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Gasdotto transafgano

E’ deciso: il famoso gasdotto transafgano – quello per realizzare il quale gli Stati Uniti hanno sostenuto i talebani negli anni ’90 e hanno poi, secondo molti, invaso l’Afghanistan nel 2001 – si farà entro il 2014.

Enrico Piovesana

Dopo anni di incertezze e trattative, lunedì ad Ashgabat, capitale dell’ex repubblica sovietica del Turkmenistan, i ministri energetici afgano, pachistano, indiano e turkmeno hanno firmato l’accordo quadro per la costruzione della gasdotto ‘Tapi’ (dalle iniziali dei quattro paesi coinvolti) entro la fine del 2014.

Una tubatura lunga 1.680 chilometri che trasporterà (a un ritmo di circa 90 miliardi di litri al giorno) il gas naturale estratto dai giacimenti turkmeni di Daulatabad attraverso l’Afghanistan occidentale e meridionale (Herat, Farah, Helmand e Kandahar) fino in Pakistan e in India.

Il gas verrà completamente captato lungo il suo percorso attraverso i tre paesi: ogni giorno, circa 14 miliardi di litri rimarranno in Afghanistan, 38 finiranno nei gasdotti pachistani e altrettanti in quelli indiani.

Il Tapi, quindi, non servirà a rifornire i mercati energetici occidentali, com’era previsto nel progetto iniziale della compagnia petrolifera californiana Unocal, che non includeva l’India e prevedeva che i gasdotto terminasse al porto pachistano di Gwadar, sul Mar Arabico, da dove poi avrebbe dovuto essere trasportato via mare.

Ma le compagnie petrolifere occidentali ci guadagneranno lo stesso, partecipando alla costruzione e alla gestione del gasdotto, finora sponsorizzato dalla dalla Banca per lo sviluppo dell’Asia (Adb), istituto finanziario internazionale controllato da Stati Uniti e Giappone. Il suo costo di realizzazione è calcolato attorno agli 8 miliardi di dollari.

Probabile il coinvolgimento dell’italiana Eni, non solo perché la compagnia di Paolo Scaroni è già il principale partner energetico occidentale del Turkmenistan per lo sviluppo dei suoi giacimenti, ma anche perché buona parte del tratto afgano del Tapi dovrebbe passare nel territorio sotto controllo militare italiano: la provincia occidentale di Herat.

Nonostante l’entusiasmo suscitato dalla firma dell’accordo di lunedì, l’effettiva realizzazione di questo gasdotto nel giro di quattro anni appare ancora un progetto al quanto velleitario, visto che le regioni afgane dove dovrebbe passare il tubo sono le più insicure del paese.

Il viceministro dell’Interno afgano, generale Munir Mangal, presente alla firma dell’accordo di Ashgabat, ha ostentato sicurezza, garantendo che le forze di sicurezza di Kabul saranno perfettamente in grado di proteggere il gasdotto da eventuali attacchi. Difficile credergli.

L’unica condizione che permetterebbe al tratto afgano del Tapi di venire costruito e di funzionare in sicurezza, sarebbe l’assenza della minaccia armata talebana. Ma questo accadrà solo se e quando i talebani saranno formalmente tornati al potere, se non a Kabul, almeno nelle province pashtun – ipotesi, quest’ultima, sempre più in voga a Washington.

Enrico Piovesana

Fonte: www.peacereporter.net

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