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Scuola elementare in USA

Bambini e ragazzi imparano mettendo mano alle cose. E se la cavano benissimo. Ma c’è un problema: gli adulti non sono affatto pronti. A partire dagli insegnanti.

Colloquio con Francesco Antinucci di Daniela Minerva

Francesco Antinucci é direttore della sezione Processi Cognitivi e Nuove Tecnologie del Cnr.

Sono trent’anni che studia come apprendono i bambini e da quando è tornato da Palo Alto, negli anni Novanta, si concentra sulla rivoluzione multimediale: i cosiddetti “nativi digitali”, insomma, sono il tuo pane quotidiano. Gli abbiamo chiesto allora di spiegarci il gap tecnologico, la distanza che c’è tra i ragazzini hi-tech e gli insegnanti alla lavagna se questo gap è destinato a diventare un abisso quando i “baby-touch” arriveranno sui banchi.

Come pensano i baby touch?

Non in maniera tanto diversa da come apprendono i loro fratelli maggiori, i nativi digitali: facendo esperienza lavorando con le cose. Per capire meglio, pensiamo a quando prendiamo in mano una nuova fotocamera, ad esempio. Pochi vanno a leggere il manuale riga per riga. La maggior parte di noi comincia a usarla, Poi sbaglia e si corregge, finché non ha imparato a fare delle belle fotografie. Se non facessimo esperienza diretta della nostra fotocamera potremmo solo sentirne parlare, apprenderemmo con dei manuali descrittivi. Gli esseri umani imparano in questi due modi: ma prediligono di gran lunga quello esperienziale. E i computer permettono di insegnare tutto in questo modo, e i nativi digitali affrontano il mondo in questo modo”.

Ma i touch screen hanno cambiato ancora il mondo dei bambini?

“Si perché un conto é interagire attraverso una tastiera o un joystick: in questo caso, la mia azione e mediata attraverso un dispositivo che a sua volta produce un effetto. Invece quando metto il polpastrello su uno schermo touch l’azione della mia mano è diretta, produce un risultato immediato“.

Insomma, lei dice che i ragazzi e ancor più i bambini apprendono mettendo mano alle cose. Gli insegnamenti sono pronti?

Assolutamente no. Loro concepiscono l’apprendimento come simbolico, fatto di cose dichiarative da imparare e saper ripetere. Invece l’apprendimento esperienziale porta al saper fare conoscere le cose ma non necessariamente al saper dire come si è arrivati a farle”.

La scuola insegna un sapere codificato. Ed la conoscenza di quei codici che noi chiamiamo sapere.

“La cultura che ha prodotto il modo in cui noi studiamo non è eterna, è collocata storicamente ed è anch’essa figlia di una tecnologia, la stampa. Prima non c’era questo tipo di scuola si apprendeva andando a bottega, quindi facendo esperienza. Bisogna stare attenti a non confondere la scienza e conoscenza con la lettura e la scrittura. Scienza e conoscenza dipendono dal pensiero, dalla modalità con cui ci rapportiamo alle cose. E a questo scuola non è affatto preparata”.

Ci sono però esperienze. Come quella che avete fatto a Trento.

“Sì, ci sono sperimentazioni che dimostrano senza ombra di dubbio che questa è la direzione in cui andare. Ma queste esperienze non si generalizzano: l’autorità scolastica dovrebbe riconoscere che, visto che è cambiato tutto, si deve cambiare sostanzialmente la didattica. Invece oggi le nuove tecnologie entrano in classe come sostituzione dell’esistente: si usano il computer e la lavagna elettronica per leggerci sopra e riprodurre le stesse cose che sono su carta. E questo non ha senso, ma finché non si spezza il triangolo infernale manuale, apprendimento di un codice e ripetizione di essonon c’è spazio per la tecnologia nella scuola. Così come non può cambiare nulla se gli insegnanti non accettano di rinunciare all’ex cathedra e di essere, di fatto, dei facilitatori che guidano il ragazzo nelle esperienze”.

Altrimenti?

“I ragazzi vivono fuori dalla scuola, e faranno le loro conoscenze cresceranno fuori. Così le altre fonti, veicolate da Internet, scavalcheranno la scuola mettendo a disposizione conoscenze e materiali adatti agli studenti, e purtroppo molte di queste fonti lo faranno male. Il risultato è che ci saranno grandi differenze tra chi si sa muovere, ha gli strumenti per farlo ed è in grado di discernere e chi, invece, sarà oggetto  passivo”.

E la scuola?

“Non dico che sparirà, ma finirà col perdere il ruolo che ha occupato in questi 200 anni. Diventerà sempre più irrilevante. Perché tutto l’universo dei bambini e dei ragazzi le sarà sempre più estraneo e loro la sentiranno sempre più estranea, costruendosi e sapere identità fuori di essa”.

Fonte: L’Espresso

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