Home»Nonviolenza»Disarmo»Afghanistan: no alle bombe

Bombardiere B-2

Dopo la tragica morte dei 4 alpini il ministro La Russa torna sulla possibilità che i nostri aerei impegnati nella missione siano dotati di bombe. “Quando le bombe vengono sganciate dall’alto c’è il rischio che vadano a toccare anche zone civili. Per questo ho detto di no. Ma adesso non me la sento più di assumere questa decisione da solo, di fronte a quello che sta avvenendo: voglio che sia confortata o cambiata dalle commissioni parlamentari competenti. Io accetterò ogni decisione del Parlamento”.

Piero Fassino si dichiara possibilista mentre Bersani taglia corto: “Invece che decidere sulle bombe, chiariamo qual’è il nostro ruolo in Afghanistan”. Insomma, prima di decidere se caricare le bombe nei nostri aerei, decidiamo se siamo in guerra o meno. Perché una cosa è un’operazione di pacepeacekeeping – o polizia internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite ed un’altra è essere in guerra. Delle due l’una. Non va fatta confusione. Non si può chiedere al Parlamento di dare il benestare all’uso delle bombe senza che prima abbia dichiarato guerra. Ed è il caso di dichiarare guerra dopo nove anni di presenza sul campo?

Ma il punto è un altro. È il caso d’intensificare le ostilità a pochi mesi dall’estate 2011, dall’inizio dell’uscita dall’Afghanistan? Proprio mentre il Presidente Karzai ed i rappresentanti dei talebani stanno firmando i primi accordi diplomatici per un governo unitario e per uscire dall’impasse?

Cosa dicono le Nazioni Unite a riguardo? Staffan de Mistura, Rappresentante Speciale del Segretario Generale per l’Afghanistan, che ha accompagnato i nostri alpini all’aeroporto, sembra piuttosto cauto. Egli ha recentemente riferito al Consiglio di sicurezza che gli eventi degli ultimi mesi, tra cui la Conferenza di Kabul di luglio e le recenti elezioni legislative, sono state cruciali per la transizione del Paese. Le elezioni, pur in assenza di significative indicazioni di frode stesa o sistematica irregolarità. E chiosa: “si deve arrivare a una discussione politica, la soluzione militare è temporanea e non è percepita come una soluzione”. In questa direzione va quindi rafforzata la presenza dell’ UNAMA (Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan) al fine di coordinare gli sforzi della comunità internazionale per promuovere, in accordo con il governo afgano, pace e stabilità nel paese, aiutando il processo di ricostruzione e al contempo rafforzando le fondamenta della riconciliazione e della democrazia.

A fronte di 2.000 soldati morti sul campo ai quali vanno aggiunti molti suicidi di soldati Usa in Patria si stimano 40.000 morti afghani (militari e civili) nel fronte opposto. Non è forse il caso di dire basta? La guerra in Iraq, i suoi orrori e l’avvio alla conclusione hanno confermato l’inutilità di “accelerazioni violente”. Le sevizie compiute nel carcere di Abu Ghraib e in quello di Guantanamo, i bombardamenti al fosforo della città di Falluja e l’operazione Phantom Fury. La stessa impiccagione di Saddam, hanno moltiplicato violenze e rancore tra la popolazione e reso difficile ogni transizione.

E poi i costi insopportabili, come sostiene Franca Bassani. Trattasi di 2 milioni di euro al giorno, 600 milioni di euro in un anno per mantenere in Afghanistan 3300 soldati, sostenuti da 750 mezzi terrestri e 30 velivoli. Il dicastero dell’economia non ha nulla da dire a riguardo? Quanti panifici, pompe d’acqua, scuole ed ospedali avremmo potuto costruire in nove anni?

Ma qui si tratta, da parte di molti stakeholders di forzar la mano. Obama vuol uscire l’estate prossima? Non condividono l’idea molti generali ed industriali in quanto, come abbiamo sottolineato qualche giorno fa “le esportazioni militari rappresentano una componente di primaria rilevanza per la politica estera ed industriale nazionale” anche perché “contribuiscono a diminuire i costi per il contribuente nazionale, dal momento che consentono di distribuirli sulle serie produttive per clienti esteri”.

Ma chi ha interesse a mantenere instabile l’area? Presto detto. In questi giorni Israele ha firmato un accordo a New York presso il suo consolato con il governo degli Stati Uniti per l’acquisizione, secondo procedura Foreign Military Sales, di 20 F-35A Lightning II, versione a decollo e atterraggio convenzionale (CTOL) del JSF, con opzione per altri 55. Trattasi del primo paese non parte del consorzio che ne ha curato lo sviluppo, a ricevere il cacciabombardiere, definito “vitale” dal Primo Ministro Netanyahu per la difesa della nazione. Trattasi di un accordo il cui valore è stimato in 2.75 miliardi di dollari, ma che potrebbe superare i 10 miliardi/$ se verrà esercitata l’opzione come ci ricorda Difesanews. L’exit strategy esiste. Non andiamo in tutt’altra direzione. [F.P.]

Fonte: www.unimondo.org

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