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Proteste USA contro la guerra in Afghanistan

Enrico Piovesana

Cittadini Usa sempre più contrari alla guerra in Afghanistan. Il dissenso aumenta anche al Congresso. Dubbi al Pentagono sulla strategia di McChrystal. Persa la battaglia ”per il cuore e le menti” degli afgani.

In Afghanistan ci aspettano mesi di duri combattimenti” ha dichiarato l’altro ieri il premio Nobel per la pace Barack Obama, mentre spediva al Congresso americano la richiesta di un nuovo finanziamento da 33 miliardi di dollari per pagare le spese dei rinforzi mandati al fronte.

L’escalation dell’impegno militare Usa nella guerra in Afghanistan – costata finora ai contribuenti 350 miliardi di dollari – suscita sempre maggiori perplessità e malcontento non solo tra i cittadini americani (secondo gli ultimi sondaggi, i contrari sono saliti al 56 per cento) ma anche tra i loro rappresentanti che siedono al Campidoglio e perfino tra i vertici delle forze armate.

Proteste in USA contro la guerra

Negli ultimi mesi, negli Stati Uniti, le proteste popolari contro la guerra si sono moltiplicate: non più solo grandi cortei nelle grandi città, come quelli dello scorso 7 ottobre, ma decine di sit-in organizzati in contemporanea nelle città di ogni Stato davanti ai locali uffici dei singoli parlamentari. Una protesta capillare che, a quanto apre, sta dando i suoi effetti. Sarà forse perché questo è un anno elettorale (a novembre si vota per il rinnovo del Senato e di parte della Camera), sta di fatto che molti politici stanno riconsiderando le proprie posizioni sulla guerra. Il primo segnale è arrivato lo scorso 10 marzo, quando ben 65 membri della Camera hanno votato una mozione presentata da un rappresentante democratico dell’Ohio, Dennis Kucinich, in cui si chiedeva l’immediato ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan. La scontata bocciatura della mozione è stata preceduta da un lungo dibattito, senza precedenti, sui costi economici e umani, sulla reale utilità e perfino sulla legalità della prosecuzione della campagna bellica statunitense contro i talebani.

Crescono i dubbi anche in ambiente militare: non tanto sulla guerra di per sé, quanto su come la sta conducendo il generale Stanley McChrystal.
Alla vigilia della grande offensiva militare nella provincia di Kandahar, che dovrebbe iniziare a giugno e proseguire fino a dicembre, all’interno del Pentagono aumenta lo scetticismo sui risultati concreti prodotti dalla strategia militare dal comandante delle truppe Usa in Afghanistan. Strategia testata dall’offensiva di Marjah dello scorso febbraio, che McChrystal ha rivenduto ai media Usa come un grande successo, ma che ora molti generali descrivono per quello che è: un fallimento totale. Pochi giorni fa, uno di loro spiegava al Washington Post che i distretti dati per bonificati e riconquistati in seguito all’offensiva sono in realtà ancora sotto controllo dei talebani, ribadendo dei dati di fatto denunciati anche nell’ultimo rapporto del Pentagono sulla guerra afgana, dove si ammette che i talebani si sono “reinfiltrati nelle aree che erano state conquistate”.
A McChrystal viene rimproverata anche la scelta tattica del ricorso sistematico dei raid notturni delle forze speciali, che producono più vittime civili di quelle risparmiate dalla diminuzione dei bombardamenti aerei, seminando odio e risentimento tra la popolazione.

Più ancora che tra i cittadini, i politici e i militari americani, è tra la popolazione afgana che monta l’opposizione alla guerra. Nonostante i proclami, la ”battaglia per i cuori e le menti” degli afgani sembra ormai data per persa, come dimostra la scelta di sferrare la nuova offensiva antitalebana a Kandahar nonostante il 94 per cento della popolazione della provincia (secondo un recente sondaggio commissionato dallo stesso comando Usa) si sia detto contrario all’operazione e a favore di negoziati con i talebani pur di porre fine alle sofferenze e ai problemi causati dalla guerra.

Enrico Piovesana

Fonte: www.peacereporter.net

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