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Truppe italiane in Afghanistan

Dodici ore di combattimenti a Bala Murghab, 23 talebani uccisi. Rimandata a luglio l’operazione alleata a Kandahar, sulla quale emergono nuovi particolari.

Enrico Piovesana

Non c’è tregua per le truppe italiane impegnate sul fronte afgano nord-occidentale.
A fine maggio, terminata l’operazione Subh Bakhair (‘Buongiorno’, in dari) – dieci giorni di combattimenti, bombardamenti con i mortai e raid aerei condotti dai bombardieri americani B-1 e F-15 – gli alpini italiani della brigata Taurinense si erano attestati sull’altopiano di Bala Mrughab, scavando trincee e costruendo capisaldi con posizioni fortificate.
La prima settimana di giugno è trascorsa in relativa tranquillità: solo alcune scaramucce e qualche incursione notturna dei talebani nascosti nei campi e nei villaggi a nord del fronte. Fino a martedì scorso, quando i soldati italiani, assieme alle truppe del 207° corpo d’armata dell’esercito afgano, hanno lanciato un attacco contro le postazioni nemiche localizzate nel villaggio di Dari Bom. Dodici ore di furiosi combattimenti proseguiti fino a notte fonda, terminati con la conquista del villaggio. Sul campo di battaglia sono rimasti i cadaveri di ventitré ribelli. Altri sette, feriti, sono stati fatti prigionieri. Poche, pare quattro, le perdite tra le fila delle truppe afgane. Nessuna tra gli italiani.

Le cose vanno molto peggio per le forze alleate sul fronte meridionale, dove negli ultimi giorni i guerriglieri afgani hanno inflitto pesanti perdite alle truppe americane che stanno prendendo posizione nelle campagne attorno a Kandahar in vista della famosa offensiva estiva – il cui inizio, non a caso, è stato rimandato al mese di luglio. Un’operazione, spiegano in questi giorni i comandi Usa e Nato, che sarà molto diversa da quella fallimentare di Marjah, di fatto già tornata sotto controllo talebano. Mentre l’operazione Moshtarak aveva visto una massiccia offensiva militare seguita dall’istallazione di un governo locale, l’operazione Hamkari (‘Cooperazione’, in dari) consisterà, secondo i generali Usa, nella progressiva e capillare occupazione militare del territorio ‘nemico’ per consentire l’avvio di iniziative civili di ricostruzione e assistenza a favore della popolazione locale. Insomma, niente assalti e bombardamenti contro le roccaforti talebane. ”Non sarà un’operazione cinetica”, ha dichiarato il ministro della Difesa afgano, Abdul Rahim Wardak, usando un gergo militare che indica azioni di combattimento.

Questi piani sembrano dare per scontato che non vi sarà nessuna resistenza, nessuna reazione da parte dei guerriglieri talebani. Pensano forse gli strateghi militari alleati che i ribelli afgani se ne staranno rintanati nei loro nascondigli a fumare oppio mentre migliaia di soldati stranieri e governativi occupano il loro territorio? L’aumento della presenza di truppe produrrà un’escalation di attacchi, imboscate e attentati, sia nei villaggi che nella città di Kandahar. Azioni alle quali le forze Nato dovranno rispondere, se non vorranno essere decimate. La ‘cinetica’ alla fine sarà inevitabile.
O sperano forse le truppe d’occupazione di fare in tempo a portare la popolazione dalla loro parte così da poter contare sul loro sostegno contro i talebani? Una prospettiva poco realistica a giudicare dall’accoglienza che la guerriglia sta dando alle prime truppe che affluiscono in zona.
Viene quasi il sospetto che queste anticipazioni (tutte fatte trapelare da fonti anonime sulla stampa americana) siano una tattica per confondere il nemico facendogli credere che non ci sarà un D-day, un grande assalto improvviso, per poi invece attaccarlo di sorpresa così da coglierlo impreparato. Difficile, ma non impossibile.

Enrico Piovesana

Fonte: www.peacereporter.net

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