Home»Articoli»Alessandro Gilioli: “Italia, non è un paese per Internet”

Italiani ed internet

Siamo la quarantottesima nazione al mondo per crescita economica e sviluppo sociale in chiave tecnologica. Lo dice il World Economic Forum. Perché il Belpaese è così contrario al Web? Risponde il giornalista de L’espresso noto in Rete per il suo blog Piovono rane.

Maurizio Pesce

Un italiano su due non è mai stato su Internet. Un terzo delle aziende non è online e la percentuale sale se si considerano soltanto le micro-imprese. Dati dell’Osservatorio Italia Digitale 2.0 che racconta un’Italia in cui la corsa al digitale è quella della televisione, non di Internet.

Secondo il World Economic Forum, l’Italia è al quarantottesimo posto della classifica mondiale per crescita economica e sviluppo sociale in chiave tecnologica. Dunque una mancanza di cultura digitale, prima che una carenza di infrastrutture. O meglio, come causa degli scarsi investimenti nella banda larga.

Quali possono essere gli interessi che consigliano di respingere la rivoluzione digitale? Quali – e di chi – le colpe di questa corsa al contrario, di questo “freno che ci tiene inchiodati al passato”?

Lo chiediamo a Alessandro Gilioli, giornalista de L’Espresso, che con Arturo Di Corinto – giornalista e esperto di comunicazione – intervenuto sul tema con la pubblicazione di “I nemici della Rete”, edito da Rizzoli.

Partiamo dai fondamentali: quando parli di Rete, a cosa pensi?

Prima di tutto penso a una grande opportunità di libertà d’espressione, di possibilità di apprendimento e di emancipazione sociale e culturale per milioni di persone. Quindi a un diritto basico della persona, come l’istruzione scolastica. Nei primi anni ’60 Kennedy aveva istituito gli school bus per mandare a scuola i figli delle famiglie povere: bene, penso che serva qualcosa del genere per il diritto a Internet.

Se l’Italia sta perdendo la corsa al digitale, qualcuno la sta vincendo: chi vedi in testa? E quali sono i meriti che portano a questa classifica?

Non lo dico io, lo dicono gli indicatori e le ricerche pubbliche e private. In Italia il tasso di crescita della penetrazione della rete nell’ultimo decennio è stato del 127,5 per cento, superiore solo a quello del Portogallo, mentre per esempio la Lituania ha tassi di incremento dell’835 per cento, la Romania dell’828 e la Grecia si avvia a superarci con un trend di crescita del 393 per cento, più del doppio del nostro. Peggio mi sento se parliamo di “tendenza all’innovazione“: secondo il World Economic Forum, in questo l’Italia nel 2010 è al quarantottesimo posto nel mondo, tre gradini più in basso rispetto alla stessa classifica del 2009 (il rapporto analizza il ruolo svolto dall’Ict nel favorire la crescita economica e lo sviluppo sociale e valuta la preparazione di imprese, privati e governi ad abbracciare la rivoluzione tecnologica). Comunque, per rispondere alla tua domanda: al primo posto nel 2010, in questa classifica, si è piazzata la Svezia, seguita da Singapore e Danimarca. Nella top ten compaiono nell’ordine Svizzera, Stati Uniti, Finlandia, Canada, Hong Kong, Olanda e Norvegia. A livello di nazioni europee, oltre a quelle citate, l’Inghilterra si piazza tredicesima, la Germania quattordicesima, la Francia diciottesima, l’Austria ventesima, il Belgio ventiduesimo e l’Irlanda ventiquattresima. Noi, appunto, quarantottesimi. Senza dire che da noi le proposte di legge sulla Rete sono solo burocratizzanti e/o censorie, mentre in Islanda stanno preparandosi a diventare il primo Paese off shore per la libertà di Internet…

Incapacità o interessi: cosa ci blocca di più?

Difficile dirlo, davvero. Diciamo che gli interessi economici di alcuni (proprietari di reti televisive, major dei contenuti, ma anche alcune categorie professionali che vivono di rendita di posizione e temono la mobilità sociale potenzialmente provocata dal web…) trovano terreno fertilissimo in una classe politica che, in grande maggioranza, non ha alcun interesse verso la Rete e non ha capito che in termini di mutamenti culturali e sociali la sua diffusione ha la stessa rilevanza che nella seconda metà dello scorso millennio ebbe l’invenzione della stampa.

A che prezzo pagheremmo la maglia nera in questa corsa al digitale?

Veramente lo scopo del nostro libro è proprio liberarsene, di questa maglia nera. Non vogliamo fare catastrofismo fine a se stesso, non vogliamo compiacerci delle nostre fragilità digitali: al contrario, è il tentativo di svegliare l’opinione pubblica e la coscienza sociale in modo da costringere la politica a occuparsene. Quando – per esempio – il piccolo imprenditore inizierà a capire che “avere Internet” non vuol dire poter mandare una mail ma utilizzare, per dire, tutte le potenzialità del cloud computing risparmiando un sacco di soldi, beh a quel punto forse la richiesta di banda larga sarà un po’ più diffusa e costringerà la politica a muoversi. Ma è un esempio tra i tanti: si potrebbe parlare di scuola, e-commerce, pluralità delle fonti informative, tv via internet, digitalizzazione della pubblica amministrazione e altre infinite forme attraverso cui l’innovazione può rendere una società allo stesso tempo più libera, più semplice e più ricca.

Assodato che siamo indietro, tutti colpevoli: anche gli utenti?

Sì, scoccia dirlo, ma un po’ è così. Senza un pungolo continuo dell’opinione pubblica, la politica può continuare a fottersene. Per esempio, quando il governo ha eliminato gli 800 milioni più volte promessi per la diffusione della banda larga, in pochi hanno reagito. E alcune battaglie importanti per l’innovazione (come quella per il Wi-fi libero o quella per il Wi-Max dappertutto) solo adesso iniziano a penetrare in una fascia un po’ più larga di cittadini.

Il nostro comportamento online può cambiare la percezione di Internet per chi non lo pratica?

Non so se ho inteso bene la domanda, ma credo che chi sta in Rete dovrebbe evitare atteggiamenti “inziatici “snobbistici verso chi non ci sta, cioè metà degli italiani. Chi ama la Rete dovrebbe farsi ogni giorno divulgatore e ponte verso gli altri.

Zucconi ha minacciato di chiudere il suo blog, perché “La moneta cattiva scaccia quella buona e questa può essere alla fine la morte di quello strumento straordinario chiamato Internet, in balia di chi non ha niente da dire, ma lo grida più forte”. Siamo al punto di non ritorno?

Poche cose mi annoiano come il dibattito scatenato dai vari Lanier in merito. Ognuno in Rete ci mette e ci trova quel che vuole. Zucconi mi è tendenzialmente simpatico ma non capisco la storia della moneta: se era solo un problema di commenti, bastava imporre una policy un pò più rigida nel blog, magari con premoderazione. A parte che se uno proprio non sopporta il Web caotico e anarchicheggiante può rifugiarsi nel mondo levigato e ordinato delle app, adesso.

Dice Eric Schmidt (Google): “Internet è la prima cosa costruita dall’umanità che l’umanità non comprende. Il più grande esperimento di anarchia che si sia mai fatto”. Forse per questo fa tanta paura? Per questo attira così tanto dissenso e, contemporaneamente, scatena giochi di potere per il suo controllo?

Il problema secondo me è un filo diverso. E cioè che la diffusione rapidissima di alcune componenti di Internet (specie del Web 2.0) ha posto dei problemi culturali e politici a cui bisognerebbe rispondere con eguale velocità, ma ovviamente non è facile. Pensiamo, per esempio, alla nascita di veri e propri Stati come Facebook, una repubblica che ha mezzo miliardo di cittadini senza diritti, perché le regole le fanno Zuckerberg e i suoi. Ora, noi siamo stati abituati a pensare che essendo Fb un’azienda privata è giusto che si faccia le sue regole da sola e chi non è d’accordo se ne vada. Invece la questione è un po’ più complessa perché ormai Fb (e i mondi virtuali in generale) hanno assunto una rilevanza sociale enorme, sono strumenti di influenza dell’opinione pubblica, possono decretare il successo o l’insuccesso di un’azienda e così via. Vedo che in America il tema inizia a porsi, un filosofo come Robert Ludlow l’ha messa al centro del suo ultimo libro. Credo che sia una riflessione importante da fare anche da noi.

Meglio una Rete controllata, moderata, spegnibile, o l’assenza di una Rete?

No, scusa ma messa così non riesco a rispondere. Dobbiamo lavorare per una rete il più possibile diffusa, libera, plurale, neutrale – e universalmente riconosciuta come diritto umano pari all’istruzione.

Fonte: www.wired.it

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