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Rotte di guerra

Il Pentagono punta sempre di più sull’Asia centrale per il transito dei rifornimenti alle truppe impegnate sul fronte afgano. Una scelta che rischia però di destabilizzare la regione.

Enrico Piovesana

Per portare avanti una lunga campagna militare in un paese lontano, come quella in Afghanistan, non bastano soldati, armi, proiettili, carri armati e aerei. Serve anche un continuo e massiccio rifornimento di carburante per i veicoli militari, i jet e gli elicotteri, di cemento e legname per costruire basi e avamposti, di barrire antiesplosive per erigere fortificazioni, di fosse biologiche per le caserme.

Fino ad oggi, questi rifornimenti ‘non letali’ per le forze armate americane e alleate impegnate sul fronte afgano arrivavano per l’80 per cento via mare al porto pachistano di Karaci e da lì i container venivano caricati su camion, autotreni e autocisterne, che in una decina di giorni raggiungevano i due valichi di confine sulla frontiera afgana – quello del Khyber Pass a nord di Peshawar e quello di Chaman a nord di Quetta – per poi proseguire fino alle grandi basi militari di Bagram e Kandahar.
Il restante
20 per cento arrivava in Afghanistan via aerea, con costi almeno dieci volte maggiori.

La rotta di rifornimento pachistana è però diventata sempre più insicura, non solo per gli attacchi dei talebani contro i convogli di camion e autobotti, e inaffidabile per i sempre più tesi rapporti tra Washington e il governo di Islamabad, che a fine settembre ha addirittura bloccato il passaggio dei rifornimenti per undici giorni, come rappresaglia ai continui bombardamenti aerei americani sulle regioni tribali pachistane.

Questa situazione ha spinto il Pentagono a prendere una decisione molto rischiosa per la stabilità della regione centroasiatica: spostare la maggior parte dei rifornimenti sulle due rotte, finora secondarie, della cosiddetta ‘Rete di distribuzione nord’: una che parte dal porto lettone di Riga per poi attraversare la Russia, il Kazakistan e l’Uzbekistan fino al valico afgano di Termez-Hairatan (da dove parte la nuova rete ferroviaria afgana); l’altra che collega il porto georgiano di Poti, sul Mar Nero, a quello azero di Baku, sul Mar Caspio, proseguendo su navi-cargo fino al porto kazaco di Aqtau, per poi ricongiungersi all’altra linea in Uzbekistan. Ne è prevista anche una terza, attraverso Kirghizistan e Tagikistan.

I primi rifornimenti hanno iniziato a percorrere queste rotte, prevalentemente ferroviarie, lo scorso marzo. Nei mesi successivi il traffico è stato gradualmente incrementato fino a raggiungere nelle scorse settimane un ritmo di cento container al giorno, arrivando a trasportare il 60 per cento dei rifornimenti di gasolio e il 30 per cento dei materiali edili, sanitari e di sicurezza.
Il piano del
Pentagono, e dei vertici della Nato, è di potenziare ulteriormente nei prossimi mesi la rotta nord – più sicura, rapida ed economica – fino a farla diventare quella principale.

Il rischio è che il massiccio trasferimento delle rotte di rifornimento militari dal Pakistan alle repubbliche centroasiatiche, attiri su questi paesi le destabilizzanti attenzioni dei movimenti jihadisti storicamente attivi in queste regioni.
La minaccia più concreta è rappresentata dal
Movimento Islamico Uzbeco (Miu), gruppo armato panislamico nato a fine anni ’90 nella Valle di Fergana (a cavallo tra Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan) e successivamente trasferitosi in Afghanistan e in Pakistan. La sua recente ricomparsa prima nella provincia afghana settentrionale di Kunduz e poi nella Valle di Rasht, in Tagikistan, ha già messo in allarme i regimi centroasiatici.

Fonte: www.peacereporter.net

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