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Massacro di Katyn

La Russia pubblica on-line le documentazioni ‘top-secret’ sulla strage di Katyn. Beria suggerì al Politburo l’eliminazione di ventiduemila prigionieri polacchi. Il Cremlino disse si.

Antonio Marafioti

“Tsa”, “a favore”. Il 5 marzo del 1940 a Stalin, allora segretario del Partito comunista dell’Unione Sovietica, bastò solo una sillaba per avvallare la morte di 22mila cittadini polacchi in quella che passò alla storia come la strage di Katyn.
Il dittatore l’appose in calce ad una relazione, top secret, redatta dal suo braccio destro e capo della polizia segreta (Nkvd) Lavrentij Berija il quale, dopo aver elencato dettagliatamente il numero dei prigionieri polacchi detenuti nelle prigioni occidentali di Ucraina e Bielorussia, consigliò ai membri del Politburò la loro eliminazione.

Dopo 70 anni

L’attuale presidente della Confederazione russa Dmitri Medvedev ha sostenuto che la pubblicazione dell’incartamento sul sito web dell’archivio nazionale rappresenta un atto “dovuto” verso il popolo polacco. La scelta politica, dicono in molti, è stata fatta per migliorare le relazioni bilaterali fra i due Paesi in un momento reso particolarmente teso dalla morte del presidente Lech Kaczynski, deceduto lo scorso 10 aprile in seguito ad un incidente aereo mentre rientrava in patria da Mosca dove si era recato proprio per le celebrazioni in ricordo della strage di Katyn. L’intera documentazione, conservata per anni negli archivi del partito comunista, era stata messa a disposizione del governo di Varsavia e dei ricercatori fin dal 1992. Oggi Mosca ha deciso di renderla pubblica per chiunque pur mantenendo un sostanziale riserbo sui restanti due terzi del protocollo (circa 116 faldoni su 182) che rimangono coperti ancora dal segreto di Stato. La vicenda fu usata fin dalla sua rivelazione tanto dalla propaganda nazista quanto da quella sovietica che si incolparono a vicenda delle esecuzioni. Durante la guerra gli alleati mantennero, pur conoscendo le responsabilità del Cremlino, un imbarazzante silenzio che durò fino al 1990 quando l’allora segretario della decaduta potenza sovietica, Michail Gorbacev ammise le colpe dell’armata rossa.

Al compagno Stalin

Si apre così la missiva di Berija all'”uomo di ferro” dei bolscevichi. In alto sulla destra il timbro top secret mentre sulla sinistra il simbolo e la sigla del Comitato centrale del Pcus. “Nei campi prigionieri di guerra gestiti dall’Nkvd – si legge nel rapporto – e nelle carceri occidentali in Ucraina e Bielorussia c’è attualmente un gran numero di ex ufficiali dell’esercito polacco, ex funzionari della polizia polacca e dei servizi di intelligence, membri dei partiti nazionalisti controrivoluzionari polacchi, membri di smascherate organizzazioni ribelli controrivoluzionarie, disertori e altri. Sono tutti nemici giurati del potere sovietico, pieni di odio verso il sistema sovietico“. Diverse indagini condotte successivamente hanno stabilito che fra quegli “altri” a cui faceva riferimento Berija c’erano donne e bambini, probabilmente appartenenti alle famiglie dei militari polacchi. “I prigionieri di guerra detenuti nei campi – prosegue la missiva – stanno cercando di continuare il lavoro controrivoluzionario, e sono impegnati in agitazioni anti-sovietiche. Ciascuno di loro è in attesa del rilascio per essere in grado di impegnarsi attivamente nella lotta contro il dominio sovietico. Gli organi del Nkvd nelle regioni occidentali di Ucraina e Bielorussia, hanno rivelato una serie di organizzazioni di ribelli controrivoluzionari, in tutte queste organizzazioni hanno svolto un ruolo di primo piano ex ufficiali dell’ex esercito polacco, ex poliziotti e gendarmi. […]

Berija suggerisce a Stalin l'esecuzione degli ufficiali polacchi

Numeri di morte

Nella seconda parte del plico Berija elenca a Stalin quanti prigionieri erano detenuti nei campi e quale sarebbe stato il “trattamento” consigliabile. “Nei campi di prigionia ci sono (senza contare i soldati e sottufficiali) 14.736 ex ufficiali, funzionari, proprietari terrieri, polizia, gendarmi, carcerieri, colonizzatori e spie. Oltre il 97% di loro sono di nazionalità polacca“. Poi, con un elenco asettico, Beria suddivide i prigionieri, migliaia, per grado e prigione di consegna. Al termine del freddo inventario di vite il boia del Partito passa alla soluzione: “Sulla base del fatto che essi sono risoluti e incorreggibili nemici delle autorità sovietiche – aggiunge il capo dell’intelligence – l’Nkvd ritiene necessario […] considerare in modo speciale che si infligga loro la pena capitale, con un colpo alla testa“. Ci sono voluti anni prima che la Russia convergesse sulle posizioni polacche nel considerare il massacro di Katyn un vero e proprio “genocidio”. Per non mettere in dubbio quella che, alla luce delle rivelazioni, sembra essere ormai una certezza, basta citare l’ultimo sconvolgente passo della lettera di Beria: “I casi devono essere trattati senza che i detenuti siano citati in giudizio, senza rivelare loro le accuse, senza indicazioni relative alla conclusione delle indagini e i capi d’imputazione che pendono su di essi“.

Quattro pagine in cui persone in carne ed ossa divennero numeri per poi trasformarsi in condannati a morte. Su di loro la morte arrivò con il consenso di Stalin,Voroshilov e Mikoyan che firmarono con la matita blu, quella degli errori gravi, di Kalinin e Kaganovich, a penna blu, e di Molotov che, più timidamente, scrisse il suo nome con un sottile tratto nero. La rapidità delle loro esecuzione fu pari alla pronuncia della parola “Tsa”: a favore.

Antonio Marafioti

Fonte: www.peacereporter.net

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