Home»Nonviolenza»Disarmo»NO ALLA GUERRA: PRINCIPIO “NON NEGOZIABILE”

Vittima civile di un bombardamento

Luigi Bettazzi*

Ogni volta che un soldato italiano si trova a morire all’estero si alimenta l’interrogativo sulla validità di queste che vengono chiamate “missioni di pace”.

L’interrogativo è giustificato dal fatto che queste operazioni tendono sempre più a rivelarsi azioni di guerra, tanto più se – come si sta sollecitando – i nostri aerei, finora destinati a ricognizioni, venissero invece corredati di bombe da sganciare sul territorio occupato dai “nemici”, che si dichiarano invece difensori della loro patria occupata da stranieri o da alleati di stranieri. In realtà questa “missione di pace” è così definita dagli organismi internazionali, anche se venne iniziata come reazione istintiva all’attacco delle Torri gemelle nel 2001.

Quello che emerge, in questo insieme di vicende, è la scarsa reazione del mondo cattolico, così giustamente sensibile per la difesa della vita nascente, osteggiata dall’aborto, e così silenzioso di fronte alla vita adulta minacciata dalla guerra. In passato proclamammo perfino “guerre sante” a difesa delle nostre vite (ovviamente più valide delle vite dei nemici, che pure Gesù ci aveva imposto di amare, quantomeno nel senso di non odiarle), poi avevamo precisato che erano ammissibili le guerre solo se erano “giuste” (e si enumeravano le condizioni che rendevano “giuste” le guerre), riducendole poi alle sole guerre “di difesa”, magari dei nostri interessi, escludendo quindi quelle di occupazione.

È stato papa Giovanni XXIII, nell’enciclica Pacem in Terris, ad affermare che, dati i mezzi di distruzione oggi disponibili e le possibilità di dialogo e di arbitrati, ritenere che la guerra possa realizzare la giustizia e la pace è inammissibile (“alienum a ratione”: assolutamente irragionevole).

Dopo due anni la Costituzione conciliare Gaudium et spes, anche se non è giunta a condannare la guerra in sé – per la resistenza dei vescovi americani, allora condizionati dalla guerra in Vietnam –, ha però condannato (ed è stata l’unica condanna del Concilio che papa Giovanni aveva voluto come “Concilio pastorale”) la guerra totale, quella che coinvolge anche le popolazioni civili (allora si indicavano come Abc, atomica-biologica-chimica): “È delitto contro Dio e la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione dev’essere condannato” (Gs, 80).

Mi chiedo se questa chiara condanna sia stata accolta nella Chiesa, se la si consideri come “principio non negoziabile”, come la condanna dell’aborto e l’eutanasia. Se noi cristiani – tutti i cristiani – per fedeltà al Vangelo riconoscessimo l’immoralità della guerra, che ci fa scendere sotto il livello degli animali (che non si uccidono fra simili!), dando vigore a tutte le istituzioni internazionali in grado di promuovere validi embarghi finanziari o commerciali, o al massimo di costituire un’efficace “polizia internazionale” (già funzionò nel 1956 contro la minacciata guerra per il Canale di Suez), non solo avremmo finalmente attualizzato il Vangelo, ma avremmo così dato un apporto efficace al cammino della civiltà.

L’attuale vicenda dell’Afghanistan – dove il nostro orgoglio occidentale sta facendo tante vittime tra i civili, mentre lo stesso governo locale, da noi promosso e sostenuto, sta avviando colloqui di pacificazione con quelli che forse considera, se non come partigiani, certo come connazionali comunque da non sterminare – credo che dovrebbe costituire come un sussulto, perché le nostre Chiese, popolo di Dio e pastori, si facciano profeti e pionieri del rifiuto della guerra, di ogni guerra. Altre sono le strade da battere, certo più difficili, ma doverose ed anche – lo stiamo constatando – più sicure e più aperte alla speranza, e quindi umanamente più efficaci.

Vescovo emerito di Ivrea, già presidente nazionale di Pax Christi

Fonte: Adista, n. 82, 30 ottobre 2010.

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