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Biblioteca universitaria

A Haifa si studia come contrastare la minaccia demografica araba. Sempre più intellettuali, in Israele, sono ormai le retrovie dell’occupazione.

Francesca Borri

“Nell’instabile realtà del Medio Oriente, siamo in prima linea per mantenere la superiorità tecnologica e militare di Israele“. Sembra una pubblicità dell’esercito: è il biglietto da visita dell’università di Tel Aviv. In cui chi si arruola in giurisprudenza impara il diritto internazionale dal colonnello Sharvit-Baruch, consigliere giuridico delle forze armate durante l’Operazione Piombo Fuso – l’acrobata dell’interpretazione che ha autorizzato la decisione di mirare ai civili.

Mi astengo, dunque partecipo. Svezzati ormai all’inazione internazionale, cinque anni fa, nel primo anniversario del parere della Corte di Giustizia delle Nazioni Unite sull’illegalità del Muro, i palestinesi hanno raccolto le raccomandazioni conclusive dei giudici, e lanciato autonomi una campagna per il boicottaggio di Israele – nella convinzione che come per il Sudafrica dell’apartheid, l’unico freno sia imporre un costo economico e politico all’occupazione. L’ambizione del boicottaggio accademico, in particolare, l’astensione cioè dalla cooperazione con università israeliane, è incrinare la normalizzazione di un’occupazione che sempre più sbiadisce in abitudine e paesaggio. “Non mi è possibile venire e parlare di filosofia, così”, ha spiegato Judith Butler declinando l’invito a un convegno, “come se l’iniziativa non avvenisse sullo sfondo dell’assedio di Gaza, di quel contesto tacito e violento che è oggi la vita ordinaria di Israele. Affermare lo status quo significa affermare l’occupazione. Non mi è possibile lasciare un momento da parte la povertà, la malnutrizione, le restrizioni alla libertà di movimento le incursioni, e parlare d’altro. Chi accetta di parlare d’altro contribuisce alla produzione di un discorso pubblico limitato, che ha per suo obiettivo la rimozione, e dunque la continuazione, dell’oppressione“. L’appello al boicottaggio si basa infatti sulla percezione, e la condanna, dell’indifferenza della larga maggioranza degli intellettuali israeliani nei confronti dell’occupazione – una neutralità che non è che invece sostegno al più forte. Ma non è solo questione di silenzio e negazione. In realtà, dall’arsenale delle giustificazioni ideologiche alla collaborazione diretta con l’apparato militare, “il boicottaggio ha raggiunto l’università perché l’università ha scelto di essere ufficiale e nazionale”, ha scritto Ilan Pappé. Uno che del boicottaggio, e non solo accademico, è tra i promotori perché testimone diretto della sua efficacia, quando ancora era professore a Haifa: tra minacce anonime e poliziotti chiamati a impedire i suoi seminari sul 1948, è stato costretto a trasferirsi in Inghilterra.

Contiguità e complicità. L’accusa più diffusa, per il boicottaggio accademico, è di essere in realtà controproducente: colpire quel segmento del paese più sensibile alle ragioni dei palestinesi. Un segmento che però, dall’analisi di Uri Yacobi Keller, non sembra propriamente quello a cui affidare tentativi di pace. Il Technion di Haifa per esempio, consapevole che sempre meno israeliani hanno voglia di combattere, e soprattutto morire, nei Territori, ha prontamente progettato ruspe telecomandate per la demolizione di case e olivi, e equipaggiato di intelligenza artificiale aerei privi di pilota (droni). E il sostegno all’occupazione non è solo, esplicita, la ricerca a libro paga delle forze armate: è anche, e largo e vario, il trattamento preferenziale per gli studenti impegnati nell’esercito, perché riservisti o perché militari di carriera: borse di studio, quote riservate nelle facoltà a numero chiuso, addestramenti convertibili in crediti, lezioni e appelli supplementari – la Ben Gurion di Beersheva, in cui gli ufficiali dell’aeronautica si laureano in un anno invece che tre, ha premiato con trentacinque euro al giorno gli assenti per Piombo Fuso. Una miriade di benefici che si ribaltano inevitabili, tra l’altro, nella discriminazione di quanti non vogliono o non possono servire nell’esercito: gli obiettori di coscienza, ma soprattutto i cittadini arabi di Israele – che per questo, per esempio, non sono ammessi nei dormitori dell’università di Haifa. Nonostante l’eguaglianza formale, gli studenti arabi sono progressivamente falciati via da un setaccio di ostacoli sociali e culturali restituito alla luce da statistiche inequivoche: sono oltre il 20 percento della popolazione: ma poi solo il 10 percento delle lauree, il 5 percento dei master, il 3 percento dei dottorati – l’1 percento dei professori. E dalla contiguità si scivola rapidi in complicità. Con un contributo fisico, mattone a mattone, all’occupazione, quando la Bar Ilan di Tel Aviv inaugura una sede distaccata nell’insediamento di Ariel “per fortificare i futuri confini di Israele” – ma anche, e più sottile, neurone a neurone, con un contributo intellettuale e morale: Arnon Sofer, cattedra di geostrategia a Haifa, studia l’ebraicizzazione della Galilea come altrove si studia la riforestazione dell’Amazzonia. Cementando così, e nella più totale impunità, denuncia Omar Barghouti, quella cultura del razzismo e della disumanizzazione, del disconoscimento dell’Altro che è il Muro più invisibile e insidioso, ormai, alla cui ombra sono confinati i palestinesi.

Laurearsi criminali. L’icona di questa mobilitazione e coscrizione delle istituzioni civili è l’università di Tel Aviv, i cui programmi di ricerca sono spesso organici alle priorità di sicurezza stabilite dagli apparati militari. Costruita sulla Pompei di Sheikh Muwanis, villaggio arabo divelto nel 1948, l’università di Tel Aviv ospita l’Institute for National Security Studies, il principale think tank strategico di Israele: un centro di ricerca in borghese, e impegnato invece, e sistematico, in quella che definisce “la ristrutturazione delle forze armate a fronte di un conflitto ormai asimmetrico e non convenzionale”. I programmi di ricerca commissionati e finanziati direttamente dall’esercito sono oltre cinquanta, dagli esplosivi e tecniche di classificazione biometrica e genomica, a cui si dedica la facoltà di chimica, alle tecniche di intercettazione e videosorveglianza affinate nella facoltà di ingegneria. Ed è nelle sue aule, in particolare, tra libri di diritto internazionale mai neppure sfogliati, che è stata elaborata la Dottrina Dahiya denunciata dal Rapporto Goldstone – la teoria dell’attacco intenzionalmente indiscriminato come sola opzione realistica contro il terrorismo. “Avremmo dovuto progettare una guerra tra Israele e il Libano, non tra Israele e Hezbollah”, si pentiva una rivista dell’università, numero di novembre del 2008, in un articolo intitolato Forza sproporzionata: il concetto di risposta di Israele alla luce della seconda guerra del Libano: “le sofferenze di centinaia di migliaia di persone sono capaci di influenzare chi è al potere più di ogni altra cosa“. Non è sufficiente limitarsi agli obiettivi militari, dunque, ma al contrario – è inutile braccare i lanciatori di razzi, uno a uno: è necessario colpire con violenza l’intera popolazione, costringere a lunghi e costosi processi di ricostruzione, perché sia la stessa popolazione, esausta e affamata, a isolare i movimenti islamici. Il laboratorio dell’università di Tel Aviv, al confine con l’Egitto, dispone oggi di oltre un milione e mezzo di cavie.

Sapere è resistere. La fiducia nell’efficacia del boicottaggio accademico si àncora alla consapevolezza che l’economia israeliana è un’economia della conoscenza, esportatrice di tecnologia – un’economia terza dietro Stati Uniti e Cina per numero di imprese quotate al Nasdaq, in un paese piccolo quanto la Toscana. Diversa invece la motivazione alla base della campagna per il diritto allo studio promossa in Italia da Danilo Zolo, con l’obiettivo di intensificare le relazioni tra le nostre università e i Territori Occupati. Perché le università palestinesi hanno un ruolo non solo culturale, ma anche sociale e politico: sono da sempre “arene per il pensiero critico e la perizia tecnica”, nella sintesi del rettore della Birzeit di Ramallah: l’energia motrice della costruzione del futuro stato indipendente e sovrano – e soprattutto oggi, con una Autorità Palestinese intrappolata dalle norme di Oslo a governare senza neppure mappe aggiornate: i loro centri di ricerca sono una risorsa insostituibile per l’analisi, il monitoraggio, la programmazione dell’intervento pubblico. E questo ruolo di state-building è integrato da un ruolo, non meno essenziale, di nation-keeping. Per contrastare quello che è il disegno di fondo di Israele: il de-sviluppo, secondo la formula di Sara Roy, l’atomizzazione della società palestinese in una aggregazione di individui malleabile allo sfruttamento e alla subordinazione – la cosiddetta pace economica. E studiare, allora, curare e coltivare la propria identità collettiva, diventa la prima forma di resistenza. Non a caso Birzeit è stata chiusa già negli anni Settanta: molto prima che l’Intifada offrisse agli israeliani il pretesto della sicurezza per sigillare anche gli asili – e qualificare come reato il semplice possesso di libri. Dopo Oslo, l’assalto al diritto allo studio ha solo cambiato natura: ancora incursioni e proiettili, naturalmente, ancora soldati a sbarrare l’ingresso, e sullo sfondo precario di una sopravvivenza per molti aggrappata ormai agli aiuti umanitari: ma soprattutto, le restrizioni alla libertà di movimento. Perché se a Gaza è vietata persino l’importazione di inchiostro, e si spara alle navi cariche di pacifisti e quaderni, nella West Bank le università rischiano di asfissiarsi in istituzioni locali. Formalmente, ci si laurea comunque: ma l’isolamento sgretola l’unica trincea possibile contro quello che è per Danilo Zolo l’etnocidio in corso – la progressiva erosione dell’identità storica, culturale, sociale dei palestinesi: della loro identità unitaria di popolo.

Boicottare chi boicotta. Secondo Alan Dershowitz, il boicottaggio accademico è un inammissibile attacco alla libertà di parola, che è insieme libertà di esprimersi e libertà di essere ascoltati. E ricorda pericolosamente il boicottaggio degli ebrei precipitato passo a passo in Olocausto: è infatti un boicottaggio selettivo, osserva, invocato solo nei confronti di Israele, tra i mille altri paesi responsabili di violazioni dei diritti umani – è una forma di antisemitismo. In effetti, l’ultima illustre vittima è stato l’ebreo Noam Chomsky, respinto alla frontiera da quella che è stata definita “una polizia del pensiero”. “Il governo non apprezza quello che lei dice”, si è sentito spiegare. Alla frontiera di Israele.

Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri / ma: perché i loro poeti hanno taciuto?
Bertolt Brecht

I documenti citati, alla base della Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Bycott of Israel e della Campagna per il Diritto allo Studio del Popolo Palestinese, sono ora raccolti in “Pianificare l’oppressione. Le complicità dell’accademia israeliana”,

a cura di Enrico Bartolomei, Nicola Perugini e Carlo Tagliacozzo, Edizioni SEB 27

Fonte: www.peacereporter.net

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