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L'ultima fermata di Tolstoj

Ettore Mo (foto di Luigi Baldelli)

Sono andato a veder morire, cent’anni dopo, il conte Lev Tolstoj nella stazioncina di Astapovo, luogo non registrato sulla mappa tant’è piccolo, due ore di macchina a sud di Tula, che si trova a tre ore di macchina a sud di Mosca. Rendo l’idea? Ci arrivo nel tardo pomeriggio attraverso campi sterminati bianchi di neve, listati a lutto in lontananza dalla siepe nera dei boschi. Ed è già buio. Lo scrittore è stato fatto scendere dal treno su cui viaggiava da un paio di giorni diretto a Rostov, sul Don, perché, aggredito da una polmonite acuta, tossiva e delirava. Era in fuga dalla sua tenuta di Jasnaja Poljana e dalla moglie, Sof’ja Andreevna, che aveva bruscamente abbandonato lasciandole un raggelante messaggio: «Mi dispiace ma non posso fare diversamente… Non posso più vivere in mezzo al lusso… Non seguirmi». Ma più che altro, Tolstoj fuggiva da se stesso. Mi aspettavo di trovare sopra l’ingresso della stazione l’orologio di legno con le lancette ferme sulle 6.05, l’ora esatta del decesso, che avvenne di prima mattina il 7 novembre 1910. Ma l’orologio non c’era. Per rimediare ai disagi dell’età, che alla fine ne aveva corroso la struttura, è stato rimosso e sottoposto a restauro: per tornare ringiovanito al suo posto il prossimo autunno, quando si concluderanno le manifestazioni del centenario.

I dissapori con la moglie furono probabilmente la causa principale dell’amarezza e del profondo disagio che avvelenarono gli ultimi anni della sua esistenza, fino ad indurlo a progettare una fuga da tutto e da tutti. Nel suo libro Ricordi (Nuovi Equilibri editore), Tolstoj cita un verso di Puškin che fa suo, «Leggo con schifo tutta la mia vita», che non esita a definire «terribilmente malvagia» suddividendola con distacco in quattro periodi: dall’infanzia-adolescenza «innocente e gioiosa» ai vent’anni di «sfrenata dissolutezza e libidine », dalla pacata saggezza della «rinascita spirituale all’ultimo stadio», «quello in cui vivo ora e spero di morire». Era il 31 ottobre del 1910 quando il gran vegliardo con biblica barba bianca, bavero di pelliccia attorno al volto e berretto di lana in testa, scese dal treno sorretto dal capostazione Ivan Ivanovic Osolin e scortato da due belle signore, Aleksandra, sua figlia, e un’amica di lei, Varvara Mihailovna, che avevano il compito di accudirlo durante la trasferta. Come di consueto, viaggiavano in un vagone di terza classe, dal momento che Tolstoj—aristocratico, proprietario di ville e terreni e prolifico autore di capolavori come Guerra e Pace o Anna Karenina — non avrebbe mai tollerato privilegi di classe. Le cronache del tempo raccontano che su Astapovo erano piombate frotte di giornalisti e che lo scrittore, visibilmente irritato, aveva imposto al suo piccolo entourage di non fornire loro informazioni sul suo stato di salute: insomma, se ne sbarazzassero in fretta dicendo che s’era trattato di un lieve malore e si stava riprendendo. Avessero dato un’occhiata dentro il salotto, dove il capo-stazione aveva fatto accomodare l’inaspettato ospite, avrebbero visto, seduto in poltrona, un vecchio agitato e recalcitrante, per nulla disposto ad assecondare le richieste di chi gli consigliava di mettersi a letto e non fare capricci. Notte da incubi, quella del 31 ottobre di cent’anni fa, nella stazioncina di legno, che è rimasta tale e quale, con la neve nel giardino e sul tetto. Nulla potendo contro la testardaggine dello scrittore, le due donne decisero di agire con la forza: «Senza chiedergli più nulla —avrebbe scritto Aleksandra in La mia vita col padre —io e Varvara cominciammo a spogliarlo e lo trasportammo quasi di peso sul letto». Nei sette giorni successivi la situazione si andò aggravando. La febbre supera i 39, il cuore funziona male, irregolari il polso e la respirazione. «Parecchie volte — annotò Aleksandra nel suo diario — papà aveva sputato muco sanguigno… Ma, malgrado la febbre, quel giorno non si sentiva abbattuto. Scherzava perfino, rideva così di buon cuore». E ancora: «La notte dal 3 al 4 novembre fu una delle più penose… Il babbo aveva conservato la piena coscienza. Mi ricordo che quella sera, mentre qualcuno gli aggiustava il letto, il padre disse: “È così che muoiono i contadini” e si mise a piangere». Non mancano certo le conferme di questo suo costante rapporto affettivo (se non paterno) con la gente dei campi, ma senza pavoneggiamenti da benefattore dell’umanità. Nella sua casa di Mosca c’è una bicicletta —giunta in dono da Londra—con cui Tolstoj copriva gli oltre 200 chilometri per raggiungere la villa di famiglia a Jasnaja Poljana (semplicemente, «Radura chiara »), una delizia agreste tra viali fiancheggiati da betulle e querce, ma con largo spazio per la cultura, grazie ai 22 mila volumi in 39 lingue stipati nella biblioteca. Non di rado, lo scrittore impiegava più del tempo necessario per la passeggiata: e questo perché, durante il tragitto, sostava qui e là, nelle case dei contadini. Figurarsi, poi, quando decideva di andarci a piedi: pellegrinaggio che— assicurano gli storici — fece ben sette volte..

Non sorprende che la moglie, davanti a simili imprese, abbia espresso talvolta perplessità e sgomento: «Ho vissuto con Lev 48 anni — disse un giorno in un momento di sfogo —, ma non mi sono bastati per conoscerlo ». La signora Sof’ja Andreevna era accorsa ad Astapovo quando il marito «aveva già perso la conoscenza ». Ma, nonostante i trascorsi turbolenti del passato, aveva giurato a se stessa che «non lo avrebbe abbandonato per un attimo quando si fosse ristabilito»: al tempo stesso però si lamentava che il biglietto del treno per venirlo a trovare le era costato 500 rubli e da quel momento, secondo una testimonianza di Aleksandra, «cominciò a parlare di mio padre così male che la interruppi bruscamente e me ne andai». Per fortuna il conte Tolstoj non sentiva più nulla. La sua voce però non si è spenta con lui: ancor oggi esce chiara e vibrante dal fonografo di cui Edison gli fece dono nel 1901 insieme alle musiche ed arie da lui composte, avendo una certa familiarità col pentagramma. Le ascoltavano anche Cechov, Ciajkovskij, Turgenev e altri illustri personaggi che venivano a fargli visita in questa Radura dove c’è anche la sua tomba: un cumulo di terra coperto da ciuffi d’erba che la neve ha risparmiato. Non c’è una croce, non un nome, non una data. Ma lì sotto c’è lui e questo basta. I pellegrini sono però avvertiti che stanno per entrare in un luogo sacro: fate silenzio, ammonisce un cartello. In un angolo, insieme ad altre cose preziose, fa bella mostra, sotto una cupola di vetro, una vecchia copia dei Fratelli Karamazov con i margini delle pagine rosicchiati dal tempo. Il romanzo di Dostoevskij era aperto sulla pagina che Tolstoj ha letto prima di darsi precipitosamente alla fuga da Jasnaja Poljana, sempre che i suggerimenti delle guide rispondano al vero. Nel soffitto dello studio dove ha scritto parte di Guerra e Pace e Anna Karenina ci sono ancora i ganci per appendere prosciutti e quarti di manzo ed è fin troppo facile il riferimento ai racconti più cruenti del grande romanziere russo. Qui è pur nata la storia di Cholstomer, il cavallo preferito dello scrittore, protagonista di Passo lungo, altra vicenda che ancora una volta testimonia l’assidua frequentazione del conte di aziende agricole e allevatori e mandriani, il mondo dei contadini. Ma non sono mancati episodi che hanno turbato la serenità e l’idillio della tenuta di famiglia: uno in particolare che si riferisce alla Seconda guerra mondiale, quando i tedeschi invasero l’Unione Sovietica con l’obiettivo di raggiungere e far capitolare Mosca.

Nella villa di Jasnaja Poljana c’è un divano di pelle nera che è un pezzo di storia, ma sul quale nessuno è disposto ad accomodarsi. Sono ancora visibili, sulla pelle, i segni delle baionettate inferte dai militari nazisti che bivaccarono nella tenuta per 45 giorni nell’inverno 1941-42. Sono pochi gli anziani sopravvissuti a quella atroce esperienza, con dovizia di stupri e ammazzamenti, ma nessuno è disposto a parlarne. Sessant’anni prima Lév Nikolaevic Tolstoj aveva rinunciato alla sua posizione di facoltoso proprietario terriero e con una scelta radicale era diventato vegetariano, antimilitarista e fautore della nonviolenza. Scriveva libri per bambini e organizzò una dozzina di scuole per i figli dei contadini. Aveva anche cominciato a confezionare scarpe con la corteccia di betulla. Le sue idee e i suoi atteggiamenti non piacquero alla Chiesa russa ortodossa, che finì per scomunicarlo. I suoi libri —La morte di Ivan Il’ic, La sonata a Kreutzer e Resurrezione— gli conferirono fama internazionale e suscitarono l’interesse dell’apostolo della nonviolenza, Gandhi, con cui intrecciò un fervido rapporto epistolare. Si esce commossi da una visita alla sua casa di Mosca, dove si davano convegno i grandi letterati e musicisti del tempo, come Skrjabin, Rachmaninov, Rimskij- Korsakov, Cechov, Maxim Gor’kij o Ivan Bunin (premio Nobel del ’33) e dove ogni tanto Fedor Shaljapin faceva breccia nella conversazione cavando dal torace l’oro sotterraneo della sua voce di basso. Ma assai più preziosa del successo mondano è stata la testimonianza dell’interesse e dell’ansia della gente nella raccolta di messaggi e telegrammi giunti durante i suoi sette giorni d’agonia, ora gelosamente custoditi nella stazione di Astapovo.

«Tolstoj e la Russia sono la stessa cosa», è la perentoria affermazione di Boris Pasternak, premio Nobel del ’58, di cui pure ricorre quest’anno il cinquantenario della morte, avvenuta il 30 maggio del 1960. E ci è parso naturale, nel viaggio di ritorno da Astapovo e Jasnaja Poljana, fare una sosta a Peredelkino, dove l’autore del Dottor Živago è sepolto. Un semplice pellegrinaggio sulla tomba di due grandi, senza alcuna pretesa di valutazione letteraria, che è fuori dalle mie «corde». La dacia di Pasternak (40 chilometri circa ad ovest di Mosca) riflette l’atmosfera del suo famosissimo bestseller, la finestra sul giardino appena chiazzato di neve. Alle pareti le foto del funerale, con la bara scoperta e lui, Jurij Živago, semisepolto da una cascata di fiori. La bara, portata in spalla dai figli, era seguita da un folto gruppo di scrittori dissidenti (tra cui Andrej Sinjavskij) guardati a vista dagli agenti del Kgb. Il padre di Pasternak, noto pittore, era molto amico di Tolstoj ed è l’autore delle illustrazioni del romanzo Resurrezione. Ci muoviamo con discrezione tra i pochi mobili della sala: ecco la scrivania su cui ha scritto buona parte del Dottor Živago, ecco l’armadio dove è esposto il suo guardaroba, il soprabito, il berretto, la sciarpa di lana, gli stivali, ecco infine il letto dove è morto, una coperta grigia su cui è deposto un mazzo di fiori secchi. Ed è qui che dalla sua immaginazione è nata Lara, nella cui incantevole, dolce e forte personalità molti hanno creduto di ravvisare la stessa Russia. Critici e saggisti di valore come Aleksandr Gerschenkron ritengono che la letteratura russa sia sopravvissuta grazie anche a Pasternak, poiché la lingua del Dottor Živago è «quella della grande letteratura russa dell’Ottocento». E, a conferma di questo passaggio di stagioni, l’una e l’altra legate dallo stesso ideale estetico, vediamo appeso alla parete sopra il letto il ritratto di Tolstoj con una cornice di corteccia di betulla intrecciata fatta dalle mani stesse del poeta: lo stesso intreccio con cui si confezionano le scarpe dei contadini, chiamate lapti. È già quasi sera quando scendiamo il sentiero che porta al camposanto di Peredelkino. Nella casupola del custode non c’è nessuno e così ci avventuriamo ignari tra le tombe tutte uguali, recintate da cancelletti di ferro, più fredde e geometriche della morte stessa. Ha cominciato a nevicare, ma sembrano più schegge di vetro gelato che fiocchi di neve, quelle che ci cadono in testa. Neanche Alessandro, la nostra guida, che pure vi ha messo piede anni orsono, riesce ad orientarsi e individuare l’ultima dimora di Jurij Živago Pasternak. Dal quale, con rispetto e commozione, ci accomiatiamo.

Fonte: www.corriere.it

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