Home»Foto»Sudafrica: “Ne è valsa la pena?” Intervista a Hellen Zille

Hellen Zille con il presidente Jacob Zuma - Foto: minnpost.com

Emanuela Citterio

«Non lo so». Fra tutte le risposte possibili, è l’ultima che ti aspetti da un politico. Soprattutto quando si chiama Hellen Zille, a capo del principale partito di opposizione in Sudafrica (Da, Democratic Alliance), premiata nel 2008 come miglior sindaco del mondo e ora presidente della provincia di Western Cape. Una donna paragonata per la sua determinazione ad Angela Merkel e, da qualcuno che guarda al passato, a Margareth Thatcher. «Valeva la pena per il Sudafrica spendere 33 milioni di dollari per ospitare la World Cup?» è la domanda che le ho fatto per Unimondo.

I suoi sostenitori di lingua inglese la definiscono outspoken, una che non la manda a dire a nessuno (soprattutto al nuovo presidente del Sudafrica Jacob Zuma), forte della sua storia da attivista anti-apartheid e della credibilità che si è guadagnata sul campo mettendo mano ai problemi sociali. Per i suoi detrattori invece è Lady White, la “signora bianca”: i militanti della Lega giovanile dell’African national congress sono arrivati a definirla «razzista» e «sessista».

Sta di fatto che Hellen Zille, nata a Johannesburg da genitori ebrei scappati dalla Germania nazista, sta conquistando sempre di più il voto dei neri in Sudafrica, sottraendo terreno all’Anc di Jacob Zuma. Prima ha conquistato Cape Town, città che ha amministrato fino al 2009, ora è premier di Western Cape, una delle nove province del Sudafrica. Durante l’apartheid ha militato nelle “Black Sash”, il movimento nonviolento di donne bianche che si opponevano alle leggi razziste del regime, per poi passare all’impegno sociale nelle townships e diventare membro di organizzazioni non governative come Independent Media Diversity Trust e Open Society Foundation. Oggi applica alla politica il metodo imparato lavorando con la società civile: è stata lei l’anima della Cape Town Partnership, un comitato formato da rappresentanti di istituzioni pubbliche, aziende e ong che ha cambiato il volto del centro di Città del Capo. La incontriamo nel suo ufficio a Wale Street: è appena tornata da un incontro con un comitato locale con il quale ha discusso di un progetto sociale che utilizza il calcio.

Valeva la pena per il Sudafrica spendere 33 miliardi di dollari per ospitarle la World Cup?

Non lo so. Bisogna vedere cosa accadrà dopo i Mondiali. Se il mondo avrà acquistato una percezione diversa del Sudafrica, se cadranno gli stereotipi e la caricatura per rivelare un Paese moderno e capace, con una tecnologia all’avanguardia, allora si potrà dire che ne è valsa la pena. Non so se le partite possono giustificare un investimento enorme come quello che è stato fatto dal nostro governo. Quello che resterà saranno le infrastrutture e i cambiamenti abbastanza radicali che sono stati fatti nelle nove città che hanno ospitato il torneo. E questo è un piccolo passo nella giusta direzione.

Con tutte le difficoltà quotidiane che i sudafricani vivono nelle townships, c’è chi sostiene che questo denaro poteva essere speso in un modo diverso, per migliorare i servizi a vantaggio dei più poveri. Cosa ne pensa?

Il punto è capire qual è il ruolo dello Stato. Se il suo ruolo è espandere le infrastrutture, i diritti e le opportunità in modo che le persone possano esprimere in modo pieno le proprie capacità, allora posizionare il Sudafrica come un Paese che “può fare” e come una moderna democrazia che attrae capitali e capacità che sa trattenerli e svilupparli può essere il modo migliore per servire i poveri.

È vero che quando è diventata sindaco di Cape Town ha contrattato con il chiedendo che, oltre allo stadio, venisse costruito un nuovo quartiere di case popolari?

Quando sono diventata sindaco il punto non era decidere se ospitare o no la World Cup. Un accordo era già stato fatto e bisognava ricavare il meglio da esso. Ed è quello che ho provato a fare.

È riuscita alla fine a ottenere che il governo contribuisse alla costruzione di una public housing area?

Costruiamo case popolari in continuazione. Quest’anno ne abbiamo costruite novemila qui a Cape Town. Non è in alternativa al fatto di ospitare la Coppa del Mondo.

Prima di entrare in politica lei è stata molto attiva all’interno della società civile, lavorando con associazioni e ong. E’ vero che ha applicato il metodo imparato in quegli anni alla politica?

Nella mia vita la lotta per i diritti a livello di società civile ha avuto molto spazio. E ne ho tratto la convinzione di fondo che il ruolo del governo e dei partiti è garantire che le persone possano esprimere i propri diritti e potenzialità limitando il potere dello stato e dei politici nell’intervenire in questa sfera. Collaborare con le ong e la società civile nel governo del territorio è una parte fondamentale del mio modo di fare politica.

Alcuni esperti dicono anche che il suo è un “modo femminile” di fare politica, che punta sull’inclusione e sulla negoziazione, fatto di piccoli passi concreti. È d’accordo?

Non so se si tratta di un modo femminile. Me lo lascia dire: ho molte qualità. So essere provocatoria e posso essere molto accomodante. Posso negoziare e a un certo punto mettere una linea di non ritorno. Dipende dal contesto, da quello che è appropriato e dà risultati in un certo contesto. Alcuni politici molto flessibili leggono la situazione in cui si trovano e applicano il metodo più adatto per ottenere i risultati migliori. Io penso di avere ottenuto questi risultati.

La Cape Town Partnership: come le è venuta l’idea di creare una partnership pubblico-privata e non profit per governare la città?

L’idea è nata alla fine degli anni Novanta. A quel tempo ci trovavamo in una situazione nella quale il centro della città si stava degradando in modo molto veloce. Così abbiamo deciso di creare una partnership fra le istituzioni, i privati e le ong in modo che ciascuno desse il suo contributo per risolvere i problemi. In questo modo siamo riusciti a cambiare in modo radicale il volto del centro città rendendolo moderno e vivibile, e ad abbattere il tasso di criminalità del 90%. Il settore privato ha avuto un ruolo molto importante nel raggiungere questo traguardo, perché spesso le istituzioni non hanno la flessibilità per intervenire in modo rapido su problemi particolari.

Pensa che questo metodo sia utilizzabile anche a livello provinciale e nazionale?

Ha funzionato molto bene a livello municipale e nel centro città, ora dovrebbe innanzitutto essere replicato nei sobborghi e nelle townships ed è quello che stiamo cercando di fare. Non so se funzionerebbe a livello nazionale.

Qual è il suo giudizio del primo anno di presidenza di Jacob Zuma? Si aspettava il suo cambiamento di approccio rispetto al problema dell’Aids? (Lo scorso aprile Zuma si è sottoposto al test dell’Hiv e ha annunciato il lancio di una nuova campagna di prevenzione in tutto il Paese, ndr).

Quale cambiamento? Bisogna distinguere fra quello che dice e quello che fa. Il presidente continua a fare sesso con molteplici partners. E le azioni sono più eloquenti delle parole. L’unico modo per combattere l’Aids è andare alle radici del problema, cioè cambiare i comportamenti. Il sesso non protetto con molteplici partners è la radice del contagio e se il governo non affronta questo punto e non cambia la cultura non si farà molta strada. E il presidente in questo senso non è un buon esempio.

Nelle ultime elezioni i risultati della Democratic Alliance sono andati sempre crescendo, in un Sudafrica dove l’Anc domina incontrastato. Quale sarà il vostro messaggio per le prossime elezioni?

Un governo migliore. In Sudafrica bisogna che ci sia una reale alternanza, uno scenario politico realmente multipartitico. Per quanto ci riguarda siamo molto contenti di aver raggiunto il 16,6% nelle ultime elezioni, stiamo crescendo sempre di più e crediamo che questo sia un bene per il Paese.

Sono passati 16 anni dalla fine dell’apartheid. Quali sono le sfide sociali e politiche?

A livello sociale c’è bisogno di ricostruire il sistema scolastico. Dobbiamo innescare un cambiamento fare in modo che le ragazze non lascino la scuola all’età di tredici anni perché rimangono incinte ma riescano a completare la loro educazione. Questo significa innescare un cambiamento culturale. Dobbiamo per esempio fare in modo che gli uomini paghino il mantenimento dei figli avuti al di fuori del matrimonio.

Però lei è stata criticata per avere nominato un gabinetto di soli uomini nel suo governo…

Ho scelto le persone che ritenevo le migliori per fare questo lavoro. Molte donne hanno fatto la scelta di andare di candidarsi nel parlamento nazionale invece che in quello della provincia lasciandoci meno possibilità di scelta, e non le critico: ognuno ha il diritto di fare le scelte che crede migliori. In Sudafrica ci sono donne in politica che occupano posizioni molto alte. Non credo però nelle quote rosa. Sono convinta che bisogna innalzare il livello di istruzione e le opportunità per le ragazze. Quando questa base si sarà rafforzata saranno loro stesse a emergere nella vita politica e sociale. Allora non ci sarà più bisogno di bilanciamenti artificiali perché le donne emergeranno da loro. Per risponderle, sono molto rilassata riguardo a questa faccenda. Mi interessano i risultati.

Secondo alcune statistiche in Sudafrica vivono circa tre milioni di immigrati da altri Paesi africani. Nel 2008 le violenze xenofobe commesse da sudafricani neri contro altri neri provenienti da Paesi vicini ha causato 60 vittime in pochi giorni e ora si teme posano riesplodere alla fine dei Mondiali. Come può essere affrontato questo problema?

Il punto è questo: il sistema fiscale del Sudafrica non può supportare questo flusso di persone provenienti da altri Paesi dell’Africa subshariana. Gli immigrati di cui stiamo parlando sono rifugiati, persone che scappano dai loro Paesi perché i loro diritti sono distrutti, perché patiscono violenza e discriminazione. La maggior parte di loro arrivano dallo Zimbabwe. Non ci si sofferma abbastanza sul problema politico del fallimento dello Stato in Africa. Si tratta di un problema enorme che il Sudafrica non può risolvere per tutto il continente, non ne ha le forze. Nelle comunità più povere delle nostre città c’è competizione per le risorse e sono scoppiati episodi di violenza xenofoba, che sono da condannare. Ma è necessario considerare e affrontare il tragico fenomeno del fallimento dello Stato in Africa, altrimenti non faremo alcun progresso.

Molti immigrati vivono in baracche e accampamenti qui in Sudafrica. Come può essere affrontato il problema?

Facciamo fatica ad affrontare il problema della casa per la nostra gente! Abbiamo 5 milioni e mezzo di persone registrate che pagano le tasse in Sudafrica. E 13 milioni di persone che vivono di sussidi statali. Questo è il problema! Questo è il cuore del problema! Se fosse l’opposto, se avessimo 13 persone che pagano le tasse e 5 milioni di assistiti sarebbe diverso. Ma la situazione è questa.

C’è chi dice che la Coppa del mondo abbia beneficiato i ricchi e non i poveri in Sudafrica. Qual è la sua opinione?

Non penso che gli interessi dei ricchi e dei poveri si escludano reciprocamente e automaticamente. Se ci sono dei servizi per i poveri è perché ci sono altre persone che pagano le tasse. La ragione per la quale molti poveri vengono a vivere a Cape Town è anche perché qui c’è una robusta classe media che paga le tasse e in questo modo le istituzioni possono garantire dei servizi anche a chi non ha un lavoro. Se hai una base di capitale e competenze puoi fare qualcosa anche per le persone più povere. Se sulla spinta dei Mondiali si creerà una piattaforma di benessere e di sviluppo economico sarà un bene per tutti.

Emanuela Citterio (inviata di Unimondo in Sudafrica)

Fonte: www.unimondo.it

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3 Responses to "Sudafrica: “Ne è valsa la pena?” Intervista a Hellen Zille"

  1. Matteo Della Torre   16 luglio 2010 at 10:30

    In Schindler List il protagonista, nel finale del film, si disperava per non aver venduto la sua spilla d’oro col simbolo nazista per salvare un altro prigioniero ebreo destinato ad Aushwitz. Condivido la sua riflessione.

  2. Uranio Mazzanti   16 luglio 2010 at 10:14

    Credo che il pragmatismo non disgiunto da passione della Signora Zille, che emerge da questa intervista potrebbe essere un buon esempio per i “nostri” sedicenti politici.
    In particolare il riferimento alle quote rosa artificiali e il rapporto tra una middle class che paga le tasse e la possibilità concreta di offrire servizi sociali ai non abbienti.
    Credo che il mondo “occidentale” debba cambiare atteggiamento verso l’Africa che può offrire una grande opportunità di comprensione e di “revisione”.
    Non ho mai amato il “pallone” e il mondo di “nulla mischiato con niente” che ci gira attorno ma questa accezione di apertura verso una possibile importante “comunicazione” la trovo bella e importante.
    Certamente si tratta di possibile efficacia a bassa efficienza ma non in tutti i contesti deve essere l’efficienza a prevalere ….vi ricordate la scena finale di Schindler List dove il protagonista si rammaricava di non aver avuto la possibilità di venderde non ricordo cosa per poterne salvare ancora UNO….?

    Uranio

  3. DOMENICO PILEGGI   13 luglio 2010 at 14:03

    PUO’ SEMBRARVI RETORICA ,MA IL SORRISO DI N.MANDELA VALEVA MOLTE VOLTE LA SPESA!IO LA PENSO COSI’ E MI HA ADDOLORATO CHE QUEL SORRISO FOSSE STATO OFFUSCATO PER LA PERDITA DELLA SUA BISNIPOTE!

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