Home»Città possibile»Masdar City, la prima città ad emissioni zero

Masdar City

Fabio Deotto

Questa è la storia di due città vicine geograficamente ma concettualmente lontanissime. La prima si stringe nel perimetro di un’isola del Golfo Persico, è un puntaspilli fatto di grattacieli nonché un luccicante monumento all’opulenza petrolifera. La seconda è un quadrato perfetto rialzato su una piattaforma nel deserto arabo, è costruita secondo i rigidi parametri dell’ecosostenibilità e per il 90% è alimentata da pannelli fotovoltaici. La prima città esiste da 220 anni e si chiama Abu-Dhabi. La seconda è ancora in costruzione e si chiama Masdar City. In arabo: “città sorgente”.

Quando nel 2007 il governo degli Emirati Arabi Uniti e la compagnia Foster&Partners annunciò l’intenzione di costruire la prima città ad emissioni zero a nemmeno 20 km da Abu-Dhabi, in molti credettero si trattasse di una solenne sparata, una vaga promessa per ripulire l’immagine pubblica da tutto il petrolio che tutt’ora irrora Abu-Dhabi. Ma quando la settimana scorsa le porte del Masdar Institute of Science and Technology si sono aperte e i primi team di ricerca vi si sono insediati, è diventato chiaro a tutti che Masdar City non era più definibile come Utopia.

Il Masdar Institute (le prime foto le trovate qui) è un fitto complesso di edifici situato nella parte centro-orientale dell’area di 2,6 chilometri quadrati dove entro dieci anni dovrebbe sorgere l’intera città. Si tratta di una piazza attorno alla quale gli edifici si stringono per impedire all’impietoso sole di surriscaldarne le pareti. Gli angusti spazi tra gli edifici servono inoltre a favorire la ventilazione delle strade, a cui contribuisce anche la wind tower posta al centro della piazza, una struttura conica che sfrutta le correnti d’aria che sorvolano gli edifici per ventilare gli ambienti cittadini. Le pareti dell’edificio residenziale inoltre sono ricoperte da pannelli ondulati simili a terracotta che servono a schermare l’edificio dal sole lasciando passare la brezza.

Per ottenere temperature accettabili all’interno degli edifici senza riempire questi di dispendiosi condizionatori, l’architetto a capo del progetto, Norman Foster, ha voluto studiare le architetture delle civiltà che nei secoli si sono avvicendate nel Golfo Persico, per capire come costruire una città vivibile in un deserto rovente senza produrre emissioni letali. Naturalmente la chiave di tutto ciò non consiste solo in un’architettura ragionata e in materiali innovativi.

La città avrà bisogno di energia elettrica e il 90% di questa arriva da una centrale fotovoltaica ampia 21 ettari, costruita appena fuori il perimetro di Masdar City. Le strade saranno progettate in modo da favorire gli spostamenti a piedi e in bicicletta, gli ascensori nascosti alla vista per incoraggiare l’uso delle scale, le auto saranno segregate sottoterra, saranno elettriche e si muoveranno lungo una rete definita di binari (i primi test sono già stati effettuati). E chi arriva in macchina da Abu-Dhabi? Rimane fuori. Masdar city sarà infatti protetta da vere e proprie mura che impediranno l’accesso di qualsiasi oggetto inquinante (esseri umani esclusi).

Nonostante il primo coraggioso mattone sia stato posato, nonostante il cuore scientifico della futura città stia già cominciando a battere, Masdar City non sarà pienamente operativa prima del 2020. E nel frattempo, la sua sorella spendacciona, Abu-Dhabi, continuerà a costruire grattacieli, le trivelle petrolifere continueranno a prosciugare la crosta terreste e la gente continuerà a scrollare le spalle, raccontandosi che le città sostenibili, alla fine, sono solo Utopie.

Fonte: www.wired.it

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