Home»Foto»LE GUERRE PIÙ CRUENTE DELLA STORIA: L’IMPORTANZA POLITICA DI GANDHI

Mohandas Gandhi

Niloufer Bhagwat

In tutto il mondo la situazione è davvero apocalittica. Stiamo assistendo ad un collasso finanziario ed economico di regioni che storicamente devono molto allo sviluppo capitalistico e allo stesso tempo alle guerre più cruente della Storia, alla ricolonizzazione e alla distruzione di stati-nazione in tutti i continenti, all’aggressione di mercati, piani e spazi economici di interi Paesi con il preciso scopo di eliminare in massa la popolazione civile considerata d’intralcio all’uso e al consumo delle risorse.

Nonostante siano stati invasi o occupati numerosi Paesi (compresi, fra gli altri, Palestina, Congo, ex-Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Somalia, Yemen, Haiti) e nonostante Iran, Russia e Cina siano stati direttamente minacciati o individuati come obiettivi futuri, oggi non è stato ancora fatto alcun serio tentativo di promuovere una comprensione politica di imperialismo e fascismo – estensioni del capitalismo – nonostante il grande coraggio e il successo e dei movimenti politici e delle forze di resistenza. Di conseguenza, sempre più Paesi sono distrutti da aggressioni militari o soccombono a intestini golpe fascisti. Questo fallimento ideologico del cittadino politicamente consapevole è fatale, a lungo andare, per l’indipendenza politica dei cittadini e delle società; inoltre, anche in quei governi instaurati dopo rivoluzioni storiche, esso ha già seriamente indebolito la capacità di organizzare una determinata opposizione nazionale ed internazionale che sconfigga l’offensiva propagandistica conseguente l’aggressione militare, che ora è globale.

Accanto ad altre società, l’India e la sua popolazione sono ancora una volta prede economiche e finanziarie per compagnie multinazionali globali e indiane, proprio mentre tre comitati governativi indiani mettono in luce che più di un terzo della popolazione indiana vive in zone povere ed i lavoratori che rappresentano circa 700 milioni di persone del settore operaio non rappresentato dai sindacati sopravvivono con meno di un dollaro al giorno e molti altri con circa venti rupie (circa mezzo dollaro). Considerata la situazione, il quarto ‘Committee on Agrarian Reforms and Unfinished Task of Land Reforms’ si sono mostrati critici riguardo le recenti politiche di esproprio delle terre da parte dello Stato a favore delle Corporation multinazionali indiane ed estere, e sostengono che la crescente illegalità, la povertà e la violenza sono l’ovvio risultato della neo-liberale agenda economica dello Stato e degli emendamenti che hanno alterato la legislazione. Quest’ultima, fino ad oggi, aveva impedito che venissero confiscate le terre abitate e coltivate da tempo immemore dalla popolazione indigena e dai contadini. Il forward trading speculativo di prodotti, proibito per decenni dopo l’indipendenza indiana, oggi è permesso grazie a una serie di governi di credo politico solo apparentemente differente, tutti orientati al “mercato libero”, alla finanziarizzazione e agli investimenti esteri indiscriminati, mentre i prezzi degli alimenti sono saliti alle stelle e le attività agroindustriali sono pronte a divorare l’India, che è stata invece per migliaia di anni un’area di tradizionali eccedenze agricole e biodiversità. A questa situazione di fondo è da aggiungere il presunto “Terrore Islamico” e altri governi cui è strettamente collegato, la politica alternativa vista solo come diversiva, con l’uccisione di ufficiali di polizia e avvocati che mostrano che le trame terroristiche sono create ad hoc, e altri che invece vengono accusati, ma solo sulla base di false prove.

Cercando strategie per affrontare queste brutali aggressioni all’umanità, che colpiscono gran parte delle società, è bene citare fra gli altri movimenti che hanno avuto una certa importanza nel 20mo secolo la lotta politica condotta dal Mahatma Gandhi, la sua determinata opposizione alla dominazione dello spazio economico indiano da parte delle compagnie straniere, le sue preoccupazioni per il mondo evidenziate dall’opposizione alla colonizzazione della Palestina – iniziata con la Dichiarazione Balfour del governo britannico in collaborazione con il sionismo europeo – la sua critica delle devastazioni sociali in seguito al colonialismo e al capitalismo come sistemi economici, la sua strategia di educazione politica, le lotte di massa, la disobbedienza civile e la non collaborazione per sovvertire i sistemi politici ingiusti. Queste sono ancora strategie da tenere in considerazione nella ricerca di una ricostruzione equa della società del 21mo secolo.

Dopo la “Great War of Indian Independence” [ndt. “grande guerra per l’indipendenza indiana”] del 1857, in cui la Compagnia delle Indie orientali trucidò 10 milioni di indiani, mentre i movimenti anti-coloniali si trovavano nel caos, il Mahatma Gandhi emerse come leader nella corrente dominante dell’Indian Freedom Movement [ndt. “movimento per l’indipendenza indiana”]. Gandhi poneva particolare importanza al fatto che isolati atti terroristici non avrebbero sconfitto il dominio coloniale britannico; la strategia da adottare, invece, avrebbe dovuto basarsi su una costante educazione politica, con lotte di massa e proteste riguardo a questioni cruciali, e cooperazione in tutti i settori dell’amministrazione che rendessero impossibile il governo ingiusto.

Un rivoluzionario si riconosce dall’eccezionalità dei suoi seguaci. Negli Stati Uniti d’America, ad esempio, fu il reverendo Martin Luther King a seguire il Mahatma Gandhi, guidando uno dei maggiori movimenti di massa nella storia americana e dando avvio all’emancipazione degli afro-americani; di conseguenza, M.L. King si oppose al militarismo statunitense, che riteneva fosse la continuazione e l’estensione delle politiche anti-sociali dello sfruttamento economico e del razzismo negli Stati Uniti. Inoltre, M.L. King credeva che il militarismo penalizzasse gli interessi della classe operaia degli Stati Uniti. Ciò nonostante ci sono alcune differenze fra i due. Il Mahatma Gandhi credeva che in un Paese dove milioni di persone soffrono la fame, il cibo fosse la “divinità” da diffondere necessariamente in ogni casa e che la filosofia religiosa imponesse il rispetto di tutta l’umanità, indipendentemente dalle culture. Martin Luther King, invece, metteva in evidenza che “qualunque religione che si professi preoccupata dell’anima dell’uomo ma non della miseria in cui gli uomini si dannano, delle condizioni economiche che li strangolano e delle condizioni sociali che li paralizzano è una religione spiritualmente moribonda e in attesa di essere sepolta”.

Dall’esperienza dell’apprendistato politico in Sudafrica, Gandhi giunse a scegliere la strategia politica della disobbedienza civile di massa, della non collaborazione, e della “Satyagraha” – la fermezza nella verità. In India, ispirati da questo movimento, milioni di persone abbandonarono progressivamente l’apatia politica e il fatalismo, iniziarono a discutere dei temi politici quotidiani e parteciparono alle lotte di massa, cosicché per l’Impero britannico divenne impossibile governare.

In questi ultimi anni, anche in Bolivia i cittadini indigeni hanno fatto ricorso alla disobbedienza civile, che si è concretizzata nell’assedio della sede governativa ed i governi hanno dovuto di volta in volta dimettersi finché non è stato eletto Evo Morales. Non è stata una rivoluzione colorata, la popolazione boliviana ha cambiato il proprio governo attraverso un movimento di massa che chiedeva giustizia politica ed economica per la popolazione indigena della Bolivia.

Mentre la Corte Suprema indiana ha ordinato lo smantellamento del “Salwa Judum” (le milizie armate private assoldate dalle multinazionali indiane e straniere, in ambito estrattivo e non solo, nell’India centrale e orientale), d’altro canto i maggiori partiti politici non si sono opposti alla “Operation Green Hunt” (un’operazione para-militare su larga scala recentemente avviata contro la popolazione tribale indigena e contadina dell’India centrale e orientale) finalizzata allo sgombero di migliaia di acri di terre ricche di minerali oggi abitate dalla popolazione indigena e dagli agricoltori, che la coltivano da tempo immemore; e tutto ciò a dispetto di qualsiasi razionale requisito per l’estrazione mineraria o per l’industrializzazione, attraverso una massiccia appropriazione territoriale che distruggerà l’habitat di queste regioni, e che è stata definita da alcuni come “colonizzazione interna” in una regione con uno dei minori indici di sviluppo umano dell’India. Non ci sono dubbi riguardo a chi Gandhi avrebbe sostenuto in questa regione, sebbene avrebbe cercato il giusto equilibrio fra agricoltura e industrializzazione. Attualmente, persino i seguaci di Gandhi presenti nella popolazione e fra i contadini sono stati individuati e imprigionati.

Il Mahatma Gandhi non si oppose all’industrializzazione e allo sviluppo economico, come talvolta erroneamente appare. Dal suo punto di vista, però, la grande industria doveva essere regolata e sotto il controllo sociale, attraverso la partecipazione dei lavoratori nella gestione, indipendentemente dal settore interessato; allo stesso tempo sosteneva che la disoccupazione nell’India rurale e urbana dovesse essere eliminata attraverso l’introduzione di migliori tecniche agricole e attraverso il ricorso alla piccola industria e all’artigianato. Inoltre, Gandhi pose particolare importanza, considerandole immediate priorità, alla creazione di infrastrutture rurali per l’acqua potabile, alle condizioni igieniche, alla sanità, all’alfabetizzazione, all’educazione e all’alloggio. Sebbene i loro metodi divergano, ci sono molti punti in comune fra i programmi del Mahatma Gandhi e di Mao Tse Tung per quanto riguarda il miglioramento rurale come preludio dello sviluppo delle economie di Paesi in difficoltà agricole, storicamente devastati dalla colonizzazione. Mao Tse Tung era un nazionalista interessato prima di tutto al popolo cinese; il Mahatma Gandhi, sebbene comprendesse le specifiche condizioni della società indiana, estendeva la sua preoccupazione all’umanità intera. Tuttavia Gandhi era un realista politico e aveva colto con perspicacia la situazione dei movimenti politici del 20mo secolo. Nel 1945, in un’edizione riveduta del suo “Reconstruction Programme” del 1941 (pubblicato nei Selected Works of Mahatma Gandhi, Vol. III), avvertiva al paragrafo 13 del programma intitolato “Economic Equality”:

“Finché persiste un enorme divario fra i ricchi e i milioni di persone affamate è chiaramente impossibile istituire un sistema di governo nonviolento. Vedete il contrasto tra i palazzi di New Delhi e le misere baracche della povera classe operaia… è sicuro che ci sarà una violenta e sanguinosa rivoluzione un giorno, a meno che i ricchi non abdichino volontariamente e che si condivida il potere per il bene comune.”

Gandhi dava grande importanza all’esempio personale, sia dei singoli individui sia dei movimenti. A tal fine trasformò lo stile di vita semplice in una cultura raffinata, sottolineando come il consumo eccessivo fosse volgare e indecente, moralmente ripugnante e a scapito delle risorse sociali. Tutto ciò contrasta totalmente con il comportamento delle classi politiche odierne in India e altrove, dove si mostra acquiescenza verso stipendi e debiti aziendali di milioni e miliardi, cifre che vanno ben oltre le necessità di una un’intera esistenza vissuta agiatamente; e tutto questo solo per standard di vita osceni ed indecenti, con milioni di risparmi in titoli e simili, che non producono altro se non bolle economiche e speculazione, mentre molti governi si trovano ora di fronte a debiti inevitabili con un impatto sociale mondiale.

La lotta politica del Mahatma Gandhi conteneva un punto di vista morale che la rendeva inoppugnabile. Gandhi focalizzava l’attenzione sulle ingiustizie sociali e sul sistema politico che schiavizzava l’umanità, piuttosto che sull’individuo, spersonalizzando le questioni, ed era un “generale” politico del popolo par excellence, con un’intelligenza politica intuitiva e strategica, basata su una grande esperienza delle dinamiche politiche. Perciò il suo movimento eclissò, per sostegno e varietà di composizione, qualsiasi altro movimento anti-coloniale.

L’interesse primario di Gandhi si estendeva oltre la libertà dai soli regimi coloniali; quest’ultima, infatti, era per Gandhi solo il primo passo verso l’eliminazione della fame, della disoccupazione e dell’indigenza su larga scala e verso il benessere diffuso e le riforme sociali in una società indiana indebolita dal feudalesimo, dal sistema delle caste e dai tabù religiosi, a causa dei quali i riti avevano preso il sopravvento sulle filosofie religiose. Avendo conosciuto il capitalismo avanzato in Inghilterra, Gandhi era ben conscio che questo sistema economico in sé era la causa della diffusa disoccupazione e della miseria sociale. Gandhi credeva che si dovesse necessariamente abbandonare il capitalismo ed esplorare delle alternative, per evitare che il genere umano affondasse permanentemente nella miseria dello sfruttamento, della disoccupazione, delle indecenti disparità, della violenza e della guerra. Soggiornando in una colonia di lavoratori durante una visita a Londra per negoziati politici, Gandhi affermò pubblicamente che i lavoratori in Inghilterra sarebbero stati i primi a comprendere le ragioni del movimento per boicottare i prodotti britannici in India.

Il Dr. M. S. Swaminathan, lo specialista di agraria della rivoluzione verde indiana (controversa in quei circoli che sostengono l’agricoltura priva di fertilizzanti e pesticidi chimici, che ritengono siano stati scaricati sugli agricoltori in grandi quantità aumentando il loro debito e inquinando la terre e le acque), in un’intervista televisiva su Bloomberg UTV trasmessa il 20 gennaio 2010, richiamando le priorità politiche del Mahatma Gandhi, si mostrò dispiaciuto del fatto che l’India nell’ultimo decennio non avesse raggiunto nemmeno metà degli obiettivi fissati dalle Nazioni Unite riguardo alle disponibilità alimentari, mentre Cina e Vietnam avevano portato a termine i loro programmi, e avvertì che il continuo rialzo dei prezzi e l’assenza di sicurezza alimentare avrebbe inevitabilmente portato a tumulti di massa.

È stato il Mahatma Gandhi, e non un qualsiasi altro leader di credo politico alternativo, ad essere preso di mira e ucciso dall’ala destra fascista, e per di più in età avanzata, quando gran parte delle personalità politiche perde importanza; e tutto ciò perché la sua attività ed il suo programma politico erano percepiti come la maggiore minaccia per il futuro progetto imperiale, fonte di discordia, per il subcontinente indiano, indipendentemente dalle spiegazioni che gli assassini e i loro eredi ideologici possano dare oggi, e nonostante la secessione (che è stata una riorganizzazione del subcontinente indiano) fosse già stata imposta come l’ultimo atto imperiale tramite l’addestramento, finanziato e curato dal governo coloniale, delle forze politiche di entrambi i gruppi religiosi per l’esecuzione di omicidi religiosi settari come quelli che avvengono in paesi oggigiorno occupati, e in quelle società che si cerca di controllare.

Il Dr. B. R. Amdedkar (che studiò alla Columbia University negli Stati Uniti, all’apice della “Grande depressione”, nonché uno dei maggiori architetti della Costituzione dell’India, rappresentante della parte più oppressa della classe operaia urbana e rurale indiana, oggi chiamata Dalit [gli “intoccabili” n.d.r.], nell’Assemblea costituente, con il grande sostegno di Gandhi) quanto all’assassinio di Gandhi, con evidente commozione, disse: “il Mahatma Gandhi era il più vicino a noi”. Questo tributo riassume la vita del pacato, ma irremovibile, rivoluzionario indiano che indusse politicamente il popolo indiano e i movimenti di molte parti del mondo, insieme ad altri straordinari leader del 20mo secolo, a resistere all’Imperialismo e ai sistemi politici atti a negare la giustizia economica, sociale e politica alla classe lavoratrice.

Titolo originale: “The Most Barbaric Wars in Human History: The Political Relevance of Mahatma Gandhi”

Fonte: http://www.globalresearch.ca

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di JADE GALLAGHER


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