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Telenovelas

La ricerca di una docente della Bocconi dimostra l’enorme influenza che le soap opera possono avere nell’evoluzione dei costumi. In India hanno contribuito all’occidentalizzione delle donne. “Sono più efficaci di due anni in più d’istruzione”.

Rosaria Amato

In Brasile dopo 30 anni di soap opera il numero dei figli per donna è sceso da 6 a 2. In India la Tv via cavo ha reso le donne meno sottomesse ai propri mariti, e consapevoli del fatto che essere picchiate non è una conseguenza inevitabile del matrimonio. Mentre in Rwanda una radiosoap a contenuti sociali ha spinto parte della popolazione verso la riconcilazione tra hutu e tutsi, facendo capire che obbedire a chi è più in alto nella scala sociale non sempre è un dovere, soprattutto quando l’obbedienza favorisce la violenza estrema, come è accaduto nel Paese. Le telenovelas, ha spiegato oggi al Festival dell’Economia di Trento Eliana La Ferrara, docente all’Università Bocconi di Milano, sono più efficaci della scuola e di qualunque campagna sociale nella trasmissione di idee e di valori. Che possono anche essere negativi, ma La Ferrara ha preso in esame solo effetti positivi: l’emancipazione femminile in India e in Brasile, il contributo al superamento dei conflitti tribali in Rwanda.

In India soap opera in 26 puntate come quella interpretata da Shimu, una ragazzina di 13 anni che sul piccolo schermo è Alo, una undicenne che vorrebbe continuare ad andare a scuola, ma che la nonna vuole invece costringere al matrimonio e lo zio a lavorare in una fabbrica di vestiti, è stata seguita da oltre 10 milioni di telespettatori, e ha inciso sulla visione che si ha in India del problema. “Gli insegnanti – ha scritto qualche anno fa il Washington Post – raccontano che la fotografia di Shimu è appesa in tutte le classi del Paese e che la sua storia è divenuta un simbolo della lotta per tenere le bambine a scuola“.

Ma non solo: l’introduzione della tv via cavo in India ha portato nel Paese anche le soap opera occidentali, con donne occidentali, donne non sottomesse ai mariti, che non chiedono il permesso per uscire, curarsi o andare a trovare i parenti o le amiche. E in pochi anni, come dimostra una ricerca, anche se non sono radicalmente cambiati i comportamenti femminili, sono cambiate le opinioni. Una ricerca condotta nell’arco di tre anni, dal 2001 al 2003, dimostra infatti che, nei villaggi rurali dove è arrivata la Tv via cavo, in un anno la percentuale di donne che aspira ad avere come primo figlio un maschio scende dal 70 al 45 per cento, mentre aumenta molto l’aspirazione all’autonomia decisionale.

In Brasile le telenovelas non sono invece occidentali ma sono state prodotte nel Paese, e non si tratta certo di prodotti di serie B, ha sottolineato Eliana La Ferrara: “Negli anni della dittatura, quando non c’era libertà di parola, molti intellettuali si dedicavano alla scrittura delle soap opera, inserendovi tematiche sociali“. Nei 30 anni in cui Rede Globo ha prodotto le sue telenovelas (almeno tre per anno) nella società brasiliana ci sono stati cambiamenti radicali, e certo non possono essere attribuiti tutti alle soap opera, ha ammesso La Ferrara. Però, certo, ha suggerito l’economista, vedere sullo schermo le eroine dei drammi che, nella stragrande maggioranza dei casi non avevano figli, o al massimo ne avevano uno, avrà contribuito a far scendere drasticamente il tasso di fertilità delle donne brasiliane dai 6,3 figli del 1970 ai 2,3 del 2000.

Un effetto dirompente: “L’impatto di Rede Globo – sottolinea La Ferrara – è pari a quello di due anni di istruzione in più, oppure a quello di un medico in più ogni mille abitanti, per quel che riguarda i temi legati alla salute. Ma tutto questo è avvenuto senza che vi fosse una volontà precisa di utilizzare le soap opera per indurre cambiamenti nel comportamento delle persone“.

Al contrario di quello che è successo in Rwanda, dove una Ong, “Search for Common Grounds”, ha effettuato un esperimento, producendo due radio-soap (la televisione ha una diffusione bassissima in Rwanda, ha ricordato La Ferrara). La prima, dal titolo Musekeweya, raccontava la storia di una giovane coppia sul modello di Romeo e Giulietta, lei tutsi, lui hutu. Alla fine i due giovani riuscivano a congiungersi, e questo favoriva anche una sorta di riconciliazione tra le loro famiglie. La seconda telenovela trattava temi sanitari, in particolare la necessità di prevenire l’Aids.

Alla fine ai due gruppi di radioascoltatori è stato sottoposto un problema pratico: come bisognava comportarsi all’arrivo di un gruppo di rifugiati, di qualunque etnia fossero, nel proprio villaggio? Bisognava adoperarsi per l’accoglienza, oppure era il governo che avrebbe dovuto provvedere? Il gruppo che aveva seguito la versione adattata di Rome e Giulietta non aveva dubbi: bisognava accogliersi, senza aspettare interventi dall’alto. Mentre solo il 20 per cento dell’altro gruppo di radioascoltatori la pensava in questo modo: per l’80 per cento toccava al governo provvedere.

Dunque un esperimento positivo, tanto che, ha concluso La Ferrara, “anche negli Stati Uniti le soap opera vengono utilizzate a scopi sociali“. Persino nella popolarissima Beautiful uno dei personaggi principali ha detto alla propria ragazza di essere sieropositive, un episodio che ha avuto come conseguenza 5000 chiamate di persone che chiedevano informazioni sul rischio di contagio.

Fonte: www.repubblica.it

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