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Drone USA

Il capo dei talebani pakistani è scampato ai missili della Cia, che continuano a cadere senza sosta (42 raid dall’inizio dell’anno) e a sollevare dubbi sulla loro legittimità

Enrico Piovesana

La presunta uccisione a metà gennaio del leader dei talebani pakistani, Hakimullah Mehsud, era stata usata dagli Stati Uniti per giustificare l’efficacia dei bombardamenti missilistici americani sui villaggi pakistani del Waziristan. Ora che il giovane emiro, con un video, ha dato prova di essere ancora vivo, il programma di omicidi mirati condotto dai droni della Cia in Pakistan torna al centro di aspre critiche. Critiche che in realtà non si sono mai sopite sia negli Stati Uniti che a livello internazionale.

Il 28 aprile il Congresso degli Stati Uniti ha tenuto un’audizione di esperti di diritto internazionale per approfondire i dubbi sulla legalità dell’uso dei droni in Pakistan.
David Glazier, docente della Scuola di legge di Loyola a Los Angeles, ha dichiarato davanti ai commissari che ”il personale Cia che controlla i droni corre il rischio di essere perseguito dalle leggi pakistane per crimini di guerra”. Mary Ellen O’Connell, docente di diritto dell’Università di Notre Dame, ha detto al Congresso che ”i droni sono armi da guerra capaci di infliggere gravi perdite, quindi non sono legalmente utilizzabili al di fuori di teatri di combattimento”.

Lo stesso giorno, l’Unione americana per le libertà civili (Aclu) ha inviato una lettera al presidente Obama, chiedendoli di sospendere la sua autorizzazione a un programma su cui gravano ”pesanti dubbi di costituzionalità e di rispetto dei diritti umani”, in quanto ”omicidi lungamente predeterminati e burocratizzati e chiaramente non limitati a obiettivi che costituiscono una reale minaccia imminente per la sicurezza degli Stati Uniti”.

Il rappresentante speciale dell’Onu per le esecuzioni sommarie, Philip Alston, da mesi attende dal governo Usa una risposta ai suoi rilievi: ”La Cia conduce un’operazione che sta uccidendo un gran numero di persone senza la minima giustificazione dal punto di vista del diritto internazionale”.

Dall’inizio dell’anno, i ‘Predatori’ e i ‘Mietitori’ – questi i nomi dei velivoli telecomandati dagli operatori Cia in Virginia – hanno effettuato almeno 42 missioni di bombardamento sui villaggi montani del Pakistan nordoccidentale, in cui sono morte oltre 300 persone, in gran parte civili innocenti. Secondo il governo pachistano, oltre 120 civili sono morti nei raid missilistici Usa nel solo mese di gennaio: per marzo e aprile non ci sono ancora dati disponibili.

La guerra Usa dei droni in Pakistan, iniziata esattamente sei anni fa, nell’aprile 2004, ha provocato finora oltre mille morti, due terzi dei quali civili secondo il governo di Islamabad, un terzo secondo stime di centri studi statunitensi. In ogni caso, parliamo di centinaia di bambini, donne e anziani uccisi dai missili americani ‘Fuoco dell’Inferno’ (più altre migliaia di feriti), considerati come accettabile ‘effetto collaterale’ di raid ritenuti dalla Cia ”eccezionalmente accurati, precisi ed efficaci”: in sei anni sono stati ”eliminati” una dozzina di super-ricercati di Al Qaeda e ”decine” di capi talebani.

Lungi dal prevedere la fine di questi raid aerei, l’amministrazione Obama sta aumentando il proprio impegno nella ‘guerra segreta’ pachistana anche sul terreno con l’invio di forze speciali, consiglieri militari e mercenari di aziende private come Xe Worldwide (ex Blackwater) e DynCorp. Senza contare le offensive militari che Washington ‘ordina’ alle forze armate locali (la prossima in Nord Waziristan), che finora hanno causato centinaia di morti civili e decine di migliaia di sfollati, senza minimamente indebolire il movimento talebano. Anzi.

Enrico Piovesana

Fonte: www.peacereporter.org

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