Home»Foto»Pyongyang, Bureau 39: il palazzo del mistero

Bureau: Office 39

Droga, armi, dollari falsi: i traffici che tengono in piedi il regime nordcoreano portano tutti al palazzo che non c’è.

Alberto Tundo

E’ un edificio grigio e anonimo di sei piani, uno dei tanti di Pyongyang. Per la precisione, si trova nel distretto dei palazzi governativi della capitale nordcoreana, a Kyongrim-Dong, tra Sosong e Changwang Street. In codice è chiamato Bureau/Office 39. Se si vuole individuare il cuore di tenebra della dittatura più ferrea e impenetrabile del mondo, allora questa sigla va tenuta a mente.

L’ufficio dei segreti. E’ qui la chiave dell’oscuro mistero nordcoreano: cosa fa sopravvivere uno stato poverissimo e isolato a livello internazionale? La risposta è semplice: le attività illecite che hanno nel Bureau 39 il cervello operativo, quello che tiene le fila di una rete invisibile ma molto estesa che ha un solo obiettivo: portare valuta pesante. Questo lo scopo per cui viene fondato nel 1974: fare cash. Necessità vitale, soprattutto quando crolla l’Unione Sovietica, sua potenza prottrice e munifica, e Pyongyang si trova a saldare un debito da quattro miliardi di dollari, che il Cremlino vuole in valuta pregiata.

Nasce come un dipartimento indipendente all’interno del Segretariato del Partito comunista nordcoreano, sotto il controllo del Comitato Centrale. A dirigerlo viene chiamato il figlio dell’allora dittatore Kim Il-Sung, vale a dire Kim Jong-Il, che gli succederà nel 1994. Questo spiega perché, nella Corea del Nord di oggi, il Bureau 39 sia un’appendice della leadership. Da quel che è dato sapere, grazie alle testimonianze dei fuoriusciti, oggi si compone di dieci dipartimenti e può contare su 17 uffici esteri, mentre all’interno del Paese ha uomini praticamente ovunque: in ogni porto, stazione, mercato. E’ posto fuori dal controllo degli organi dello stato, riferisce solo al “caro leader” ed ha pertanto poteri sconfinati. Ma il suo nome non compare mai. Formalmente non esiste. Da fuori si vede solo una rete di società che fanno tutte capo al conglomerato di stato Daesong. Società di facciata come Daesung Chongguk che ha uffici a Vienna, o come Zokwang Trading Company.

Stella rossa, fondi neri. Queste società lavorano e fatturano. Secondo l’intelligence Usa, Kim Jong-Il sarebbe il beneficiario di fondi neri del valore di cinque miliardi di dollari, che gli servono per tenere in piedi il suo apparato repressivo: con i soldi lega a sè militari, spie, burocrati. Ne compra fedeltà e consenso e la collaborazione nello schiacciare il popolo. La sua corte, invece, vive nel lusso. Il Bureau serve anche a questo, a importare merce preziosa: l’anno scorso le autorità italiane sequestrarono due yatch del valore di oltre 10 milioni di euro, destinati al regime. Oltre al procacciamento di beni di lusso, il misterioso ufficio gestisce altre attività. La produzione e il traffico di eroina e metanfetamine per esempio. In terreni detti Pomyong si coltiva l’oppio, poi lavorato. La distribuzione è affidata alla rete di pescherecci, navi commerciali e anche ai diplomatici: con gli stessi mezzi si muovono le armi, altro business del regime. Perché la Corea del Nord rappresenta un caso sui generis: se in molti Paesi la criminalità prova ad infiltrarsi ai vertici, qui è il governo che ha dato vita ad un’enorme impresa criminale. Lo spiega con dovizia di particolari un rapporto del centro studi dello Us Army War College, non a caso intitolato Criminal Sovereignity: Understanding North Korea’s International Illicit Activities e pubblicato lo scorso marzo.

Non solo armi e droga. Il regime ha scoperto una nuova miniera d’oro nel contrabbando di sigarette: Marlboro, Benson&Hedge, Seven, la marca più venduta nella vicina Corea del Sud. Grazie a macchine importate dal Giappone, le fabbriche nordcoreane, una decina, riescono a produrre 41 miliardi di sigarette contraffatte che portano nelle casse di Kim Jong-Il tra gli 80 e i 160 milioni di dollari l’anno. Basta pensare che un carico da 70 mila euro in strada frutta tra i tre e i quattro milioni di dollari e si capisce perché il regime tenga molto a questa produzione, tanto da concedere benefit e paghe extra agli operai che vi lavorano. Ma non è l’unica contraffazione cui si dedica Pyongyang. Ben più importante, da un punto di vista economico e politico, è la produzione di dollari falsi. Gli esperti americani sono rimasti stupiti dalla qualità dei biglietti da 100 dollari stampati nei laboratori del regime: quasi impossibili da distinguere da quelli autentici. Tale perfezione è il frutto di una cura maniacale dei particolari: la tecnologia è stata importata dal Giappone, la carta filigranata dalla Thailandia, l’inchiostro dalla Francia. Si stima che negli ultimi 20 anni, la Corea del Nord abbia messo in circolazione oltre 50 milioni di dollari falsi. Per lavare il denaro tornano poi utili, grazie alla particolare legislazione, le banche di Macao: qui nel 2005 venne chiusa la Delta Bank, uno dei centri chiave del reciclaggio nordcoreano, dove furono scoperti fondi per 25 milioni di dollari riconducibili al regime. La somma fu sequestrata, i conti congelati salvo essere riattivati poco prima che, nel 2006, da Pyongyang arrivasse l’ok alla riapertura del tavolo negoziale sul nucleare. Non serve minacciare guerre e olocausti nucleari: per aver ragione di Kim Jong-Il e i suoi basta prenderli per il portafoglio.

In cucina con Kim Jong-Il. C’è l’ombra del Bureau 39 anche dietro la marea di ristoranti specializzati in cucina nordcoreana, un centinaio, spuntati come funghi in tutta l’Asia dopo il primo, aperto a Siem Reap in Cambogia, nel 2002. Certo, non tutti sono parte della tela del regime, ma quelli inseriti in cortili recintati probabilmente si. Soprattutto se il personale ha il divieto assoluto di uscire. Secondo quanto riportato dal quotidiano Daily Nk, la recente temporanea chiusura di due ristoranti sarebbe dipesa proprio dalla fuga di un paio di camerieri. Perché il terrore della leadership nordcoreana è proprio quello dei transfughi. Molti di loro hanno aiutato a svelare il segreto del Bureau 39, la cui attività è stata raccontata anche in un libro. E, infatti, fa parte di quell’elenco di persone e società i cui beni sono stati congelati dall’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro americano, in quanto legate al regime nordcoreano. E’ lExecutive Order numero 13382, del 30 agosto di quest’anno, firmato Presidente Barack Obama. Ma se gli Stati Uniti stanno stringendo la morsa, in silenzio e senza fare troppe dichiarazioni, anche la benevolenza russa e cinese è un lontano ricordo. La Corea del Nord per Pechino è chiaramente più un peso che una risorsa. Sequestri di armi, droga e biglietti di dollari falsi si sono moltiplicati. Ormai è chiaro che si tratta di una fonte d’instabilità che i suoi importanti vicini sanno di non potere contenere con assoluta certezza. Sanno che la transizione si avvicina. Tutto sta nel capire chi prenderà il controllo del Bureau 39 e come lo userà.

Alberto Tundo

Fonte: www.peacereporter.net

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