Home»Ecologia»Agricoltura biologica»“Crisi agricola? Ma de che?!?”

Agricoltura

Marcello Marani

Intanto comincerei a non parlare di crisi Agricola perché non di crisi si tratta ma di come l’agricoltura sia stata rapinata ed espropriata di tutto, per favorire industria e commercio.

E gli inizi risalgono già dalla fine del medioevo e dall’avvio del capitalismo borghese che imponendo la logica del “mercato” e del profitto, come denunciavano già Marx ed Engels nel sempre ed ora più che mai attuale “Manifesto del Partito Comunista”.

”Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia…ha distrutto tutti i vincoli… e non ha lasciato fra uomo e uomo… che il freddo pagamento in contanti… Ha disciolto le libertà personali nel valore di scambio…ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli….La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività che fino allora erano venerate e considerate con pio timore. Ha tramutato il medico, il giurista, il prete il poeta, l’uomo di scienza in salariati ai suoi stipendi…. (da Il Manifesto, -Borghesi e proletari), cui va anche aggiunto:

”Tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia nella più profonda degradazione.”

Ma per venire in epoca più recente basta rifarsi agli inizi del secondo dopo guerra quando negli anni 50, la politica della Dc ed in particolare dell’accoppiata perdente per l’agricoltura tra Fanfani e Bonomi, che promossero l’esodo biblico di circa due milioni di lavoratori dalla campagne verso la città, per consentire all’industria ed al commercio di attingere a mano d’opera sia pure poco qualificata ma sempre a buon mercato, con l’alibi che siccome in campagna si era in troppi, riducendo la manodopera bracciantile e introducendo le macchine” si addiveniva ad un miglioramento del tenore di vita per i residui agricoltori che rimanevano in campagne ed a nulla valevano le osservazione e le proteste di quanti invece dicevamo che si sarebbe ottenuto l’effetto opposto perchè intanto smuover due milioni di lavoratori agricoli, dalle campagne alle città significavano una urbanizzazione selvaggia, che richiedeva alloggi scuole servizi trasporti ecc., per almeno 8 milioni di abitanti, considerando le famiglie di 4 persone.

Ed un Paese come il nostro, privo di materie prime, che invece avrebbe dovuto basarsi soprattutto sullo sviluppo agricolo non deportando lavoratori e famiglie dalle campagne verso le città, ma al contrario portare i servizi cittadini verso le campagne per rendere la vita più dignitosa e con meno costi non solo economici ma anche sociali ed ambientali, come poi del resto si sono verificati con tutti danni e gli annessi e connessi dovuti a questa cieca stolta politica, di cui ancora oggi continuiamo a pagarne tutti i prezzi ed in primo luogo sempre e soprattutto l’agricoltura.

Infatti se prima della guerra con un quintale di grano si compravano le scarpe per tutta la famiglia dagli anni 50 in avanti con un quintale di grano si acquistava si e no una scarpa sola, perché l’esodo non aveva fatto altro che accentuare la sperequazione economica tra i lavoratori delle città e quelli delle campagne, a danno di questi ultimi, che essendo in misura minore si dovevano fare carico appunto del divario crescente che si veniva via via creando.

Ma questo i signori “economisti”, mica lo avevano previsto?!?

E che dire di due milioni di braccia sottratteci, che erano costate fatica e sudore ai lavoratori dei campi e che l’industria ed il commercio si prendevano gratis appena in età di lavoro e senza darci niente in cambio, ed anzi costringendoci a pagare le loro merci ai loro prezzi, mentre le nostre merci le pagavano sempre ai loro prezzi?

Basti ricordare che ci pagavano il latte 50 lire il litro e quello che superava la media invernale, appena 30, 35, mentre il Cipe aveva calcolato che il costo della latte era di 70, o 75 lire il litro e quindi con una perdita dalle 20 o 25, che arrivava alle 35 o 40 per quello che superava appunto la media, ed in un periodo in cui un litro di acqua minerale più comune costava già 100 lire al litro.

Per non parlare poi del grano a 6 mila o 6.500 al quintale quando farina e pane venivano venduti maggiorati di 20 fino a 50 ed oltre volte tanto, e la carne suina a 200 lire il Kg mentre quella bovina alle 350 ci volevano almeno mille lire per comprare salsicce e bollito?

E quello che ci mandava in bestia era il fatto che ci facevano passare agli occhi dei “cittadini” come dei perenni mantenuti, attraverso i vari piani Fanfani e Verdi che invece che favorire lo sviluppo dell’agricoltura, di fatto servivano solo come à scritto, caricarci di ulteriori debiti e senza alcuna utilità pratica, mantenendo gli agricoltori, sempre sotto il ricatto del credito agricolo fornito dalla Federconsorzi” in veste di usuraia.

Ma di questo scriverò una prossima volta.

Marcello Marani

Fonte: www.uomoplanetario.org

Note biografiche:

Marcello Marani. Nato a Roma, ma di origine romagnola, nel 1938, vedovo dal 1998, con tre figli, mi sono fin dai tempi della scuola interessato alla letteratura, alla storia ed alla geografia, per allargare poi gli interessi verso la filosofia e la politica. La mia curiosità parte dalla letteratura per collegarsi alla realtà della la storia e della geografia, fino ad arrivare attraverso il bisogno di capire i perché, alla filosofia, per finire alla politica in modo da poter dare un contributo, ahimé a volte vano, ai necessari cambiamenti.

Abbandonata la scuola per “incompatibilità”, dopo la promozione alla seconda classe del Nautico, non ho mai abbandonato gli studi ed il bisogno d’informarmi ha fatto di me un autodidatta.

Nel 1998 al compimento del 60° anno d’età, mi sono tolto lo sfizio di presentarmi come privatista per l’esame di maturità, presso l’I.T.A. Eleonora Pimentel De Fonseca a Roma, conseguendo come privatista il diploma di perito tecnico agrario, con la votazione di 48/60.

Successivamente nel 2003 mi ero iscritto presso la facoltà di Scienze Giuridiche alla Sapienza dove ho dato due esami in filosofia del diritto ed in diritto costituzionale, ricevendo la promozione in entrambi, ma poi per sopraggiunti problemi di carattere strategico, organizzativo, oltre che di salute ed economici ho abbandonato alla metà del 2° anno, ma non è detto che risolti i problemi non ci riprovi.

Attualmente, ormai da un quindicennio mi sono trasferito a vivere in campagna a Rignano Flaminio, un paesino a 40 km da Roma al confine con la provincia di Viterbo e da indipendente mi interesso alle questioni politiche locali e nazionali.

Riesco ad avere un ottimo rapporto con i giovani perché li rispetto e non assumo le pose del “professore”.

Consapevole che siccome tutti possiamo insegnare ma che ancora di più dobbiamo imparare, sono convinto che chi non investe sui giovani ipoteca male il proprio residuo futuro e per questo, vorrei concorrere a divulgare e far conoscere la nostra Costituzione, che fin dal 1962, data in cui ne ebbi totale conoscenza, ho considerato la Bibbia del cittadino, quindi assai prima degli appelli dei Presidenti Ciampi e Napolitano.

Nella convinzione che più la si conosce e più la si ami e cercando di trovare alleati per chiederne anche la totale applicazione, avrei pensato di illustrarne le origini e poi passare commentare i vari articoli per dimostrare tutta la loro valenza politica e la normativa sociale e solidale di cui è permeata , e dimostrare che non è assolutamente vecchia tale da doverla cambiare, o peggio manomettere ed abrogare, ma al limite potrebbe avere bisogno solo di qualche ritocco migliorativo, senza però intaccarne la struttura, proprio perché a differenza di altre costituzioni, non si limita a definire principi astratti ma si da anche gli strumenti necessari per rendere effettivi e concreti tali diritti.

A quasi sessant’anni dalla sua approvazione e dopo averla tenuta “imbalsamata”
per tutto questo tempo, sarebbe ora che tutti gli elettori democratici dai liberali alla sinistra, che a suo tempo concorsero alla sua elaborazione, ne chiedessero a gran voce la sua più completa attuazione.

E concludo facendo mie delle riflessioni di Gustavo Zagrebelsky, espresse nel suo libro dal titolo “Attorno alla legge” in cui l’esimio Costituzionalista ed ex Presidente della Corte Costituzionale afferma:

“Quando il sistema legislativo arranca – il che significa che non tiene il passo con le domande sociali – conoscendo solo leggi, non può che legiferare ancora. E così si finisce per voler far fronte alla debolezza della legge con altre leggi. Non è solo un circolo vizioso che, alla fine, lascia le cose come stavano; è una spirale che conduce al basso, al logoramento della legge, all’erosione progressiva del senso di legalità che trascina con se anche la considerazione sociale del senso del diritto. Vale una proporzione perversa: tanto più leggi tanto più illegalità, tanto più disprezzo per il diritto.” Poi, dopo avere fatto una autocritica sull’incapacità per non essere riusciti a trasferire il senso dalla Costituzione dall’area delle dimensione politica, che produce conflitti a quella di un comune sentire e cultura consensuale che la legittimerebbe per tutti, prosegue con: “L’abbiamo posta al vertice di una costruzione giuridica, come la legge più alta , nel luogo – il vertice – dove non è escluso che stia una misura di potere sufficiente per farsene beffe, invece di operare per diffonderla nelle fondamenta della vita sociale, come jus fondamentale, cioè, letteralmente, diritto che sta a fondamento.”, e dopo avere escluso la possibilità che hic stantibus rebus si possa addivenire a riforme condivise, conclude affermando che: “…se si vuole cambiare la costituzione per migliorarla, si incominci per intanto a farla funzionare nel modo migliore.”

E credo che di meglio non si possa dire ed è anche lo scopo del mio e del nostro lavoro!

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