Home»Articoli»Certificati medici digitali, ecco perchè ancora non funzionano

Sanità

Martina Pennis

E’ possibile far viaggiare su una Lamborghini un Paese che fino a qualche giorno prima andava in 500? E’ la domanda che si è posto il vice presidente dell’Ordine dei Medici di Milano e Provincia, Roberto Carlo Rossi, mentre ragionava con noi sulla vicenda dell’invio telematico dei certificati di malattia. La questione ha tenuto banco nel periodo estivo ed è relativa al decreto, voluto dal Ministro Renato Brunetta, secondo il quale i medici devono inviare tramite posta elettronica all’Inps la certificazione dello stato di salute dei pazienti. L’entrata in vigore di un sistema di questo tipo, secondo quanto dichiarato dalla Pubblica Amministrazione, evita a 17 milioni di lavoratori pubblici e privati la fastidiosa gita in posta per spedire via raccomandata il documento e garantisce un risparmio annuo di circa 500 milioni di euro. E questa è la Lamborghini sulla quale il ministro Brunetta ha piazzato il Belpaese il 14 aprile 2010, data d’annuncio dell’inizio della fase sperimentale dei certificati di malattia telematici.

Il periodo di transizione si sarebbe dovuto concludere il 19 giugno e avrebbe dovuto mettere tutti i medici della Penisola in condizione di accedere a un programma rapido e funzionante per procedere con l’attività richiesta, pena il deferimento disciplinare o il licenziamento. La deadline si è rivelata in poche settimane eccessivamente ottimistica e ai primi di agosto la percentuale dei certificati smaterilizzatisi era ferma a un misero 3%. Brunetta, che ha individuato nella lentezza del processo di invio dei pin di attivazione dalle regioni alle Asl e ai medici competenti l’origine del problema, ha quindi posticipato l’entrata a regime del sistema a metà settembre assicurando che non ci saranno ulteriori rinvii.

Cosa è andato storto nei mesi di sperimentazione? E, soprattutto, una volta individuato il problema è possibile risolverlo entro metà settembre? Per provare a rispondere a questi quesiti ci siamo rivolti ai diretti interessati: i medici. Ed è così che è spuntata fuori la 500 sulla quale viaggia una categoria alla quale è stato chiesto da un giorno all’altro di sfrecciare alla velocità della luce.

L’intenzione è buona, è l’attuazione che è stata pessima. Non eravamo e non siamo pronti ad assolvere a una richiesta del genere”, ha dichiarato Rossi. Il sistema messo a disposizione, un software sviluppato da Sogei, “è lento, si blocca e nel mese di agosto è stato inaccessibile”, ha spiegato Rossi, sottolineando che questi problemi si sono riscontrati in un periodo in cui ad accedere al programma era una percentuale ridotta di professionisti e chiedendosi cosa accadrà quando i tentativi di utilizzo aumenteranno esponenzialmente. “I tre mesi di sperimentazione – ha aggiunto – non ci sono stati. L’inizio delle attività è risalente a inizio giugno, quando in teoria il 19 dello stesso mese si sarebbe dovuto concludere il collaudo”. C’è poi il problema della connessione a Internet: “Anche in Lombardia, regione all’avanguardia per lo sviluppo tecnologico, bisogna fare i conti con zone rurali il segnale è scarso o totalmente assente. I medici ubicati in questi luoghi sono ovviamente impossibilitati a procedere con l’invio. La soluzione studiata dal Ministero della Pubblica Amministrazione consiste un call center che sostituisca quando necessario, collegamento assente o visita a domicilio, il messaggio di posta elettronica. “Se anche una percentuale minima pari al 5% delle certificazioni dovesse avvenire telefonicamente (solo in Lombardia sono circa 30.000 al mese, ndr) servirebbe un call center di dimensioni irrealizzabili. L’unica possibilità sarebbe quella di ricorrere a un sistema automatizzato”. Sistema che, come il software, andrebbe testato per non rischiare di rendere il processo di invio del certificato troppo laborioso.

Alle incognite tecnice si affiancano questioni di natura etica, come quella della privacy. “E’ vero che le informazioni inviate ai server dell’Inps sono criptate – ha spiegato Carlo Rossi – ed è altresì vero che sarà necessario dare garanzie precise in merito alla protezione di dati che saranno esposti al rischio di attacchi informatici”. E questo non vale solo per i server dell’Inps: “I medici stessi dovranno dotare i loro dispositivi di adeguati sistemi di sicurezza per proteggere le informazioni relative ai certificati in questione”.

Alla 500 abituata a scarabocchiare su un foglio un’attestazione di malattia viene dunque chiesto, ricapitolando, di munirsi di connessione veloce e funzionante, di utilizzare un programma non ancora ottimizzato e di dotarsi di soluzioni avanzate per la protezione delle informazioni. Il tutto entro il 15 settembre. La strada da fare è tanta e il motore, trattandosi di una 500 e non di una Lamborghini, sbuffa.

Fonte: www.wired.it

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