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Mappa dei disastri

Giorgio Fontana

Un paio di mesi fa abbiamo avuto il disastro petrolifero del Golfo del Messico, il più devastante dai tempi della guerra in Iraq. Purtroppo l’evento è stato solo l’ultimo di una lunga serie che mina la salute degli oceani e della Terra.

Le conseguenze del rilascio del petrolio in acqua sono devastanti: decimazione del plancton, distruzione del piumaggio degli uccelli, morti e malattie per la fauna marina. Ma in generale, le “navi dei veleni” sembrano qualcosa di esotico e lontano — roba appunto da golfi tropicali. In realtà, anche il Mediterraneo è teatro di diverse tragedie di questo tipo: e molto più vicine a casa nostra di quanto si possa pensare.

Così, David Boardman e Paolo Gerbaudo — un web designer e un giornalista freelance — hanno unito le forze per creare uno strumento per fare luce sui delitti sommersi nel nostro piccolo grande mare. Si chiama in.fondo.al.mar. e produce una mappa informativa dei disastri petroliferi mediterranei dal 1979 a oggi. Le navi sono geolocalizzate nel punto in cui è avvenuto il disastro: cliccandovi sopra appare una breve descrizione dell’accaduto, dove è possibile anche aggiungere dei commenti, in modo da alimentare individualmente il lavoro di ricerca.

Il progetto“, spiegano Paolo e David, “si nutre di una ricerca di due mesi sull’archivio degli incidenti navali dei Lloyd’s di Londra. Si tratta dell’unico archivio al mondo che registra tutti gli incidenti navali avvenuti in giro per il mondo. Abbiamo dovuto riportare da analogico a digitale i dati di decine e decine di schede di incidenti. È stata un’esperienza interessante che dimostra che a dispetto delle possibilità offerte da Google, tante informazioni continuino ad essere difficilmente accessibili. A volte tocca tornare a rimboccarsi le maniche e sudare dieci camicie facendo nottate di data entry“.

Il sito consente di filtrare le informazioni in molti modi: cronologia, tipologia del cargo, tipologia dell’incidente, bandiera battuta dalla nave, livello d’attenzione e tipo del sospetto inquinamento (chimico, radioattivo o sconosciuto). Questo sia a livello di mappatura che di statistica: in.fondo.al.mar fornisce anche una serie di diagrammi a barre per confrontare rapidamente i vari dati a seconda del filtro necessario.

Ma perché questo tutto questo lavoro? Solo per avere un prontuario carino e facilmente consultabile, il progetto di ricerca minimal che fa tanto piacere studiare? No: perché la stragrande maggioranza degli incidenti marittimi sembra essere dolosa, con uno scopo molto semplice: eliminare illegalmente rifiuti tossici senza spendere una lira in smaltimento. Le indagini al riguardo sono molto scarse o addirittura mancanti, e un accertamento conclusivo non è ancora disponibile.

Non ci aspettavamo che la mappa mostrasse una tale quantità di incidenti, ammette Gerbaudo, “anche se alcune ricerche indipendenti come quella condotta da Legambiente avevano già denunciato la dimensione di questo disastro ambientale. Però è stato solo mettendo questi diversi incidenti assieme su una mappa che era possibile comunicare in maniera comprensibile che non si trattava solo di uno o due casi, come quelli della Rosso o della Cunski che hanno fatto tanto clamore sui media, ma di un vero e proprio sistema di dimensioni industriali per lo smaltimento illegale di rifiuti. Purtroppo il nostro progetto mostra quanto il mare sia terra di nessuno, uno spazio in cui si commettono le peggiori nefandezze, (vedi pure il recente caso della piattaforma della BP nel Golfo del Messico), a fronte di una mancanza di controlli e la quasi certezza di farla franca.

Così, giornalismo impegnato e architettura dell’informazione online diventano una cosa sola. Non a caso, il progetto è stato premiato al Festival Digital Heretics 2010: con la speranza che — da autofinanziato qual è — trovi qualche sponsor per dargli maggiore continuità.

Fonte: www.wired.it

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