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Massacro dei civili in Iraq - luglio 2007

Ethan McCord, l’ex marines che partecipò al massacro dei civili in Iraq, luglio 2007, racconta cosa accadde quel giorno. E intanto l’Islanda approva una legge per tutelare il giornalismo d’inchiesta.

Antonio Marafioti

Se qualcuno nella vostra linea viene colpito con una IED (bomba sul ciglio della strada ndr), fuoco di rotazione a 360 gradi. Uccidete ogni figlio di puttana per strada“. Questa non è la battuta del colonnello William “Bill” Kilgore, al secolo Robert Duvall, nel capolavoro cinematografico di Francis Ford Coppola “Apocalypse Now“. Non è il Vietnam in “celluloide” immortalato dalla wagneriana Die Walküre sparata a tutto volume, a mo’ di bomba psicologica, dagli elicotteri Huey sui vietcong asserragliati nei villaggi. Questa non è finzione. Questo è l’Iraq. E gli elicotteri, quel giorno del luglio 2007, erano due Apache armati di tutto punto con l’unico obiettivo di uccidere. L’ordine di far fuoco su chiunque si trovasse in strada segnò la nuova procedura standard operativa (SOP) delle forze statunitensi alla periferia di Baghdad. Le regole d’ingaggio, improntate sull’attacco indiscriminato verso chiunque fosse in strada, causarono la morte di almeno 12 civili fra i quali due giornalisti iracheni di Reuters.

Testimone

Mi sta prendendo in giro? Vuole che uccidiamo donne e bambini per le strade?“. Ethan McCord, uno dei protagonisti di quel sanguinoso episodio, rispose così a chi ingiunse quelle direttive. Discendente di una famiglia militare, Ethan ha sognato “fin da bambino”, riporta una sua intervista al World Socialist Web Site, di indossare l’uniforme dell’esercito USA. Cosa che fece all’indomani dell’11 settembre quando, deciso a fare il suo dovere da buon americano, si arruolò in Marina. Correva l’anno 2002, tre anni dopo il Pentagono varò l’operazione “Blue to Green” per far confluire, grazie all’istituzione di ricche indennità di missione, uomini della Marina e dell’Aviazione nell’esercito. E fu allora che Ethan fu spedito in Iraq e destinato alla Compagnia Bravo 2-16. “Due-Sedici”: questa la sequenza numerica ripetuta più e più volte durante l’operazione “Ranger Dominance“, tristemente nota per essere stata raccontata dalle telecamere montate sugli Apache e, in seguito, pubblicata dal sito Wikileaks, specializzato nell’edizione di notizie “top-secret”. In quell’occasione le truppe a stelle e strisce scaricarono dall’alto, e in modo indiscriminato, interi caricatori da 30 millimetri su un gruppo di civili. “È stata una carneficina assoluta – ha ricordato McCord accorso con la fanteria dopo il massacro – Non avevo mai visto nessuno colpito da un calibro 30 prima di allora e francamente non ho voglia di vederlo ancora. Sembrava una scena irreale uscita da un brutto film horror di serie B. Quando questi proiettili ti colpiscono esplodono […] ho visto persone con la testa spaccata in due, le interiora penzolanti fuori dal loro corpo e gli arti mancanti“.

Non siamo macchine

Smettila di preoccuparti di quei maledetti bambini e inizia a lavorare per la sicurezza“. Questo l’ordine del capo plotone gridato in faccia ad un soldato che aveva commesso “l’imperdonabile errore” di agire da uomo. “I soldati non sono droni senza testa – racconta oggi McCornic-. Hanno sentimenti e provano emozioni. Non si può semplicemente farli uscire e fargli fare qualcosa senza dirgli: è per questo che lo stiamo facendo”. Subito dopo l’arrivo della sua squadra sul luogo del massacro McCornic, insieme ai suoi compagni iniziò a perlustrare la zona in cerca di guerriglieri, che poi non si trovarono. “Ho sentito le grida di un bambino – ha raccontato – Non erano grida di agonia, era più il pianto di un bambino piccolo terrorizzato. Quando ho ispezionato il furgone ho visto una bambina piccola, circa tre o quattro anni. Aveva una ferita alla pancia e pezzi di vetro nei capelli e negli occhi. Accanto a lei c’era un ragazzo di circa sette o otto anni che aveva una ferita sul lato destro della testa. […] Ho presunto che fosse morto, non si muoveva. Accanto a lui c’era il padre. Era curvo di lato, quasi in modo protettivo, come a voler fare scudo sui propri figli. E si capiva che era stato raggiunto da un calibro 30 in pieno petto”. La disperazione per due giovani vite spezzate da un’azione militare che lo coinvolgeva in prima persona diventò subito speranza. “Ho pensato che fossero morti – ha proseguito Ethan – ma qualcosa mi ha detto di tornare indietro. In quel momento ho visto il ragazzo muoversi e respirare affannosamente. Così ho urlato: “Il ragazzo è vivo”. L’ho afferrato e cullato tra le mie braccia mentre gli ripetevo: “Non morire, non morire”. Dopo il soccorso e il salvataggio è giunto l’ordine perentorio di non pensare “a quei fottuti bambini” e, ancora, “non comportarti come una femminuccia ma come un soldato”.

Perdono

Regole d’ingaggio così ciniche sono pratica comune e giornaliera in Iraq, ha sostenuto l’ex marine, padre di due bambini, e affetto a tre anni di distanza da Post-Traumatic Stress Disorder (PTSD). Qualche giorno fa lui e il suo ex commilitone Josh Stieber hanno scritto una lettera di riconciliazione alla madre dei due bambini salvati durante l’attacco aereo. La donna, Ahlam Abdelhussein Tuman, di 33 anni, ha risposto: “Posso accettare le loro scuse, perché hanno salvato i miei figli e se non fosse per loro, forse i miei due bambini sarebbero morti”. Triste consolazione per chi ancora oggi racconta: “Quando chiudo gli occhi vedo quello che è successo quel giorno e molti altri giorni come una proiezione di diapositive nella mia testa. Quei fetori tornano da me. I pianti dei bambini tornano da me. La gente che guida questa grande macchina da guerra non ha a che fare con questo. Vivono nei loro palazzi da 36 milioni di dollari e dormono bene la notte”.
E le vittime non sono solo quelle che perdono la vita o, loro malgrado, sono costrette a toglierla. C’è anche chi, come Julian Assange, fondatore di Wikipedia, è costretto a nascondersi dal Pentagono per aver rivelato ciò che nessuno voleva si rivelasse: la verità.
A tutelare chi come Assange ha il “vizio” di non tacere ci ha pensato l‘Islanda che in queste ore ha varato una legge, promossa dallo stesso reporter, che tutelerà il giornalismo d’inchiesta e la pubblicazione anonima delle notizie considerate “scomode” da un governo senza colore politico. “Non si tratta di repubblicani o democratici, si tratta di soldi. – ha concluso McCord – C’è qualcosa che giace sotto di essa [la guerra] per cui tanto i repubblicani quanto i democratici vogliono tenerci in Iraq e in Afghanistan“.

Antonio Marafioti

Fonte: www.peacereporter.net

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