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Robert Mugabe

Un dittatore vecchio e stanco e una corte che trama nell’ombra. Una battaglia sotterranea in cui risulteranno centrali le miniere di Marange.

Alberto Tundo

E se il dittatore non fosse che un fantoccio spaventato? Se l’uomo che da 30 anni governa lo Zimbabwe con il pugno di ferro fosse rimasto prigioniero nella morsa del suo stesso pugno? Ci sono ombre che si muovono alle spalle di Robert Mugabe, ombre che tramano contro il governo di unità nazionale e che hanno dalla loro il controllo di un settore strategico di vitale importanza, quello dei bacini diamantiferi, l’unica linfa vitale di un Paese prossimo al tracollo.

All’ombra di Mugabe

Un rapporto pubblicato recentemente da una Ong, Partnership Africa Canada, getta una luce inquietante sulle dinamiche interne al regime. Le 30 pagine di Diamonds and Clubs. Milarized Control of Diamond Powers, ricostruiscono la mappa di quell’arcipelago che, di fatto, comanda nello Zimbabwe di oggi e che ha nel controllo del settore diamantifero la sua arma più temibile, anche se non l’unica.
I nomi, allora. Le due figure eminenti già uscite allo scoperte sono Emerson Mnangagwa, il ministro della Difesa, e il generale Solomon Mujuru, ex capo delle Forze Armate, tra gli uomini più ricchi del Paese. Ambedue sono pezzi da novanta del
Joint Operation Command, il cuore pulsante dell’apparato repressivo che ha tenuto Mugabe in sella per 30 anni ma Mujuru è al centro di una rete di rapporti parallela in quanto membro di spicco del politburo dello Zanu (Zimbabwe’s African National Union), l’acronimo del partito-stato, vero centro di potere del Paese e marito di Joice, vice di Mugabe. Si dice che attraverso il comitato centrale, Mujuru sia già riuscito ad assicurarsi un ruolo di primo piano nello Zimbabwe post-Mugabe grazie ad un accordo dietro le quinte con i rivali dell’Mdc (Movement for Democratic Change), già benedetto da alcune potenze occidentali.
Un gradino sotto si trovano il capo delle Prigioni, Paradzai Zimondi, quello della Polizia Augustine Chihuri e il vicecomandante delle Forze Aeree, Perence Shiri. Quest’ultimo è uno dei due uomini chiave dell’apparato presidenziale. L’altro è il generale Costantine Chiwenga, che come Shiri arriva dalla famigerata V Brigata, quella d’elite che secondo report delle intelligence occidentali sarebbe stata addestrata dalla Corea del Nord, l’unità che rispondeva direttamente al presidente e che si conquistò un posto alla destra del padre-padrone del Paese reprimendo i moti del Matabeland e massacrando 20 mila persone tra il 1982 e il 1985. Uomini nell’ombra ma estremamente potenti.

Marange, l’arma dei congiurati

Una rete di fratelli coltelli che però quando deve si muove in sincrono. Furono loro i principali beneficiari degli espropri ai danni dei proprietari terrieri bianchi benedetti da Mugabe a partire dal 2000. Chihuri, Shiri e Zimondi si divisero 14 proprietà, tre finirono ai Mujuru e due a Mnangagwa. Questa elite si è arricchita al tempo dell’iperinflazione (che raggiunse i 2,3 milioni per cento nel novembre 2008) vendendo valuta pesante sul mercato nero grazie al controllo della Banca Centrale (guidata da un altro potente membro dello Zanu, Gideon Gono), così quando nel 2006 venne scoperto il giacimento diamantifero di Marange, i “securocrati” erano gli unici che avevano capitali da investire per farla fruttare. Secondo Pac, è Marange la vera arma a loro disposizione; sentitsi spodestati dall’accordo che Mugabe ha dovuto stringere con l’opposizione dell’Mdc di Morgan Tsvangirai (al quale è andato il governo) che nel 2008 aveva sconfitto il dittatore, nonostante i brogli elettorali e il ricorso alle intimidazioni, adesso vogliono tornare padroni della scena e si muovono contro il governo di unità nazionale. Fedeli al presidente Mugabe ma più che altro a se stessi. Il dittatore ormai è un totem che sparirà al momento opportuno. Intanto, una parte del gruppo gestisce in esclusiva gli ingenti ricavi che arrivano dal distretto minerario del Chadzwa: non un dollaro finisce nelle casse del ministero dell’Economia, guarda caso in mano ad un uomo di Tsvangirai, Tendai Biti, per strangolare l’esecutivo, che non può contare su molte altre fonti d’entrata, e provocarne il collasso.

Una storia esemplare

La storia delle miniere di Marange sintetizza le dinamiche che animano lo stato profondo. Dopo anni di esplorazioni, la Kimberlitic Searches, sussiadiaria della De Beers, rinunciò al mandato (in gergo, Exclusive Prospecting Order) ceduto allora dal governo ad una anonima società mineraria britannica, la African Consolidated Resources, che pochi mesi dopo annunciò la scoperta di un immenso giacimento. Fino a quel momento l‘immensa ricchezza diamantifera dello Zimbabwe era stata solo scalfita ma a Marange si parlava di altre cifre, astronomiche. A quel punto, gli uomini di Mugabe espropriano la Acr, sequestrarono computer e documenti (il raid negli uffici della compagnia fu effettuato da uomini della Central Intelligence Organization, leggi Joc). Un copione già seguito con un’altra miniera, quella di River Ranch, sottratta illegalmente alla Bubye Minerals e finita nelle mani del generale Mujuru. Ma non è tanto per il contenzioso sulla proprietà che quelle pietre sono sprovviste della certificazione Kps (Kimberly Process Scheme), l’organizzazione preposta al controllo dei diamanti, perché sul mercato non finiscano quelli sporchi di sangue. A Marange, da quando Mugabe mise le miniere sotto il controllo della polizia prima e dell’esercito poi, sono stati compiuti veri e propri massacri. Diversi rapporti sono stati scritti e fatti circolare, come quello stilato da Human Rights Watch nel giugno 2009 e intitolato Diamonds in the Rough. Human Rights Abuses in the Marange Diamond Fields of Zimbabwe. Le vittime ufficiali sono 214 ma le cifre reali sarebbero nell’ordine di alcune migliaia. Lì comanda, guarda caso, ciò che resta della vecchia V Brigata, vale a dire Shiri e Chiwenga. Se si vuole avere un’idea dell’inferno, Marange è un buon punto di partenza: stupri, giro di prostituzione, lavoro forzato, anche minorile, uccisioni sommarie, corruzione sfrenata di tutta la catena addetta alla concessione delle licenze di ricerca: questo è il quadro tracciato attraverso le testimonianze raccolte dagli osservatori. Non sorprende che la Kps rifiuti di autorizzare la vendita. Il regime scalpita, minaccia di abbandonare l’organizzazione, in questi giorni riunita in Israele e alle prese proprio col caso Zimbabwe. Ma intanto cresce il sospetto che qualcuno contrabbandi quei diamanti (duemila crati al giorno, secondo le stime del Center for Research and Development), magari attraverso una miniera, guarda caso la River Ranch del generale Mujuru, già sospettata di essere la lavanderia dei diamanti sporchi estratti in Congo durante la guerra civile che fece cinque milioni di morti e alla quale parteciparono anche i soldati dello Zimbabwe. Così riassunta, la trama è piuttosto semplice: il regime di Mugabe è ostaggio di un gruppo di ribelli che sono uniti solo nel voler far fuori il governo eletto ma restano acerrimi nemici. Il politburo dello Zanu e il Joint Operation Command sono gli strumenti con cui si combatterà la battaglia, che vede su fronti opposti il generale Mujuru, che può contare sulla potente moglie e sulle miniere di River Ranch, e dall’altra il generale Mnangagwa, che ha da mettere sul tavolo il controllo dello Joc e delle miniere di Marange, grazie al suo ruolo nel primo, alla presenza di due suoi fedelissimi nel bacino del Chadzwa (Chiwenga e Shiri) e ai suoi legami con Mbada, una delle due società che ha avuto l’autorizzazione per lavorare a Marange. Chiunque vinca, però, l’esito più scontato è che lo Zimbabwe diventi uno stato fallito, l’ennesimo.

Alberto Tundo

Fonte: www.peacereporter.net

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