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Libro e Università

Gabriele Ascoli

Imprenditore, attivista, venture capitalist, blogger, Joi Ito è dal 2008 il CEO di Creative Commons e sarà tra i relatori della conferenza Università e Cyberspazio: ridisegnare le istituzioni della conoscenza per l’Era della Rete, in programma a Torino dal 28 al 30 giugno 2010. A lui abbiamo chiesto quali potrebbero essere i nuovi orizzonti delle istituzioni accademiche nella società digitale. Tra commons, e-learning e ritorno alla tribalità.

Qual è l’impatto delle reti di comunicazione digitale sul modo in cui le università distribuiscono i propri contenuti? Come si bilanciano il pubblico dominio e i commons con la proprietà intellettuale e lo sfruttamento commerciale in ambito accademico?

Le università svolgono diversi importanti ruoli, tra cui la raccolta e disseminazione di contenuti e la capacità di aggregare persone, spingendole al confronto e alla ricerca. In passato, i costi di valutazione, pubblicazione e distribuzione dei testi accademici erano molto alti: erano richieste grandi infrastrutture per informazioni che in fondo erano utilizzate da piccoli gruppi di persone. Oggi Internet ha abbassato in modo significativo quei costi e le stesse strutture che hanno reso possibile il passaggio di informazioni tra i vari atenei stanno diventando, in alcuni casi, fonte d’attrito e disaccordo sulla distribuzione a un numero maggiore di persone e strutture. Internet permette anche di incontrarsi, collaborare e comunicare a distanza. L’e-learning e altri sistemi informali di autoapprendimento stanno diventando sempre più efficaci e popolari. Man mano che si diffondono tecniche di apprendimento e condivisione libera e gratuita, il rapporto tra i commons e i contenuti protetti si sbilancerà in favore dei primi. Ciò non toglie che un certo livello di controllo di qualità e di autorevolezza dei contenuti rimarrà fondamentale anche nei commons. Per questo, il ruolo dell’università nel garantire credibilità, continuità, stabilità e finanziamenti. Tuttavia, continueranno ad emergere metodi di apprendimento alternativi, più informali ma comunque rigorosi. Credo che capire come misurare e riconoscere formalmente l’apprendimento informale cosi’ come combinare approndimento formale e informale diventera’ di cruciale importanza per il futuro dell’educazione universitaria.

Dalle aule al cyberspazio: pensi che, sul lungo termine, le architetture elettroniche e l’e-learning sostituiranno le classiche strutture accademiche?

No, penso che l’incontro e la lezione in carne e ossa rappresentino una parte importante del nostro percorso d’apprendimento. Una gran parte di questo percorso si sposterà verso l’online, per qualcuno forse si svilupperà tutto in quel modo o diventerà la via d’accesso preferenziale, ma credo che le architetture elettroniche non prenderanno completamente il posto delle strutture fisiche.

Immaginiamo che tua figlia o tuo figlio debbano iniziare oggi i loro studi accademici. Accetteresti l’idea di un’esperienza completa di e-learning o preferiresti che seguissero un cammino più tradizionale?

Lascerei a loro la scelta. Dipende dagli interessi, dallo stile d’apprendimento, dal campo in cui vorranno applicarsi. Per un certo tipo di studi, trovarsi sul posto di lavoro è meglio. In altri casi, i circoli di hacker e le comunità informali possono offrire un prezioso ambiente educativo, così come può esserlo lavorare a un progetto di ricerca sul campo, magari lontano. Non credo che l’università di tipo tradizionale debba essere obbligatoria; essa, tuttavia, funziona certamente bene per alcune persone.

Le nuove generazioni di studenti, i nativi digitali, saranno i vascelli culturali del futuro? Dalla struttura delle peer reviews (revisione paritaria) passeremo a una disseminazione peer-to-peer del sapere accademico?

Il peer-to-peer funziona bene in molti campi, ma in ogni mestiere ci sono ancora apprendisti, operai e maestri. Credo che il metodo di apprendimento più naturale diventerà quello basato su progetti, network e comunità in cui le persone impareranno l’una dall’altra, lavorando insieme e riproponendo così modelli che si perdono nella notte dei tempi: sotto molti aspetti, la parola tribale può avere connotati positivi.

Collegate tra loro in network, le università saranno il ponte verso la nascita di un’unica cultura, universale, complessa, denazionalizzata? Gli studenti del futuro a Torino, Harvard, Shanghai e Nairobi riceveranno la stessa formazione?

La cultura è importante: bisogna comprendere la propria, conoscere quelle altrui e crearne di nuove. L’idea di una cultura denazionalizzata è suggestiva e sono d’accordo sul fatto che essa non debba dipendere per forza dal sistema degli stati sovrani. Al tempo stesso, non dobbiamo dimenticare che in un network ci sono molteplici nodi e ognuno di essi presenta delle caratteristiche uniche. In un modello del genere la complessità è implicita e più che verso una presunta uniformità credo che ci muoveremo verso un mix molto ricco e variegato, in cui ogni singolo partecipante si troverà ad interagire in un contesto di sicuro globalizzato ma sempre leggermente differente da quello di ogni altro partecipante.

Quale dovrebbe essere il ruolo delle istituzioni universitarie nell’annoso processo di aggiornamento/revisione delle normative sul copyright e sulla proprietà intellettuale?

Sono convinto che all’interno delle università ci siano numerose figure, ricche di intelligenza e talento, che dovranno avere un ruolo-chiave nella gestione del futuro del copyright. Nell’ambito dello stesso progetto COMMUNIA, che organizza la conferenza torinese, è stato condotto un sondaggio basato sull’idea di università aperta tracciata nella Dichiarazione di Wheeler, nel quale si indaga con quali licenze i prodotti degli Atenei vengono resi disponibili e come, con quale livello di accessibilità, ecc.. Il problema è che il copyright oggi è preda di forti interessi economici ed è impossibile che il mondo accademico riesca ad aggiustarlo da solo. Di fatto, all’interno delle università stesse il copyright è diventato un interesse economico e un ostacolo allo sviluppo di un sistema basato sui commons.

Se domani il rettore di un’importante università ti scrivesse un’email in cui ti invita a creare – in piena libertà – un nuovo corso di studi, come lo chiameresti?

Cittadinanza globale.

E se dovessi indicare tre istituti che stanno già affrontando nel modo giusto la sfida del futuro, nei rapporti tra università e cyberspazio?

Tre buoni esempi sono Open Courseware Consortium, P2P University e Flatword Knowledge, anche se non si tratta di Università vere e proprie.

Articolo rilasciato con licenza Creative Commons Attribution 3.0

Fonte: www.wired.it

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