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Social network

Una lista di vittime prescelte, tre omicidi: l’unica pista è il social network, che negli ultimi tempi è diventato un’appendice della cronaca nera

Alberto Tundo

Tra la Rete con le sue autostrade invisibili e un marciapiede sporco di sangue, la distanza si accorcia con un niente. Il caso colombiano delle misteriose morti annunciate su Facebook dimostra quante e quanto insospettabili possano essere le connessioni tra virtuale e reale, e confermano quanto la criiminalità sappia sfruttarle.

Il mistero di Puerto Asis. Quei tre omicidi erano passati quasi inosservati, inghiottiti dalle impressionanti statistiche sulla violenza in Colombia. Diego Ferney Elbert e Alejandro Ruiz sono morti il 15 agosto. Avevano 16 e 17 anni; viaggiavano su un motorino tra Puerto Caceido e Puerto Asis, nel distretto di Putumayo, nella Colombia meridonale. Cinque giorni dopo i sicari hanno freddato Norbey Alexander Vargas, 19 anni e ferito un altro sedicenne, Juan Pablo Zamorano Anacona. Tra la prima e la seconda esecuzione, però, è successo qualcosa; alle 4 del mattino del 16 agosto è comparso su internet un messaggio contenente una lista di ragazzi, tutti identificati per nome e cognome, e una minaccia raggelante: andatevene o sarete uccisi. Da internet era arrivato l’annuncio e dalla rete è arrivato anche l’indizio decisivo, indicato da un utente di Twitter: le tre vittime erano tutte presenti nella lista postata su Facebook, cui, nei giorni successivi, se ne sono aggiunte altre due. L’ultima lunedì sera, con i nomi di 31 ragazze con precedenti per prostituzione. E così, tracimando dal mondo virtuale, il panico ha preso forma nel mondo reale: in queste ore nei municipi di Puerto Asis, Puerto Caceido ma anche nel dipartimento di Narino, che confina con quello di Putumayo, è cominciato un esodo di probabili condannati a morte.

Il direttore della Policia Nacional, Oscar Naranjo, ha invitato alla calma e rassicurato la popolazione ma anche gli inquirenti hanno preso molto sul serio la minaccia, tanto che le indagini sono subito passate ai federali, che hanno messo in campo un’unità speciale, quella per i crimini informatici. Una squadra molto allenata perchè, a quanto pare, in Colombia la criminalità organizzata sta imparando a sfruttare le possibilità offerte da internet. Social network come Facebook e Twitter sono luoghi virtuali di aggregazione ma anche mezzi ideali per agganciare un target mirato. L’utenza ha una età media piuttosto bassa. Sono ragazzini e ragazzine influenzabili, facilmente recrutabili. Dei buoni hacker, inoltre, possono fornire ai cartelli o ai gruppi criminali tutte le informazioni sulle loro “prede”, studiare il loro menù di navigazione, capire chi sono e cosa vogliono. Ma la rete è utile, come dimostra quest’ultimo caso, anche per lasciare e lanciare messaggi: è più semplice, e molto meno rischioso, scrivere un post o far girare un elenco che imbucare una lettera o fare una telefonata.
Indagando, si scopre che
in Colombia la morte è stata annunciata su Facebook più di una volta e che a seguire il filo del social network si arriva lontano. Un’inchiesta pubblicata sul quotidiano El Tiempo de Bogotà ha rivelato che di recente altri episodi simili si sono verificati ad Arbelàez, nel dipartimento di Cundinamarca (Colombia centrale), e nella capitale del Narino, Pasto. Ma secondo utenti del posto che hanno urlato il loro sdegno su Twitter, nella sola Puerto Asis i morti annunciati su Facebook sarebbero già una ventina.

Sempre dal celebre social network, lo scorso dicembre, erano arrivate minacce di morte per il figlio del presidente della Colombia, Alberto Jeronimo Uribe, ma in quel caso si era mossa addirittura l’Fbi per identificare gli autori del messaggio. E sempre via Facebook è stato preannunciato l’omicidio del candidato alle presidenziali, Antanas Mockus, del Partito Verde. La rete, però, è stata anche un mezzo per avvicinare la vittima. Un caso ha scosso l’opinione pubblica del Paese, quello di Ana Maria Chavez, una ragazza di 19 anni assassinata a settembre nell’appartamento di Bogotà che divideva col fratello, in quel momento negli Stati Uniti per un master. Inspiegabile l’omicidio per i parenti ma anche per la polizia. Fino a quando non si è deciso di passare al setaccio i suoi duemila contatti su Facebook. La pista era buona: così è stato identificato un primo sospetto. Con Google, gli amici sono riusciti a procurarsi anche gli estremi della sua carta di identità. Catturato a Medellin, otto ore di treno dalla capitale, il ragazzo ha confessato di aver ucciso Ana Maria insieme ad un suo amico. L’avevano conosciuta due giorni prima sul social network. Lei aveva li aveva invitati a casa sua perché non poteva immaginare che i due l’avrebbero rapinata e uccisa. Sono stati condannati a 25 anni di carcere e a una multa di 130 milioni di pesos. Che la rete faccia perdere ogni traccia è un mito ma in Colombia qualcuno ci crede ancora.

Alberto Tundo

Fonte: www.peacereporter.net

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