesa capisce che il peggioramento del cambiamento climatico, della produzione alimentare e la scarsezza delle risorse creeranno il potenziale per un conflitto violento. Inoltre, credono che l’impatto di queste crisi sarà maggiore nelle regioni con maggioranza musulmana. Hanno guardato al Nord Africa, al Medio Oriente e all’Asia centrale, concludendo che sono di maggiore interesse strategico a causa delle loro risorse di idrocarburi, le grandi popolazioni e il loro ruolo nell’economia. Hanno predetto che queste popolazioni vedranno un massiccio aumento demografico nei prossimi 10-20 anni, con un incremento del 90% di giovani. Perciò non saranno in grado di far fronte alle crisi, e quindi, concludono i programmatori, le giovani popolazioni saranno vulnerabili alla radicalizzazione. Ci saranno migrazioni verso diverse regioni per poter sfuggire ai problemi, che creerà altre calamità. È difficile vedere se alcune di queste proiezioni demografiche sono basate su una seria analisi di scienza sociale. Questi dati di programmazione della difesa sono documenti pubblici, sono stati scritti dagli analisti della difesa. Lo stanno facendo con una forma mentis, un’ideologia e una struttura che hanno una certa visione del mondo e certi imperativi e incentivi. Riconoscono apertamente che aumenteranno le iniquità globali e che di conseguenza la vasta maggioranza delle persone soffrirà di più. Presumono, alla vera maniera neoliberale, che queste conseguenze siano meramente i risultati di un sistema ottimale che non deve essere cambiato.

Queste idee latenti, istituzionali, imperialiste, inconsce e razziste su come funziona il mondo stanno alimentando aperte manifestazioni di islamofobia. La mia opinione è che non è tutto così nero. Sempre più persone sono disilluse sul modo in cui funziona il sistema. Potranno non capire le questioni più profonde su quello che è sbagliato, ma guardano alle crisi economiche e concludono che le banche sono corrotte e si preoccupano solo del loro profitto. Guardano al sistema parlamentare e concludono che il sistema è in frantumi e che i membri del parlamento sono corrotti. Guardano alla situazione del Medio Oriente e nutrono dubbi su quello che Israele sta facendo nei territori occupati, e le sue azioni non possono essere giustificate. Guardano all’Irak e dicono che forse non abbiamo mentito deliberatamente, ma non c’era la necessità di entrare in guerra. Hanno accettato che come minimo è stato un tremendo errore (anche se è diverso dall’ammettere che ci sono stati processi di corruzione e tentativi di nascondere la verità al pubblico). Quindi è una situazione politicamente interessante, perché c’è un aumento dello scetticismo. Tutto quello di cui abbiamo bisogno adesso è il movimento sociale, con progetti come il NLP [New Left Project] e altri movimenti di politica di sinistra per iniziare ad articolare una visione di come dovrebbe essere una società alternativa.

Una cosa che fa il mio libro è di esaminare come dovrebbe essere un altro mondo, strutturalmente. Non sto cercando di tracciare un modello, ma credo che ci siano alcune riforme a cui dovremmo pensare se vogliamo passare dall’altra parte sicuramente. Non vi è dubbio che succederanno cose terribili, e come individui non potremo impedirle. È facile essere pessimisti su questo. Credo che tutte queste crisi siano sintomi di una enorme transizione della civilizzazione. La civilizzazione industriale non può durare oltre il ventunesimo secolo. È un fatto empirico. Qualcosa prenderà il suo posto, e dipende da noi se sarà una società distopica e regressiva, o qualcosaltro – abbiamo un’opportunità senza precedenti di fare sogni ed essere un po’ più utopici. Alcuni predicono che l’Europa sarà dipendente per il 50% da energie rinnovabili entro il 2030 senza alcuna influenza dei governi. Quindi alcuni cambiamenti stanno avvenendo, seppure lentamente. Dobbiamo ricordare che il capitalismo non era un’ideologia pronta per l’uso che è andata a sostituirsi al feudalismo. È emersa organicamente. Lo stesso accadrà per quanto riguarda questa nuova civilizzazione post carbonio. Dovrà emergere organicamente dai movimenti sociali. Dopotutto, sono un pessimista per il breve termine e un ottimista per il lungo termine.

Samia Aziz: Un modo per affrontare il pregiudizio e la discriminazione contro i Musulmani non potrebbe essere di insistere che gli attacchi contro i Musulmani sono, in maniera schiacciante, attacchi contro la classe operaia che indeboliscono e dividono la classe operaia nel suo insieme? Questo avrebbe il vantaggio di unire i Musulmani e non Musulmani, evidenziando i loro comuni interessi economici e sociali.

Nafeez Mosaddeq Ahmed: Sì, assolutamente. È sicuramente chiaro che i Musulmani sono presi di mira in modo schiacciante a causa di dinamiche strutturali e che queste crescenti pressioni sono dettate da un approccio di gestire crisi convergenti dettato dai sintomi. Paul Rogers lo chiama “liddism” [ndt. dall’inglese “lid” – coperchio] – ossia anziché sistemare quello che non funziona dentro la scatola, ci tieni solo il coperchio sopra. Alla fine, ti scoppia in faccia. L’islamofobia è un sintomo, non una causa fondamentale. I Musulmani si confondono spesso, e credono che sia una “guerra contro l’Islam” per il piacere di fare guerra all’Islam. Ma quando si capisce che è solamente un sintomo, si comprende che la forza motrice parte da questioni più ampie del capitalismo nel suo insieme. Fondamentalmente, c’è questa spaccatura tra i possessori delle risorse produttive del mondo, e la vasta maggioranza delle persone che nel migliore dei casi sono lavoratori salariati, e molte sono coinvolte in varie forme di servitù e schiavitù. Questa spoliazione dei lavoratori ha generato una dinamica per cui i capitalisti devono continuamente migliorare i mezzi di produzione reinvestendo nei profitti, abbassando i salari e usando la propaganda. Pertanto, non si tratta causalmente di una questione musulmana. È una questione che riguarda la maggioranza della popolazione mondiale che è stata soggiogata ed espropriata di quella che dovrebbe essere una condizione naturale. Il problema è che oggi, in maniera schiacciante, le regioni con maggioranza musulmana possiedono le più strategiche e sempre più scarse risorse di idrocarburi, il cui controllo è una delle maggiori motivazioni delle attuali guerre in Irak, in Afghanistan e oltre. Di qui la tendenza a sorvegliare i Musulmani e l’Islam.

Le persone che hanno un qualche genere di accesso privilegiato ai mezzi di produzione lo usano senza capire la devastazione che provocano. Più le persone all’interno di tali circoli elitari iniziano a rendersi conto delle realtà di come stanno contribuendo a questa devastazione, più è il potenziale di un cambiamento genuino. Ne è stato un esempio il defunto Matthew Simmons che è deceduto solo qualche giorno fa. Ha predetto l’impatto del picco del petrolio e l’ha veramente spinto come concetto nella sfera pubblica. Era un tradizionale banchiere che era molto ortodosso nel modo in cui agiva e faceva profitto. Non c’era niente di rivoluzionario nel suo ruolo di banchiere. Ma per effetto di quello che ha capito, ha iniziato a dire alla gente di creare reti di energia rinnovabile distributive, e di produrre un diverso tipo di economia perché la nostra economia è basata sul carbonio. C’è un nesso tra la nostra dipendenza dall’energia del carbonio e la nostra abilità di consumare e sfruttare troppo. Ha articolato queste cose senza rendersi conto quanto fosse rivoluzionario quello che diceva. Quindi c’è spazio per cambiare prospettiva. Col peggiorare di queste crisi, c’è un lato positivo, che diventerà più difficile per la gente dire che non si tratta del fallimento di un sistema. Sarà più facile per diversi movimenti sociali essere più inclusivi, e per le persone di comunità diverse di lavorare insieme. Più ci rendiamo conto che siamo di fronte ad una crisi di civilizzazione, più vedremo che lo stile di vita atomistico e individualista ci sta portando all’estinzione della specie. L’alternativa non è ovvia. Abbiamo enormi risorse di civilizzazione a nostra disposizione – diverse fedi e culture – dobbiamo scavare la ricchezza delle risorse culturali, intellettuali e filosofiche delle religioni, fedi e filosofie del mondo ed iniziare a avere una discussione su dove siamo diretti. Le cose che ci dividono sono transitorie; sono sintomatiche di questa particolare congiuntura strutturale. Siamo molto più uniti nei nostri valori, le nostre convinzioni e la nostra comprensione.

Samia Aziz: Quindi direbbe che gli attacchi contro la comunità musulmana o qualsiasi particolare minoranza sono un modo per difendere il capitalismo neoliberale?

Nafeez Mosaddeq Ahmed: Non credo che sia una strategia politica intenzionale adesso, ma credo che potrebbe diventarlo. Ci sono questi processi latenti. Abbiamo visto succedere queste cose nella Germania nazista. Non c’è stata un’improvvisa ascesa dell’obiettivo di Hitler di sterminare gli Ebrei; c’è stato un processo di radicalizzazione. Più la Germania attraversava le crisi, più sembrava ovvio a Hitler che gli Ebrei fossero gli attori di una cospirazione contro la Germania; e quindi dovevano essere presi di mira. Prima c’è stata la loro persecuzione e la loro limitazione, ed infine mentre la situazione si radicalizzava in termini di conflitti e dello stato dell’economia, [Hitler] ha pensato alla soluzione finale. Ci sono tendenze genocide di “rendere altro” che ora si stanno sviluppando, e il pericolo è che con l’intensificarsi della crisi globale, le elite possano trovare comodo di concentrarsi su questi “altri” come un tipo di controllo demografico. È molto scioccante, e bisogna intraprendere serie azioni contro questo, perché ci troviamo in una crisi senza precedenti globalmente. Gli anni ’30 non sono stati niente in confronto a quello che potrebbe esserci dietro l’angolo.

Samia Aziz: Dati i benefici derivanti dall’evidenziazione di questioni inerenti alla struttura economica e di classe nel trattare l’islamofobia, perché crede che i Musulmani non hanno risposto con un approccio più incentrato sulla classe?

Nafeez Mosaddeq Ahmed: Combattere la discriminazione e l’esclusione sociale spesso implica sviluppare un’identità separata. Le comunità nere hanno attraversato questo senso di esclusione negli anni ’70, ed hanno risposto rendendo la loro identità molto positiva. Poi hanno trovato modi di riconciliare quella identità con la società predominante. Per i Musulmani fare questo è difficile. C’è una grande spaccatura all’interno della comunità musulmana, perché le classi medie musulmane non si identificano con la maggioranza dei Musulmani più poveri. Al contrario, hanno accettato ciecamente la cultura consumistica e materialista che il capitalismo neoliberale coltiva subconsciamente. Uno dei pochi modi di occuparsi di questo è di avere persone che sono più istruite e capiscono come funziona il sistema che vadano tra le comunità delle classi proletarie per aumentare la consapevolezza, e per creare una visione carismatica di dove vogliamo arrivare tra 20 anni. Forse abbiamo bisogno di un personaggio come Martin Luther King. Ma più generalmente, come comunità dobbiamo cambiare il gioco. Smettiamola di correre per mantenere lo stato delle cose e iniziamo ad essere proattivi e visionari. Iniziamo a fare progetti per il tipo di società che vogliamo.

Nafeez Mosaddeq Ahmed è il direttore esecutivo dell’Institute for Policy Research and Development di Londra ed ha insegnato presso la University of Sussex e la Brunel University. Il suo più recente libro è intitolato “a User’s Guide to the Crisis of Civilisation” ed ha scritto profusamente sulla politica estera occidentale e sul terrorismo. Ha inoltre un blog chiamato The Cutting Edge.

Samia Aziz sta per iniziare un corso di laurea in Politica, psicologia e sociologia all’università di Cambridge.

Fonte: http://www.newleftproject.org/

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

[1] Ndt. Dall’inglese “securitized”, ovvero considerato una questione di sicurezza.

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