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Agricoltura Africa

Alberto Tundo

La speranza di eliminare o ridurre in maniera consistente la malnutrizione e la denutrizione, che in Africa sono ancora piaghe molto dolorose, passa attraverso i campi. Quegli stessi campi che da diversi anni danno sempre meno frutti. I leader africani avevano identificato nell’agricoltura il settore strategico, l’unico in grado di mettere in moto un meccanismo di crescita economico e sociale ma devono essersene dimenticati, perché recenti studi indicano che l’Africa questa sfida la sta perdendo.

L’agricoltura in Africa sta vivendo un declino preoccupante, un declino che gli analisti misurano in termini di produttività e quote di mercato e che ha alla base una contrazione delle risorse economiche investite dai governi in questo settore. Non si tratta di un fenomeno nuovo. Negli ultimi anni, l’allarme è risuonato più volte. Il Forum for Agricultural Research in Africa (Fara) ma anche la Fao hanno già segnalato questo trend. Pochi giorni fa l’autorevole International Policy Research Institute (Ifpri), think tank di Washington, ha pubblicato un rapporto intitolato Halving the Hunger, dimezzare la fame, un titolo che fa esplicito riferimento a uno degli obiettivi che le Nazioni Unite si erano date nel piano d’azione intitolato Millennium Development Goal. L’impegno era di dimezzare il numero delle persone che soffrono la fame nel mondo entro il 2015. E l’Africa, dove questo dramma assume proporzioni inquietanti (ne soffre il 29 per cento della popolazione), è in grave ritardo, l’Ifpri si spinge addirittura a parlare di “deragliamento”. Le cifre raccontano molto bene questo declino. Si prenda la quota di mercato dell’agricoltura africana, passata dal sei al due per cento nel giro di trent’anni. Un autogol incomprensibile, se si pensa che in Africa l’agricoltura assorbe qualcosa come il 70 per cento dell’intera forza lavoro. E’ un settore centrale ma resta marginale nelle agende dei policy maker locali. Una prova viene dal fatto che gran parte degli stati del continente è clamorosamente indietro anche rispetto ad un altro obiettivo particolarmente importante, che i Paesi africani si erano dati a Maputo nel 2003, firmando una dichiarazione con la quale si impegnavano a portare al 10 per cento la quota del Pil stanziata per l’agricoltura. Nella capitale del Mozambico era stato adottato quello che gli addetti ai lavori conoscono come Comprehensive Africa Agricolture Development Programme (Caadp), in buona parte rimasto lettera morta. A distanza di sette anni, solo uno sparuto gruppo di stati sembra aver implementato la parte relativa all’entità degli stanziamenti: Etiopia, Burkina Faso, Mali, Ghana, Senegal, Niger, NIgeria e Malawi. Nel complesso, però, l’Africa sta facendo poco, molto meno di quello che fanno Asia e America Latina. Alcuni dati, contenuti in un altro rapporto dell’Ifpri risalente all’aprile dell’anno scorso (Public Spenditure for Agricolture in Africa: Trends and Composition) aiutano a farsi un’idea della realtà: nel 2005 gli stanziamenti per l’agricoltura ammontavano, nell’intero continente, a meno di 300 miliardi di dollari. Nello stesso anno, i Paesi asiatici avevano stanziato qualcosa come 3100 miliardi e poco meno di mille l’America Latina. Il risultato è che per ogni ettaro coltivato, in Africa si ricavano due tonnellate di grano; sulla stessa superficie in India le tonnellate raccolte diventano quattro e addirittura otto in Cina. Sono cifre allarmanti, se lette avendo accanto le proiezioni sui prossimi cambiamenti demografici. Nel 2050, la popolazione mondiale raggiungerà i nove miliardi e il continente nel quale si registrerà la crescita più consistente (910 milioni di persone) è proprio quello africano, dove parallelamente si sta registrando un processo di urbanizzazione che aumenterà le bocche da sfamare rispetto alle braccia impiegate nei campi. Un cortocircuito notevole, che si accompagna ad altri gravi problemi strutturali e congiunturali, come lo stato pietoso delle infrastrutture (che taglia molti contadini fuori dal circuito commerciale), l’arretratezza dei sistemi produttivi, il consistente calo delle donazioni da parte dei Paesi più sviluppati, alle prese essi stessi con una crisi economica paralizzante. Nel 1980 costituivano il 15 per cento delle somme destinate all’agricoltura, nel 2006 solo il quattro per cento, questo in parte per la crescita dei fondi governativi ma anche per una riduzione degli aiuti internazionali. Resta il fatto che i governi locali hanno fatto poco. Basta dare un’occhiata all’Africa orientale: in Paesi come Kenya, Uganda, Tanzania, Burundi e Rwanda si è ritagliato per l’agricoltura una somma pari al cinque per cento dei rispettivi Pil. A rendere più complesso il quadro ci sono le condizioni climatico-meteorologiche, l’alternarsi di prolungati periodi di siccità e di piogge torrenziali, come quelle che negli ultimi mesi hanno causato centinaia di vittime in Kenya e Rwanda. E proprio questo fattore spiega perché due dei Paesi virtuosi in termini di impegno economico a favore dell’agricoltura, e cioè Ghana e Niger, si collochino agli estremi opposti della retta che misura il successo delle politiche agricole.

Alberto Tundo

Fonte: www.peacereporter.net

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