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L’India contro Lancet: “Non è nato qui”

Escherichia coli - Photo: Eric Erbe

Un gruppo di ricercatori inglesi ha individuato un ceppo di microrganismi che resiste a ogni classe di farmaci e che si sta diffondendo in tutto il globo. E afferma: “La culla del superbatterio è l’India”. Sotto accusa l’uso scorretto degli antibiotici e il “turismo medico”. I parlamentari di Nuova Delhi: “E’ una cospirazione delle case farmaceutiche”.

Giulia Belardelli

Qualche decennio fa sembrava quasi conclusa la lotta alle malattie infettive: dopo lo sviluppo di diverse famiglie di farmaci, era opinione diffusa che per i batteri non ci fosse più scampo. Adesso invece è chiaro che non è così. Come in una guerra, i microrganismi si sono armati di scudi potenti e sono tornati a far paura come un tempo. Il motivo principale di questa loro evoluzione è la pressione selettiva a resistere agli antibiotici, vale a dire l’estremo tentativo di non farsi uccidere da nuove classi di farmaci. I cosiddetti “superbatteri” appartengono soprattutto alla categoria dei Gram-negativi, i cui ceppi più resistenti sono da varie parti considerati una minaccia per la salute pubblica globale.

L’ultimo allarme arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Lancet Infectious Diseases, una delle voci più autorevoli nel campo delle malattie infettive. La ricerca, dal titolo “Emergenza di un nuovo meccanismo di resistenza agli antibiotici in India, Pakistan e Regno Unito”, riporta dell’isolamento di ceppi di enterobatteri (microrganismi che popolano l’apparato digerente) resi resistenti a gran parte dei farmaci “grazie” – si fa per dire – all’opera di un gene di origine indiana.

Ma la pubblicazione non è passata inosservata e subito ha innescato le polemiche. Dall’India sono intervenuti diversi deputati e lo stesso ministro della Salute. Lo studio, che inivudua nel paese asiatico la ‘culla’ di un nuovo superbatterio resistente agli antibiotici, secondo i parlamentari sarebbe frutto di ‘una cospirazione’ delle multinazionali farmaceutiche.  “E’ scorretto legare questo virus all’India – ha affermato il ministro della Salute indiano in un comunicato – questa variante può essere contratta in qualunque paese del mondo”. Lo studio aveva esaminato 50 casi di infezione dovuta al batterio in Gran Bretagna, diversi dei quali erano stati trovati in persone che erano andate in India per sottoporsi a interventi di chirurgia estetica a basso costo.

“Noi rifiutiamo l’idea che gli ospedali indiani non siano sicuri per i turisti sanitari“, si legge ancora nel comunicato, mentre un membro del parlamento indiano citato dalla Bbc è ancora più esplicito: “L’India sta emergendo come una destinazione per il turismo medico – afferma – e questo tipo di notizia potrebbe far parte di un sinistro disegno delle multinazionali farmaceutiche“. Con il termine “medical tourism” o “medical travel” ci si riferisce a un fenomeno in crescita nel Regno Unito e non solo, ovvero la tendenza a viaggiare in paesi asiatici per sottoporsi a operazioni chirurgiche o trattamenti estetici senza liste d’attesa e a prezzi contenuti.

Il gene su cui si concentra la ricerca di Timothy R. Walsh, professore alla Cardiff University, e colleghi è chiamato New-Delhi-Metallo-1 (Ndm-1) ed è stato caratterizzato per la prima volta proprio in India. Già l’anno scorso il gruppo di Walsh aveva analizzato il caso di un paziente rimpatriato in Svezia dopo essere stato ricoverato in un ospedale di Nuova Deli. “Il paziente – spiegano gli autori – era colonizzato dai batteri Klebsiella pneumoniae ed Escherichia coli mutati con il gene Ndm-1”. E’ proprio la proteina codificata da questo gene (una metallo-beta-lattamasi) ad aver reso i batteri straordinariamente resistenti anche ai carbapenemici, ossia gli antibiotici di ultima generazione. Tale proteina, infatti, si discosta molto dalla “famiglia d’origine” che costituisce il bersaglio dei carbapenemici, ed è quindi completamente immune a questi farmaci.

Ad allarmare i medici di tutto il mondo è soprattutto la rapidità con cui questi ceppi si stanno diffondendo in diverse parti del globo. Il gruppo di Walsh, infatti, ha individuato oltre cento casi tra India, Pakistan e Bangladesh e 37 pazienti infetti nel Regno Unito. In particolare, fra i casi d’oltremanica 17 avevano viaggiato nel subcontinente nel corso dell’ultimo anno e in 14 erano stati ricoverati in un ospedale locale; per alcuni si trattava di situazioni d’emergenza, per altri di una precisa scelta di “turismo medico”. E’ proprio questa abvitudine, unita alla sempre maggiore frequenza dei viaggi intercontinentali, a far sì che questi ceppi non solo si diffondano su scala mondiale, ma siano più propensi a “incontrare” altri superbatteri. In tal senso, il timore dei ricercatori è la comparsa di microrganismi omni-resistenti pressoché invincibili.

L’aumento della farmacoresistenza nei batteri Gram-negativi è dovuto principalmente a geni “mobili” che si trovano sui plasmidi. Questi ultimi sono piccole molecole di Dna batterico che di norma contengono geni la cui attività è essenziale solo in determinate condizioni. Proprio per questo, i batteri hanno sviluppato diversi meccanismi per “passarsi” i plasmidi tra loro, così da sopravvivere anche in condizioni altrimenti proibitive. Facendo l’esempio del corpo umano, i microrganismi che riescono a “inventarsi qualcosa” sono gli unici a superare l’attacco – combinato, e dunque solitamente vincente – di sistema immunitario e antibatterici.

Una nuova era? In molti si stanno chiedendo se la scoperta dei superbatteri segni l’inizio di un’era “post-antibiotica”. La risposta a questa domanda oscilla tra punte di ottimismo e pessimismo, com’è tipico di ogni fase di incertezza nella ricerca scientifica. Un fatto certo, spiega Walsh, è che “gli enterobatteri mutati con l’enzima Ndm-1 sono altamente resistenti a molte classi di antibiotici e potenzialmente annunciano la fine dei trattamenti con β-lactami, fluoroquinoloni e amino glicosidi: le principali classi di antibiotici utilizzate per combattere le infezioni Gram-negative”. Da qui però non bisogna trarre conclusioni affrettate. Come hanno mostrato i ricercatori, infatti, questi ceppi sono ancora sensibili ad alcuni farmaci (colistina e tigeciclina).
In ogni caso, tutti concordano su un aspetto: l’importanza di
diffondere una cultura ragionata dell’antibiotico. Da questo punto di vista, un corretto uso dei farmaci (sempre supervisionato dai medici) e l’osservazione di procedure di sterilizzazione più accurate negli ambienti clinici-ospedalieri potrebbero essere sufficienti a contenere lo sviluppo dei superbatteri, soprattutto in quelle parti del mondo in cui l’educazione medica dei pazienti non è ben radicata.

La ragione per cui paesi come l’India, il Pakistan e il Bangladesh sembrano essere terreni particolarmente fertili per il gene Ndm-1 può essere trovata, suggerisce Lancet, nell’utilizzo poco oculato degli antibiotici tra la popolazione locale. Nel suo studio Walsh cita un editoriale apparso sul Journal of Association of Phisicians of India a firma dell’esperto in malattie infettive Abdul Ghafur, emblematicamente intitolato: “Annuncio mortuario – sulla morte degli antibiotici!”. Ghafur spiega come in India sia sempre più diffusa la somministrazione di antibiotici senza prescrizione medica, il che ha portato a una pressione selettiva molto forte e destinata, a meno di interventi appositi, a crescere ulteriormente. In un mondo sempre più piccolo e connesso, insomma, non ci resta che sperare – e agire – affinché il corretto uso di farmaci e antibiotici diventi anch’esso globale.

Fonte: www.repubblica.it

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