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Shopping in un ipermercato

Nel mondo dei consumi trionfanti, della corsa al furto e al privilegio sta tornando un bisogno di misura, di moderazione, di etica.

Giorgio Bocca

C’è un modo razionale, scientifico per prendere atto che la terra è troppo piccola per il numero crescente di uomini che ci vivono su. Il modo per esempio di Giovanni Sartori che scrive sul “Corriere” per informarci che se tutti consumassero i prodotti della terra come gli americani o i francesi o anche noi italiani, ci vorrebbero non uno ma tre pianeti come il nostro per sopravvivere. Ma questo modo scientifico, razionale, lascia, a quanto pare, il tempo che trova: leggiamo, ci pensiamo un attimo, ma dimentichiamo come se fosse passata una nube, un buio subito cancellato dallo splendore dei consumi trionfanti.

Forse più della ragione e della buona informazione conta l’arcano istinto di sopravvivenza per cui fra gli esseri umani va pian piano diffondendosi una crescente nausea per il consumismo dissennato, non certo fra chi deve vincere la fame e la sete, ma almeno fra noi dei paesi ricchi e spreconi.

Lo dico perché sono sazio e vecchio? Può essere, ma credo che ci sia altro, che fra i sazi vada diffondendosi o tornando un bisogno socratico o evangelico di leggerezza fisica e mentale, una nausea per questa soffocante abbondanza, un desiderio di magrezza che forse viene dallo spettacolo dell’umanità super sazia e ultra pingue visibile in qualsiasi bagno di folla televisivo: pance enormi, seni deformi, culi straripanti, esseri traballanti sotto il loro peso, ansimanti sotto i loro grassi.

Giovanni Sartori scrive che nei paesi ricchi la superficie bioproduttiva necessaria a mantenere i super consumi è ormai arrivata a 2,2 ettari a persona, ma anche chi non lo sa deve aver capito che c’è qualcosa di sbagliato in questa corsa a consumare pur di consumare, che l’uomo ha bisogno di cibo e di panni ma anche di leggerezza, non di restare soffocato, schiacciato sotto il numero e il peso delle cose.

Nel sonno della morale pubblica, nella corsa generale delle classi dirigenti al furto e al privilegio forse la nausea da consumismo può giocare il ruolo che in passato ebbero le religioni. Forse l’unico freno, l’unico rimedio alla follia consumistica degli uomini del fare e del consumare è il rifiuto dell’attivismo frenetico.

Una delle ragioni per cui dovunque nel mondo dei consumi trionfanti e della finanza divorante sta tornando un bisogno di misura, di moderazione, di etica è lo spettacolo indecente della società come l’hanno voluta e imposta gli adoratori del vitello d’oro. Filippo Ceccarelli ha scritto un saggio per Feltrinelli che ha per titolo: “La Suburra. Sesso e potere. Storia breve di due anni indecenti”. Ceccarelli è uno scrittore erudito e brillante, non un Savonarola o uno Jacopone da Todi, ma il ritratto della nostra società, dell’Italia come la vogliono gli uomini del fare e del rubare è quasi incredibile nella sua assurdità. Ci vuole molto a capire che la vita dei ladri, dei prosseneti, dei servi, dei ruffiani è una vita infame? Ci vuole molto a capire che far parte della Cricca ha un prezzo altissimo anche fisico, che i ladri come i mafiosi sempre in attesa di carcere o di vergogna hanno vita breve e disonorata?

Cresce la noia, il fastidio, la ripugnanza per la Suburra, per questa Italia miserabile per cui si aggirano come topi di fogna affaristi, avventurieri, profittatori. C’è qualcosa che viene prima della morale, prima del rispetto delle leggi, prima dell’onorabilità: il disgusto per la Suburra, cioè per la servitù agli appetiti, ai vizi più degradanti.

Ha ragione Ceccarelli. L’aggettivo giusto, calzante per questo tipo di classe dirigente è: indecente. Anche il demonio, anche i peccati mortali non possono superare il limite dell’indecenza, del gusto pessimo, del ripugnante.

Fonte: L’Espresso

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