Home»Articoli»Editoriale»L’Italia dell’integrazione mancata, anche nel calcio

Mario Balotelli

Tommaso Battimiello

Già da parecchi anni ormai tutte le principali nazionali (e nazioni) europee hanno spalancato le porte, nel calcio come nella società, agli stranieri ma soprattutto all’integrazione.

Basti pensare alla Francia. La stragrande maggioranza dei giocatori francesi (davvero pochi sono esclusi) ha origini magrebine, africane, etnie ben integrate anche nella popolazione dello stato francese. Tralasciamo per un attimo gli ovvi vantaggi di un’efficace integrazione dal punto di vista della società, della stabilità e dalle forze fresche che queste possono aggiungere al paese.

Parliamo di calcio

La Francia è un esempio perfetto. Che giocatori avrebbe se non potesse far affidamento sui Francesi di seconda o terza generazione, per non parlare dei nazionalizzati?

Praticamente solo Gignac, Ribery e Toulalan. Probabilmente avrebbe avuto una storia calcistica molto diversa, se si pensa poi che Zidane, considerato uno dei migliori giocatori francesi di sempre, è di nazionalità algerina, figlio d’immigrati che trovarono rifugio in Francia. Anche nell’Inghilterra una buona percentuale di giocatori appartiene alla seconda o terza generazione di Inglesi. Ed è così da molti anni ormai.

Ma l’esempio più calzante in questo momento è di certo la Germania. Nei giorni che precedevano la finale di Champions già si parlava di un possibile sorpasso tedesco nel ranking UEFA a danno del calcio italiano. La beffa fu sfatata grazie alla vittoria dei nerazzurri a Madrid.

Ebbene, a mio parere il sorpasso è solo rinviato.

Ormai la Germania ha messo la freccia, e noi rallentiamo sempre più, trascinati dall’inerzia di una società statica che cade (e scade) sempre più veloce verso il basso. Un calcio come il nostro, in cui la squadra leader per quattro anni consecutivi, l’Inter, ha solo quattro Italiani (e solo uno si può dire che giochi, anche se saltuariamente) e tutte le altre società danno ormai poco spazio ai giovani nella loro rosa, non può resistere più di tanto al grande sviluppo che sta coinvolgendo il calcio tedesco. Indovinate dovuto a cosa? Esatto, massima importanza alle primavere, ai vivai giovanili e all’integrazione, nazionale e calcistica, che ha valso alla nazionale tedesca giocatori come Kheidira, Tasci, Cacau, Aogo e Boateng, per non parlare poi di Klose, Podolski e Mario Gomez.

Il vivaio del Bayern Monaco è uno dei più fervidi e produttivi d’Europa. Il sorpasso è prossimo. Non possiamo competere con la “rivoluzione calcistica” della Germania. Gli stadi, poi, da loro sempre splendidi, colmi di spettatori, da noi fatiscenti e frequentati da sporadici tifosi e invasati ultrà. Capolavori d’ingegneria come l’Allianz Arena probabilmente li vedremo solo nelle foto o nelle cartoline. L’Italia, fino ad ora, è sembrata non sentire troppo il problema dell’integrazione calcistica. Un naturalizzato c’è già in nazionale, naturalmente stiamo parlando di Camoranesi, ma sembra più un innesto casuale, non di certo l’inizio di un’apertura stile Francia o Germania. Del resto anche fra la popolazione italiana l’integrazione non è certo facile. Gli immigrati si sentono e si sentiranno sempre penalizzati dalla macchinosa burocrazia italiana: i tempi per ottenere la cittadinanza sono proibitivi ma si sente anche la poca fiducia, salvo pochi casi, di una società, così tradizionalista come quella italiana, che sembra totalmente impreparata ad accettare un’integrazione di grande portata. L’integrazione c’è, ma è lenta e ancora ampiamente migliorabile.

Ora, dopo l’eliminazione al Mondiale nelle circostanze ormai note, abbiamo davvero toccato il fondo. Io vedo, per quanto possibile, il bicchiere mezzo pieno (almeno ci provo).

Ci sono davanti all’Italia (calcistica e non) due strade, e due soltanto, quella della rinascita e quella del fallimento. Per la prima è necessaria l’integrazione. Non stiamo parlando di un’integrazione che può dare un piccolo aiuto alla nazionale (o alla nazione) ma di un punto imprescindibile affinché questa vada avanti. Non voglio certo farmi paladino dell’integrazione solo per avere bravi giocatori, questo sia chiaro, ma per aver dei buoni Italiani. L’aspetto calcistico è solo la punta dell’iceberg.

Ma poi si sa, chi nasce in un paese che, per quanto sia in difficoltà come l’Italia, è pur sempre privilegiato rispetto ad altre zone del mondo, non si sente di dover essere grato alla nazione. Invece, chi riceve tutto dall’Italia, chi viene salvato dal tricolore, allora gli deve tutto. E darà tutto per lei.

L’integrazione è la via, chi si oppone è perduto

In Balotelli we trust

Tommaso Battimiello

Fonte: www.agoravox.it

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