Home»Foto»Il Muro nel deserto messicano: la faccia triste dell’America

Muro tra USA e Messico - Foto: Wonderlane

Piergiorgio Cattani

Un muro, un deserto, città presidiate, poliziotti in assetto antisommossa, esercito mobilitato, vittime quotidiane: non ci troviamo in Medio oriente bensì dall’altra parte del mondo sul confine tra Stati Uniti e Messico. Leggi draconiane in materia di immigrazione, stranieri trattati come clandestini solo per un diverso cognome o accento, proteste delle associazioni per i diritti: non ci troviamo in Francia o in qualche provincia del profondo nord italiano, bensì in Arizona. Tutto il mondo è paese, si potrebbe dire. E in questo caso è tristemente vero, anche se ciò che sta avvenendo intorno al deserto del Messico ci descrive una situazione ormai fuori controllo.

Legati dal Trattato di libero scambio dei paesi del Nord America (NAFTA, siglato nel 1992 e entrato in vigore nel 1994), Messico e Stati Uniti hanno abbattuto ogni barriera doganale per le merci innalzando invece mura sempre più alte per le persone. Paradossalmente proprio dopo la firma del trattato i 3141 km di confine fra i due paesi sono stati sempre più militarizzati. Negli anni novanta emigravano clandestinamente circa 300mila messicani all’anno, tanto che ci sono circa 500mila immigrati irregolari nella sola Arizona che conta 3 milioni di abitanti.

Per questo si pensò di rafforzare il confine con una barriera difensiva più efficace. All’inizio i quattro Stati interessati (California, Arizona, New Mexico e Texas) si mossero ognuno per conto proprio fino a quando nel 2006 il presidente George W. Bush varava solennemente la legge che autorizzava e finanziava la costruzione di mille km di muro di separazione, quello che si chiama The Mexico – United States barrier, cioè il muro messicano.

Nell’agosto 2008 il Dipartimento per la sicurezza interna americano forniva le cifre del progetto: 550km tra barriere contro lo sconfinamento umano e contro il passaggio di autoveicoli; ma la costruzione continua tanto che a gennaio 2010 il confine della California è sigillato, mentre fino a tutto il confine del Texas sono previsti lunghi tratti di un vero e proprio muro di cemento alto più di 6 metri, largo 1 metro e interrato per 3 metri.

Questa linea di demarcazione, costituita da una barriera di legno e di metallo, con aggiunta di filo spinato, telecamere e sensori nonché dalla presenza di guardie di frontiera, attraversa principalmente il deserto ma anche taglia a metà agglomerati urbani che prima formavano quasi un’unica città: quello di S. Diego-Tijuana e El Paso-Cuidad Juarez. Quest’ultima città è tristemente nota per essere la capitale dei potentissimi cartelli della droga, sovente in guerra tra di loro, che ne insanguinano le strade uccidendo soprattutto le donne.

Il governo di Felipe Calderón, presidente del Messico, ha ingaggiato in questi anni una guerra senza quartiere ai trafficanti, guerra che sta andando così male da convincere il presidente Obama a seguire il predecessore per quanto riguarda la costruzione della barriera. Ma Cuidad Juarez è a pochi passi dall’Arizona, Stato verso cui continua il flusso di immigrati, molti dei quali trovano la morte nel deserto (cifre ufficiali parlano di più di 1000 morti tra il 1998 e il 2004).

Arizona finita al centro delle cronache a seguito dell’approvazione della nuova legge sull’immigrazione che autorizza la polizia ad arrestare chiunque sia sospettato di immigrazione clandestina. Un provvedimento che ha scandalizzato e preoccupato la politica l’opinione pubblica americane, dal presidente Obama ai grandi mezzi di comunicazione. Una legge di per sé pericolosa ma che soprattutto mina uno dei pilastri della democrazia degli Stati Uniti, cioè rispetto assoluto della libertà individuale.

Ma la protesta non si limita a cortei e scioperi da parte dei latinos o di lavoratori immigrati illegalmente: sindaci e consigli municipali di metropoli come Boston annunciano un boicottaggio delle aziende e dei prodotti dell’Arizona, scuole e università da tutta l’America minacciano di tagliare le relazioni, i viaggi, i contratti con quelle di uno Stato che calpesta i valori basilari di una società attenta ai diritti umani. Insomma da oltre oceano non vengono solamente notizie negative.

Piergiorgio Cattani

Fonte: www.unimondo.org

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