Home»Nonviolenza»Educazione»Se non son matti non li vogliamo: il disagio del docente diventa malattia

La scuola è finita

Maria Rosa Panté

Nella mia presentazione ho scritto insegnante, in realtà io sono stata insegnante e ottima (lo dico supportata dalle testimonianza dei miei alunni di allora, non tutti perché non sono perfetta, ma buona parte), dopo anni di dedizione a un lavoro che mi piaceva da matti (e matti è una parola chiave), dopo anni in cui ogni dolore, problema di un mio allievo era anche mio, dopo dolori, delusioni, ma anche gioie e soddisfazioni condivise coi ragazzi, ho cominciato a non poterne più.

Le classi erano sempre più numerose, i ragazzi sempre meno motivati ed educati (senza mai trascendere, non ho mai messo una nota in vita mia), il lavoro di insegnante sempre meno considerato, i miei metodi innovativi non sempre apprezzati… insomma dopo queste cose ho cominciato a stare male.

Insonnia, problemi gastrici, cefalee tensive, irritabilità, angoscia, desiderio, quasi come in trincea, di spararmi in un piede per stare a casa…

I ragazzi non li sopportavo più, non sopportavo le loro sfide adolescenziali, che chissà perché non indirizzavano nemmeno più alla famiglia (ora lo so perché, la famiglia già si disgregava), non sopportavo che mi dicessero “Prof. posso parlarle? Ho un problema”, non tolleravo che non mi ascoltassero se non a sprazzi quando io portavo loro la cultura: come si faceva a distrarsi davanti a Leopardi, a Dante, all’evoluzione del pensiero?

Insomma non li sopportavo, non c’era nessuno che mi potesse aiutare e mi sentivo terribilmente in colpa per le assenze (cui ero costretta dal mio medico), perché i ragazzi non mi piacevano più, perché non facevo il mio lavoro-missione con la devozione e l’impegno dei primi anni.

Era il classico burn out.

Di cui non sai nulla finché non sei già dentro mani e piedi, di cui non ti rendi conto finché i sintomi psicofisici diventano così fisici che devi cominciare a curarti: la depressione, il mal di stomaco, il mal di testa, la pressione alta e molte altre patologie (per fortuna non tutte mie!).

A me è accaduto circa 10 anni fa, ho precorso i tempi, allora fare scuola era più facile di oggi, ma si vede che io ero più fragile o più sensibile chissà. Forse ero solo più accorta, o avevo un medico più attento, le variabili sono tante. Il fatto è che ho affrontato subito il disagio, pensando che dovevo liberarmi della fonte del disagio ossia l’insegnamento, lo stare in classe coi ragazzi.

Ho fatto varie visite che dimostrassero i miei problemi (spesso umilianti, talvolta con medici competenti e gentili) e ora sono fuori ruolo per motivi di salute a tempo indeterminato (con sacrosante visite di controllo).

Ho talvolta nostalgia dell’insegnamento, ma mantengo contatti coi ragazzi attraverso progetti, teatro, biblioteca, concorsi, conferenze e essere di supporto ai colleghi è gratificante, mi rendo anzi conto che la mia esperienza di burn out e le mie parole talvolta sono un aiuto perché il disagio avanza, avanza inesorabile in quasi tutto il copro insegnante.

Incidentalmente dirò che il problema dei fuori ruolo è il rapporto coi dirigenti giacché non essendoci una legge precisa noi siamo un pò in balia dei dirigenti, non siamo carne né pesce, siamo insegnanti che non insegnano (un vero ossimoro) e spesso questo ci fa sembrare privilegiati o fannulloni o sfruttabili per qualsivoglia uso scolastico…

Ma questo è già il problema del dopo.

Ora il problema che voglio porre è proprio questo disagio, credo che fondamentale sia parlarne portarlo allo scoperto e fornire a docenti e dirigenti il modo per aiutare il docente scoppiato, perché un docente scoppiato fa male a se stesso, ma non fa nemmeno bene alla classe, ai ragazzi.

Il docente scoppia per fragilità personale certo, ma soprattutto perché il suo lavoro, che è un lavoro ormai sociale, di aiuto prima ancora che educativo e culturale, non viene riconosciuto come tale, come lavoro usurante e, se per medici e altre categorie c’è un supporto psicologico, in Italia questo manca, ma manca anche la presa di coscienza del problema.

Il che fa anche parte del gioco: se voglio demolire la scuola la cultura devo partire dagli insegnanti… Se agli occhi di un ragazzo l’insegnante appare come uno sfigato il gioco è fatto, la cultura perderà molta della sua importanza e la scuola perderà prestigio, portando a un circolo vizioso cui partecipano con entusiasmo anche molti genitori sempre pronti a difendere la loro prole.

C’è anche il concorso dell’impreparazione dei dirigenti di fronte al problema e anche dei colleghi.

In Francia ci sono cliniche specializzate, c’è lo psicologo per i docenti, in Italia la risposta al disagio (oltre alla rimozione) sono classi più numerose, demistificazione di cultura e scuola e rappresentazione del professore come lo sfigato, il poveraccio di turno.

Concludo dicendo che anche questo è un grave male della scuola italiana, forse uno dei peggiori e poco conosciuto, molti leggendomi penseranno alla solita malata immaginaria con problemi di olio gomito, pazienza, la testimonianza è importante, inviterei comunque queste persone a fare una settimana o un mese il lavoro dell’insegnante, magari in un professionale, con colloqui generali coi genitori, con consigli di classe, discussioni col ragazzo che non vuole studiare e ti insulta e madri chiocce che ti beccano quando attacchi il loro pulcino…che magari in realtà è già un avvoltoio che aspetta il tuo cadavere, professore, che passi soffocato nel fiume dell’indifferenza, della stupidità e dell’ignoranza.

Maria Rosa Panté

Ps.ricordiamo che per lo più nella scuola sono donne e che c’è la bella novità della pensione a 65 anni.

Ricordiamo che i tagli alla scuola colpiscono le tre fasce più deboli del paese: giovani, donne e del sud.

Fonte: www.agoravox.it

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