Home»Diritti umani»Pena di morte: il fronte abolizionista si allarga

Impiccati Iran

Benedetta Guerriero

I ministri della Giustizia e le delegazioni di oltre trenta Stati si sono dati appuntamento a Roma nei giorni scorsi per discutere della pena di morte. Il convegno, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, è giunto alla sua quinta edizione e si svolge a pochi mesi dall’assemblea di Ginevra della World Coalition Against Death Penalty. Sono passati quasi tre anni da quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato con 104 voti favorevoli e 54 contrari la Risoluzione per una moratoria universale della pena di morte e da allora il fronte abolizionista è andato allargandosi. “Dopo l’evento del 2007 tanti Paesi hanno scelto di eliminare la pena di morte dal proprio ordinamento – dice Rinaldo Piazzoni della Comunità di Sant’Egidio -. Alcune nazioni hanno votato la moratoria, altre, invece, si stanno muovendo per cancellare la pena capitale dalle singole Costituzioni. Buone notizie vengono soprattutto dall’Africa che sta facendo dei grandi progressi in questo campo”. Nel giugno del 2009 il Togo ha solennemente abolito la pena di morte e riduzioni significative si sono registrate in Kenya, Tanzania e Sudan. Anche Amnesty International, che da decenni porta avanti una campagna abolizionista, ha una posizione “indignata, ma ottimista” sulla questione.

PeaceReporter ha intervistato Roberto Decio, membro del coordinamento nazionale pena di morte, di Amnesty International.

Tra dicembre e novembre si svolgerà il terzo incontro dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla pena di morte, siete soddisfatti dei risultati ottenuti fino a questo momento?

E’ innegabile che a partire dagli anni Ottanta abbiamo ottenuto grandi successi e il ricorso alla pena capitale è andato diminuendo. Ogni anno le esecuzioni calano del 20 per cento, anche se bisogna sempre fare i conti con la Cina che, a causa del segreto di stato, fornisce un numero di condanne ballerino che fa sballare tutte le proiezioni. Come è accaduto nel passaggio dal 2007, dove il governo cinese ha comunicato l’esecuzione di 1010 condanne, mentre nel 2008 il dato si è impennato, raggiungendo quota 1718. Un atteggiamento irritante. Quest’anno in segno di protesta contro Pechino, Amnesty ha deciso di non pubblicare la cifra cinese. Nel 2009 avevamo dato notizia di 714 condanne eseguite, ma si tratta di un numero per difetto.

Quali sono i Paesi che ricorrono con maggiore frequenza alla pena capitale?

La Cina, l’Iran, l’Arabia Saudita, l’Iraq e gli Stati Uniti eseguono il 90 per cento del totale delle condanne a morte. A eccezione degli Stati Uniti, inoltre, nessuna nazione comunica le informazioni sui condannati. La situazione è particolarmente complessa in Asia, specie nei Paesi islamici. Alcuni hanno riconosciuto la moratoria, ma i risultati ottenuti non sono positivi.

E l’Africa?

La situazione, per fortuna, è totalmente diversa. Ci sono dei Paesi a rischio, come la Nigeria e l’Uganda che hanno perfino dei minorenni nel braccio della morte, e nazioni come il Rwanda e il Togo che hanno abolito la pena di morte. Proprio a Kigali nel settembre del 2009 la Commissione africana ha organizzato una conferenza sui diritti umani dove si è discusso sia della moratoria, sia dell’abolizione della pena capitale. Sono traguardi importanti. Amnesty si è impegnata per consegnare alla storia la pena di morte che, esattamente come è accaduto per la schiavitù, verrà ricordata come una brutta pratica dell’umanità.

Hai parlato di minori nel braccio della morte…

Sì, in Arabia Saudita, Yemen e Iran si tratta di una pratica ancora diffusa, per quanto sia molto difficile stabilire con esattezza chi viene ucciso e quando. In Yemen sulle condanne minorili vige una sorta di segreto di stato, mentre in Iran nel 2009 i casi accertati sono cinque e in Arabia sette. Cifre per difetto. Il destino del criminale in queste aree dipende dalle famiglie delle vittime e questo costituisce una doppia aberrazione. I familiari della persona uccisa possono scegliere tra un risarcimento pecuniario e la pena di morte.

Benedetta Guerriero

Fonte: www.peacereporter.net

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