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Impianto fotovoltaico

Filippo Schillaci

Sul finire della scorsa estate avevo finalmente estinto il mutuo decennale contratto per comprare il luogo in cui ho portato avanti fino a oggi la mia pratica di autoproduzione e mi ero anche ripreso dalle fatiche dell’epica presa di Poldino, un vispo e inafferrabile cagnetto randagio che non c’entra niente con l’argomento di questo articolo e di cui dunque narrerò altrove. Ritenni dunque che fosse giunto il momento di cominciare a pensare alla “questione energetica” che fino ad allora avevo per varie ragioni lasciato in disparte. Fatti un pò di conti sulle mie disponibilità economiche e constatato che gran parte dei consumi energetici avvenivano sotto forma di elettricità, decisi di cominciare pensando a quest’ultima.

Un giorno, passando da Frascati, vidi i manifesti dell’Ecofest Energia che si sarebbe svolto un paio di settimane dopo e che, dai preparativi, si annunciava quasi imponente. Una volta tanto la cosa giusta al momento giusto. Pensai che se non altro mi avrebbe dato, come di fatto poi fu, la possibilità di farmi un’idea del quadro complessivo senza dover vagare in giro per il mondo. Il primo giorno ci andai con Poldino, e scoprii così la sua vocazione di grande cacciatore di ciclisti. I giorni successivi, per motivi d’ordine pubblico, ci andai da solo.

In effetti all’Ecofest partecipò una gran quantità di aziende e dunque c’era di che farsi un’idea di tutto. Parliamo naturalmente di aziende rivolte alla realizzazione di impianti su scala domestica. Per cominciare, quali campi erano rappresentati e in che misura? Eccoli:

Solare (termico e fotovoltaico): tantissimo;

Eolico: abbastanza;

Geotermico: qualcosina;

Idroelettrico: quasi nulla;

Microcogenerazione: nulla.

Il che mi confermò la tendenza di cui già mi ero reso conto guardando le pubblicità o semplicemente tendendo l’orecchio: l’Italia, per quanto riguarda le energie rinnovabili, si sta buttando interamente sul solare trascurando le pur valide alternative e facendo, soprattutto, venir meno quella diversificazione dell’offerta che è invece fortemente richiesta dalla prima caratteristica delle fonti rinnovabili: quella di essere, per loro stessa natura, dipendenti dai luoghi. Qui andrà pur bene un impianto fotovoltaico ma più in là potrà essere più conveniente un impianto minieolico, altrove un geotermico, altrove ancora un insieme coordinato di questo e di quello. Macchè: o solare o morte.

A me ciò andava anche bene perché le specifiche condizioni della mia casa consigliavano proprio di orientarsi sul solare ma sarò franco: tutto questo squilibrio in favore di esso non credo che prometta nulla di buono: sa tanto di moda, o di ragioni di mercato, sembra dettato insomma da spinte ben diverse da quelle di razionalità, efficienza e concezione localista della produzione energetica che invece dovrebbero guidare la virata verso le energie rinnovabili.

Parlai con i rappresentanti di varie aziende e mi concentrai su una rosa di quattro, che reputai serie e fra le quali scelsi infine una piccola azienda a gestione familiare, che mi fece – non solo per questo motivo – una buona impressione, rivelatasi poi esatta.

Cosa mi spinse a reputare serie queste aziende? Il fatto che ponessero subito l’accento sugli aspetti tecnici: qualità dei materiali, assistenza post impianto, potenza necessaria in base all’energia consumata in un anno eccetera.

Quali aziende scartai? Quelle che al contrario mettevano in primo piano gli aspetti economici o, per dirla meglio, lucrativi, legati a incentivi statali e simili: «installare un impianto solare significa impostare un piano finanziario» mi sentii dire da uno di loro. Ecco, questi proprio no. Installare un impianto basato su fonti rinnovabili significa produrre energia usando le risorse che il luogo in cui vivo mi mette per sua propria natura a disposizione. E’ un modo ulteriore per essere in positiva relazione con esso. Di che piano finanziario vanno farneticando?

Uno di questi venne anche a fare un sopralluogo alla casa. Sopralluogo? La casa quasi non la guardò. Avesse venduto spazzole o carri armati sarebbe stata la stessa cosa. Mi diede un foglio con un elenco di documenti e mi pose col tono più disinvolto del mondo la domanda: «ce la fa a prepararli per la prossima settimana?», in cui riconobbi la prima tecnica del perfetto venditore-imbonitore: comportarsi con il cliente come se l’affare fosse fatto a priori. Andò via nel giro di dieci minuti promettendomi un preventivo (redatto su quali basi?) che non mi giunse mai. Sei mesi dopo, a impianto realizzato, mi giunse invece una sua telefonata in cui mi domandava cosa avessi deciso. Gli dissi tranquillamente che ci avevo rinunciato, lo salutai e mi sforzai di dimenticarmi di lui.

Il giorno dopo il suo “sopralluogo” fu la volta della ditta cui poi affidai il lavoro. Questi rimasero a lungo, salirono sul tetto, ne misurarono superficie, pendenza e orientamento, vollero vedere il progetto della casa, si documentarono sui miei consumi energetici, insomma fecero fin dal principio un lavoro accurato. Decisi infine per l’installazione di un impianto completo che risultò composto da sette pennelli fotovoltaici e un pannello termico a circolazione naturale. E poiché dunque, se escludiamo l’acqua calda sanitaria, l’energia che avrei ricavato si presentava primariamente sotto forma di elettricità scelsi per il riscaldamento due pompe di calore che mi sarebbero state fornite e installate dalla stessa ditta.

Adesso si poteva cominciare.

E si cominciò dal peggio, ovvero dalle pratiche burocratiche con la società finanziaria. Perché se è vero che chi mette in primo piano l’aspetto economico dà una visione storpia dell’approccio alle energie rinnovabili, è anche vero che ovunque si interagisca con una tecnologia evoluta, lì c’è di mezzo il mercato, e dunque l’aspetto economico della faccenda, inevitabilmente, c’è; fermo restando però che esso è il mezzo e non il fine come invece gli “storpi” pretenderebbero.

Tentai invano di rivolgermi alla Banca Etica: la sede di Roma mi diede appuntamento per due settimane dopo, ma sarei dovuto partire per la Brianza (insieme allo scatenatissimo Poldino). In Brianza provai più volte a telefonare a uno dei loro “banchieri ambulanti”: mi rispondeva sempre il fax. Finii col rivolgermi alla società finanziaria proposta dalla ditta.

E subito mi vidi trasformato in un fascicolo, ebbi per nome un numero di pratica, il mio diritto all’esistenza fu subordinato al sussistere di una congerie di requisiti di affidabilità vaganti fra il pedante, il poliziesco, l’ossessivo e il ridicolo. Ce la misi tutta per dimostrare di essere il più integerrimo dei debitori solventi e, al secondo tentativo (al primo la pratica fu “declinata”), il finanziamento mi fu magnanimamente concesso. Ma da chi? Non si sa. Da un’entità lontana e imperscrutabile, ignota perfino agli impiegati della sede locale che “lavoravano” la mia pratica, con i quali interagiva la ditta installatrice la quale a sua volta interagiva con me. Accadeva che gli impiegati ricevevano la documentazione che io “producevo”, inserivano i dati via terminale in un modulo telematico e li inviavano “altrove”. Dove? Chissà! E a chi? Nuovamente, chissà! Colui/coloro che decise/decisero di non concedermi prima e concedermi poi il finanziamento, colui/coloro cui era stato dato potere di vita e di morte sul fascicolo che io ero, nessuno lo/li ha mai visto/i. E anche l’agire di costui/costoro non è altro che l’applicazione meccanica di regole ricevute in maniera altrettanto impersonale da un ennesimo e non meno invisibile, imperscrutabile altrove. E’ il mondo del denaro, delle banche, della catena di montaggio: il loro mondo, con cui avrei fatto volentieri a meno di dover tornare a interagire. Questa fu la fase più lunga, esasperante e tendente a più riprese al drammatico/tragicomico. Poi si passò alle cose serie.

Finiti i giri di valzer con la finanziaria si passò dunque all’installazione, che fu la fase più breve (tre giorni di lavoro appena) e tranquilla, a parte qualche fugace disagio per la parte dei lavori che coinvolgevano l’interno della casa. L’inverter e i vari dispositivi di contorno infatti preferii farli installare all’interno, sia per mia comodità nella lettura dei dati, sia per ragioni di sicurezza.

Andiamo avanti. L’impianto fu installato e collaudato: pompe di calore, pannello termico e pannelli fotovoltaici cominciarono a funzionare regolarmente. Rimaneva solo da collegare questi ultimi alla rete ENEL.
Ma soprattutto rimaneva da affrontare ancora una montagna di burocrazia: per l’allaccio alla rete e lo scambio “sul posto”, per gli incentivi (il “conto energia”), per la detrazione dall’IRPEF sull’impianto termico e le pompe di calore e per non so cos’altro. Ci pensò la ditta e a me non rimase che vergare alcune dozzine di firme su una montagna di documenti che giocoforza dovetti rinunciare a leggere. Lo feci in base alla considerazione che, poiché stavo seguendo una procedura standardizzata a livello nazionale, le probabilità di cadere in un imbroglio erano estremamente basse.

C’è da dire che la mole di burocrazia che caratterizza questa fase post impianto è tale che, a meno che non siate appassionati di enigmistica, scartoffie e labirinti (quella disgrazia storica che chiamano burocrazia si situa in un misterioso crocevia fra questi tre esoterici prodotti della mente umana), è fondamentale trovare una ditta che si assuma il carico di svolgerla per il cliente. La maggior parte delle ditte che contattai in effetti svolge questo servizio salvavita, ma non tutte. Attenzione dunque a non trascurare questo elemento.

Ci fu un aspetto che non mi piacque: fu quando ricevetti una mail da parte di un ingegnere cui la ditta aveva affidato la pratica per la detrazione sull’IRPEF. Egli mi chiedeva, fra l’altro, di cedere a titolo gratuito a lui i “titoli di efficienza energetica (TEE) che l’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas (AEEG) rilascerà”. Domandai, sempre via mail, cosa sono i TEE e perché mi si chiedeva di cederli. Nessuna risposta. Lo domandai di nuovo. Nessuna risposta. Infine telefonai. L’ingegnere mi sembro un po’ infastidito dal fatto che io chiedessi delucidazioni. Comunque, telegraficamente, rispose. Nel frattempo avevo fatto un po’ di ricerche per conto mio, a dire il vero senza capirci molto, perchè i TEE sono appunto dei titoli, ovvero qualcosa di simile alle azioni, ovvero un’entità squisitamente appartenente al mondo della finanza, di cui non so né mi interessa sapere nulla. Il loro valore è di 100 euro ogni 11.628 kWh di energia termica o 5.347 kWh di energia elettrica risparmiata. Ma non ho mai consumanto, né dunque posso ora risparmiare, così tanto e dunque nel mio caso si sarebbe trattato di somme davvero minime. L’ingegnere mi disse anche che questi titoli non possono essere gestiti da un privato, né da me né da lui dunque, e che egli chiede che gli siano ceduti solo in funzione di non ricordo che beneficio che da ciò deriverebbe all’Unione Europea. Rimasi un po’ scettico di fronte a tanto senso del bene comune da parte sua ma non approfondii. Feci bene? Feci male? Non lo so. Ma il punto è che anche questo aspetto della vicenda, essendo in stile “piano finanziario”, era totalmente al di fuori degli intenti che mi avevano spinto ad avviarla nonché, direi, anche della mia generale visione dei rapporti che intendo stabilire col mondo.
Decisi infine che non mi interessava tenermi delle entità di natura strettamente finanziaria, che in fondo non avrei nemmeno saputo gestire né avevo intenzione di imparare a farlo. Gli cedetti volentieri i TEE e non seppi più nulla di lui.

Torniamo all’ENEL e alla procedura di allaccio alla rete elettrica e di stipula della convenzione per lo scambio sul posto e per il conto energia. Questa fase, per quanto ne so, può essere banale o terrificante a seconda del luogo in cui si vive. Per Alberto, il tecnico del sole che intervistai quando scrissi la parte sull’energia di Vivere la decrescita, fu un calvario; in Trentino, egli mi disse, è la cosa più semplice del mondo. E nel Lazio? Anche qui dipende dal luogo. In provincia di Latina, mi disse il tecnico installatore, i tecnici ENEL ci mettono 40 giorni a muoversi; nella parte della provincia di Roma in cui abito io hanno i riflessi più pronti: 10, 15 giorni al massimo.

Intanto un tecnico dell’ENEL era già venuto a fare un primo sopralluogo di verifica dell’impianto. Tutto bene o quasi; obiettò che il contatore di produzione era troppo in alto (poco più di 2 metri) e che per raggiungerlo l’operatore sarebbe dovuto salire su una sedia o una scaletta, il che avrebbe messo a repentaglio la sua sicurezza. Avrei a questo proposito una piccola, umile richiesta: signor “homo sapiens”, potrebbe ogni tanto – dico solo ogni tanto, per carità – evitare di rendersi ridicolo? Faccia un piccolo sforzo, vedrà che ci riesce. Quel tecnico un piccolo sforzo evidentemente lo fece (il che va a sua imperitura gloria) perché non insistette più di tanto su questo tema e infine diede all’impianto il suo imprimatur. E, due settimane dopo, l’allacciamento fu.

Così adesso, oltre all’acqua piovana, ho finalmente cominciato a utilizzare un’altra delle risorse che “mi piovono addosso”: l’energia del sole. C’è ancora un non trascurabile numero di cose da fare prima di poter definire la mia casa “ecosostenibile” ma questo tassello, intanto, è andato al suo posto.
Come funziona l’impianto? Il fotovoltaico fa egregiamente il suo dovere e in due mesi di attività ha già prodotto 354 KWh. Le pompe di calore funzionano anch’esse molto bene e riscaldano gli ambienti con un consumo relativamente contenuto, tanto più accettabile visto che adesso l’energia non proviene da una fonte fossile. L’impianto termico mostra un po’ dei limiti nelle giornate di cielo coperto quando per scaldare i 150 litri di acqua contenuti nel suo boiler ha bisogno dell’aiuto di una resistenza elettrica, venendo così a funzionare come uno scaldabagno elettrico. Questo non va molto bene, tanto che sto pensando di riattivare un piccolo scaldabagno elettrico da 30 litri da usare in queste giornate dato che per riscaldare 30 litri ci vuole meno energia che per riscaldarne 150 (oltre tutto utilizzati quasi sempre solo in parte) e che, trovandosi esso in casa, è meno esposto al freddo notturno e dunque conserva meglio il calore. Non trovo ideale questa soluzione ma, essendo la mia casa priva di un impianto di riscaldamento ad acqua, essa è per ora quanto di meglio io possa concretamente attuare.

E il mondo esterno? Come funziona il mondo esterno? Ovvero il mondo degli incentivi e dello scambio sul posto? Per gli incentivi, ovvero il conto energia, staremo a vedere. Per lo scambio sul posto, ho saputo dalla ditta che ha effettuato l’installazione che, mentre l’ENEL fattura nelle sue bollette le solite tariffe per l’energia prelevata dalla rete, il GSE paga l’energia immessa secondo una tariffa decurtata. Perché? Per le spese di trasporto dell’energia. Spese di trasporto? Ma lo scambio non è “sul posto”? Cosa c’entra il trasporto? La faccenda, mi dice il tecnico installatore, non è chiara e “qualcosa dovrà succedere”. Nel frattempo mi consiglia di gestire i consumi in modo da scambiare “sul posto” il meno possibile, ovvero consumare di più nei momenti in cui l’impianto produce di più. In tal modo l’energia consumata è quella prodotta localmente, senza scambi con la rete e senza che intervengano giochi di prestigio monetari. Il consiglio è in perfetta assonanza con i miei principi e dunque mi ci attengo per tutti gli usi in cui è possibile. In attesa che il mondo cambi.

Fonte: www.decrescitafelice.it

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