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Millenium Development Goals

Alle Nazioni Unite si discute dei Millenium Development Goals: il valzer dei capi di stato su parole e promesse. Ne abbiamo parlato con Loretta Napoleoni.

Nicola Sessa

A New York, nel Palazzo di Vetro, tutto si sta svolgendo secondo il cerimoniale e il copione che accompagna il grande carrozzone dei buoni intenti, delle belle promesse e delle parole vacue: pacche sulle spalle, complimenti reciproci, incoraggiamenti a fare di più. Nel 2000, quando i capi di governo di 192 Paesi delle Nazioni Unite hanno sottoscritto gli “Otto obiettivi” dei Millenium Development Goals (Mdgs) per assistere le nazioni più povere, circa 720 milioni di esseri umani combattevano e resistevano alla miseria più degradante, sopravvivendo senza accesso all’acqua potabile e alla sanità di base, sotto tetti che sfidano le leggi dell’architettura, dove ogni pioggia o ogni colpo di vento rappresenta l’alea della scommessa sulla tenuta degli stessi. Allora si pensò che fosse giunto il momento di correre in aiuto di almeno cento milioni di essi. Un numero che rappresenta un mistero, come sostiene Meghna Abraham di Amnesty International, preso forse in prestito da un precedente progetto che si chiamava ‘Cities without Slums’ – ‘Città senza Baraccopoli‘. Sebbene 227 milioni di persone hanno lasciato le baraccopoli e i degradi della periferia – si legge in un recente rapporto delle Nazioni Unite – i “paria della società” che vi vivono oggi sono comunque aumentati di sessanta milioni. Forse per la grave crisi del sistema finanziario che ha colpito in tutto il globo, come affermato dal presidente del Fondo Monetario Internazionale? Sicuramente. Ma al Palazzo di Vetro deve essere sfuggito un altro parametro fondamentale: il naturale incremento della popolazione mondiale e, si sa, i poveri generano poveri. Secondo le stime di alcuni esperti, tra il 2015 (termine stabilito per il raggiungimento degli Mdgs) e il 2020, i numeri saranno praticamente raddoppiati e quelli che vivranno in condizioni di povertà estrema raggiungeranno quota 1,4 miliardi.

Dal pulpito delle Nazioni Unite, il Segretario generale Ban Ki-moon ha lanciato il suo sermone invitando i paesi ricchi a non far quadrare i propri bilanci a spese dei poveri. Perché nonostante i buoni propositi, la Spagna di Zapatero ha già ridotto il budget destinato al soccorso dei più poveri tanto per il 2010, quanto per il 2011 impegnandosi però a perseguire lo scopo di destinare lo 0,7 per cento del prodotto interno lordo (pil) alle politiche di sostegno (obiettivo già raggiunto dai Paesi scandinavi, Olanda, Belgio e Lussemburgo – mentre l’Italia è ancora sotto lo 0,1 per cento) e il Canada, addirittura, è in procinto di congelare del tutto l’erogazione degli aiuti per arginare il deficit che sta attanagliando nell’immobilismo il paese nordamericano.

A provocare disorientamento è stato l’intervento del presidente francese Nicholas Sarkozy (che si è ben guardato dal fare il minimo cenno alle espulsioni dei rom): “Perché aspettare? Siamo qui, decidiamoci!”. La sua proposta è quella di introdurre una sorta di Tobin tax, tassare cioè tutte le transazioni finanziarie (quelle speculative a breve termine in maniera più severa) destinando le entrate alla comunità più svantaggiate. Per chi è all’asciutto di economia le parole di Sarkozy, pronunciate con la giusta dose di passione, iniettano fiducia e speranza. PeaceReporter ha chiesto a Loretta Napoleoni, insigne economista, quanto sia fattibile la ricetta Sarkozy: “La Tobin tax, se applicata bene, è una tassa che funziona, ma sarà aggirata facilmente da chi è abituato a muoversi nei paradisi fiscali“. La condizione essenziale, perché possa parlarsi di Tobin tax – secondo Loretta Napoleoni – è che ci sia “trasparenza”. Bisognerebbe strutturare il tutto in modo tale che le transazioni avvengano alla luce del sole e non sottoterra a un livello nascosto. “Prima di arrivare a questo tipo di soluzione – continua l’economista – è necessario pensare, a livello comunitario, a una legislazione che imponga la trasparenza in certe operazioni e tenere a freno gli strumenti della ‘finanza creativa’”. “Bisognerebbe limitare il ricorso ai derivati, per esempio, che permettono di rendere ‘opachi’ i bilanci“. Quindi ancora una volta, solo belle parole impossibili da applicare nella pratica? – chiediamo alla Napoleoni -. “Ma sì, si tratta della solita propaganda politica. In realtà, la finanza è  avulsa dalla politica“, conclude l’economista lasciando sottendere che i politici non hanno gli strumenti e le competenze per controllare la finanza e che chi muove i capitali ha le mani completamente libere.

Nicola Sessa

Fonte: www.peacereporter.net

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