Home»Ecologia»Agricoltura biologica»Bio vs. Ogm: uno a uno

Arancia OGM

Manuela Florio

Difficile inquadrare lo stato dell’arte degli OGM in Europa. Di certo c’è che qualcosa (purtroppo) si muove.

L’associazione ambientalista Greenpeace si mobilita e fa sapere che: “La Commissione europea ha da poco autorizzato la coltivazione della patata OGM in Europa, privilegiando così i profitti della lobby biotech rispetto alle preoccupazioni dell’opinione pubblica” e prosegue nel suo appello: “Secondo la maggioranza degli europei occorrono maggiori informazioni prima di cominciare a coltivare alimenti che possono minacciare la nostra salute e il nostro ambiente. Raccogliendo un milione di firme, i cittadini europei possono chiedere ufficialmente alla Commissione europea un futuro libero da OGM”. Un invito che accogliamo.

Si sa che l’introduzione sul mercato del primo Organismo Geneticamente Modificato risale a 15 anni fa quando si sperimentò il pomodoro Flavour Savour studiato per avere una più lunga “vita da scaffale”, ma anche che non ebbe molto successo tra i consumatori, salvo poi finire tra i mangimi animali nei paesi senza l’obbligo di etichettatura degli OGM. Perché insistere?

Finora in Italia è prevalso un saggio scetticismo, soprattutto da parte di quegli agricoltori che si preoccupano della tutela del territorio, dell’ambiente e della biodiversità, tre ambiti che rischiano di restare seriamente compromessi dall’introduzione delle coltivazioni transgeniche. Tra i pericoli più temuti ci sono le conseguenze sull’ambiente dell’uso smodato di alcuni erbicidi, i pericoli del monopolio di grandi multinazionali su ciò che coltiviamo e mangiamo e l’assoluta ignoranza sulle eventuali ripercussioni a lungo termine sulla salute dei cittadini.

Il fatto che l’Unione Europea abbia autorizzato la coltivazione della patata Amflora, tubero destinato all’industria della carta, della colla o tessile, non significa che il nostro Paese debba per forza aprirsi agli OGM. Finora 16 regioni, 41 province e 2.446 comuni italiani si sono dichiarati antitransgenici. Tra questi, molti sono agricoltori biologici che si battono per la difesa delle loro coltivazioni che devono necessariamente essere libere da OGM, come stabilito dalle normative europee emesse nel 1999 in merito alle produzioni e agli allevamenti biologici. Ben sapendo che il rischio è quello di finire come la Spagna dove, dopo l’introduzione massiccia del mais transgenico, gli agricoltori biologici hanno subito ingenti danni economici dovuti alle inevitabili contaminazioni, una minaccia anche per l’Italia dove “non ci sono barriere naturali sufficienti a proteggere le coltivazioni biologiche”, come afferma Carlo Petrini di Slowfood.

L’unica certezza è che prodotti OGM e prodotti biologici non potranno mai convivere. Al punto che il nuovo marchio biologico UE che dal primo luglio 2010 dovrà essere apposto su tutti i prodotti nazionali bio confezionati, sarà autorizzato solo se sarà verificata la totale assenza di OGM in tutti i processi di lavorazione.

Una garanzia in più per il consumatore che, da tale data, troverà anche indicato il numero di codice dell’organismo di controllo del biologico e il luogo di origine delle materie prime per quanto riguarda almeno il 95% degli ingredienti. Bisognerà invece aspettare il 31 dicembre 2013 per conoscere anche la provenienza del lievito.

Per saperne di più AIAB (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) ha attivato un numero verde 80022122009 per incrementare, fino al 2012, la conoscenza e la promozione delle produzioni biologiche, al quale si aggiunge borsabio.it il portale con un intero database aggiornato sui produttori bio autorizzati.

Fonte: www.eurosalus.com

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