Home»Diritti umani»Torna la pena di morte in Giappone dopo un anno di moratoria ufficiosa

La camera delle esecuzioni in un carcere di Tokyo. È la prima volta che il Giappone apre ai giornalisti la camera della morte. (Kyodo, Reuters:Contrasto)

In Giappone sono stati giustiziati due condannati per omicidio: è tornata dunque la pena di morte, per la prima volta sotto il governo del Partito Democratico (DPD) ed è così di fatto terminata una parentesi di un anno nell’applicazione delle sentenze capitali. Sul patibolo, sono finiti Kazuo Shinozawa, 59 anni, responsabile della morte di sei donne nell’incendio di una gioielleria nel 2009; e Hidenori Ogata, 33, condannato per aver ucciso la sua compagna nel 2003.

La notizia è stata accolta nell’indifferenza della popolazione locale, nella stragrande maggioranza (80% – n.d.r.) favorevole alla pena di morte, e tra lo sconcerto delle organizzazioni di difensori dei diritti umani, che hanno parlato di «brutto passo indietro». Di fronte alle critiche, il governo nipponico si è difeso negando motivazioni politiche nelle esecuzioni, realizzate esattamente un anno dopo l’ultima applicazione della pena capitale nel Paese, il 28 luglio 2009. Il Giappone è uno dei pochi Paesi industrializzati e democratici che prevede nel codice penale la pena di morte come pena estrema. Le due esecuzioni odierne hanno posto fine a una moratoria ufficiosa in vigore da quando è arrivato al potere il partito democratico, che ha vinto le elezioni dell’anno scorso e ha nominato al dicastero della giustizia un’avvocatessa progressista, Keiko Chiba, iscritta tra l’altro alla Lega Parlamentare contro la Pena di Morte.

Chiba, che finora non aveva firmato nessuna sentenza di morte e aveva chiesto prudenza ai giudici, era presente alle due esecuzioni, che in Giappone vengono realizzate sempre tramite impiccaggione, con l’aiuto di boia e senza testimoni. I detenuti nei «bracci della morte» delle prigioni giapponese (107 al momento) conoscono la data dell’esecuzione il giorno stesso e le famiglie vengono informate successivamente, il che è stato più volte al centro delle denunce delle organizzazioni civili. In una conferenza stampa, Keiko Chiba ha spiegato che si è trattato della prima volta che un titolare della giustizia presenziava a un’esecuzione e che lo ha fatto perchè -ha spiegato- «è mio dovere assistere al processo, considerato che sono la persona che lo ordina».

I due detenuti sono stati giustiziati nel centro penitenziario di Tokyo, una delle sette carceri giapponesi dove si può applicare la pena di morte e che Chiba ha intenzione di aprire alla stampa prossimamente. Dopo aver firmato le sentenze, la ministra della giustizia ha annunciato che creerà un comitato sull’applicazione della pena di morte in Giappone, un Paese dove più dell’80 per cento della popolazione la appoggia. «Sento la necessità che ci sia un dibattito serio sulla pena di morte», ha detto il ministro, che però non ha voluto parlare delle sue convinzioni personali sul tema. Le organizzazioni a tutela dei diritti umani speravano che l’arrivo di Chiba alla Giustizia, nel settembre scorso, portasse a una moratoria nell’applicazione della pena di morte, che aprisse la strada alla sua abolizione definitiva. Dopo aver applaudito ieri al giro di boa dell’anno senza esecuzioni capitali, Amnesty International ha dovuto manifestare il suo «profondo dispiacere» per la riattivazione della macchina della morte.

Fonte: www.lastampa.it

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