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Gianfranco Fini

Gennaro Carotenuto

Qualcuno, perfino a sinistra, fa il tifo per Gianfranco Fini, non foss’altro che, come Bruto, avrebbe vibrato la prima coltellata a Cesare. Guardando i nomi degli oltre 40 parlamentari finiani (33 alla camera più una decina al senato) si vede però che più che la destra europea e moderna di “Fare Futuro”, quella degli Alessandro Campi e Sofia Alfano, è rappresentata un’accozzaglia di rautiani, qualche fascista non pentito, omofobi, cuori neri, tradizionalisti cattolici. E’ gente che a Fini deve la carriera più di quanto non la debba a Berlusconi ma che forse, le analisi politiche appaiono sottovalutarlo, più che andare “con Fini” va via “da Berlusconi”.

Li accompagnano altre schegge impazzite in uscita dal regime, come il fondamentalista liberale, ex-radicale, Benedetto Dalla Vedova. Il gruppone profila dunque non un’uscita dal PdL “da sinistra”, come invece molti credono, ma “da destra”, magari verso “La Destra”, ben più che verso un calderone centrista montezemol-rutellian-casinista che trovi una larga intesa col PD e magari poi accetti perfino Nichi Vendola come leader (il mondo dei sogni).

Lo strappo dei finiani non c’è stato sulla laicità o sui migranti, temi sui quali il Presidente della Camera ha a lungo solfeggiato lo spartito della destra moderna (a volte a sinistra dell’ectoplasma del PD incapace di posizioni originali), ma si è potuto consumare solo su una legalità declinata come legge e ordine.

Con cose banalissime i finiani si sono rifatti una verginità che il paese appare aver perduto per sempre. Sfonda una porta aperta Fabio Granata quando afferma che non potevano rimanere in un partito che ha come coordinatore in Campania un dirigente colpito da mandato di cattura come camorrista. Fa un’affermazione rivoluzionaria (sic) Gianfranco Fini quando dice che il garantismo non significa impunità. Ma da ben prima delle comiche finali e del predellino Fini e i finiani sapevano bene che Dell’Utri fosse un mafioso, Cosentino un camorrista, Berlusconi stia lì per le leggi ad personam e Bossi voglia sfasciare l’Italia. Eppure con questa gente hanno fondato un partito, vinto le elezioni, fatto un governo.

Anche senza negare i percorsi e le maturazioni personali, che si evincono per esempio da alcuni editoriali di Flavia Perina, chi sogna di costruire maggioranze future, magari solo “di transizione”, con i finiani potrebbe svegliarsi con amare sorprese.

Il profilarsi per la prima volta da trent’anni (bomba a Bologna, terremoto in Irpinia, Ciro Cirillo come spartiacque) di una pattuglia di destra legalista che inverte la deriva di rapina e di dissoluzione etica della nazione di quella parte politica con Berlusconi e già prima di Berlusconi, può essere comunque accolto come un fatto positivo. Lo è soprattutto tatticamente rispetto alla possibile caduta del regime berlusconiano.

Ma il campo politico, non solo la maggioranza, esce ulteriormente terremotato dalla novità. Siamo di fronte ad un panorama dove il solo punto fermo appare la Lega Nord. Né il PdL né il PD sono infatti ad oggi sicuri di avere un futuro come tali e solo la Lega ha progetto, forza, novità, purtroppo futuro. Un punto fermo che sta ispirando ad alcuni dirigenti del PD il piano suicida del rieditare la finzione della costola della sinistra garantendole il federalismo fiscale (qualunque cosa esso sia e qualunque sia il prezzo) in cambio di una seconda coltellata (mortale?) a Cesare. Chissà se ad oggi (allo stato attuale, farebbe dire La Russa a Berlusconi) il nemico prevalente è ancora Cesare e non sempre più Umberto. La ricerca di un nuovo accordo con la Lega per liberarsi di Berlusconi (e il berlusconismo che è in noi?) vuol dire non cogliere l’eversività weimariana della stessa ed eludere il problema della centralità di questa.

Intanto il bipolarismo, per chi ci credeva, è definitivamente abortito e il bipartitismo artificiale è rimasto nel mondo dei sogni del perdente con vocazione maggioritaria che condusse il PD alla rovinosa sconfitta del 2008. Né il maggioritario, né le liste bloccate, né svariate forme di premi di maggioranza sono riusciti a garantire governi stabili al paese. Nonostante ciò una legge elettorale infame e il controllo sostanziale da parte del regime del complesso mediatico rischiano in autunno o poco più in là (con o senza transizioni e larghe intese) di riconsegnare di nuovo il paese a Dell’Utri e Cosentino, Verdini e Gelmini.

L’illusione ottica delle larghe intese, il tatticismo del tutti dentro moderatamente, allungherà l’agonia del paese come ha testimoniato l’inciucio per l’elezione dei membri laici del CSM e in particolare di Michele Vietti. La sudditanza culturale della classe dirigente del PD al modello economico e il fatto che la classe dirigente (soprattutto locale) del partito si sia dimostrata non all’altezza politicamente e moralmente lo rende uno strumento di conservazione fino a vaneggiare (e come sennò?) nuove alleanze, una più centrista dell’altra. Come se Fini e i finiani fossero davvero usciti dal PdL “da sinistra”.

Fonte: www.gennarocarotenuto.it

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