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Violenze in Honduras

Stella Spinelli

Cinque giornalisti morti ammazzati in un mese. Eccolo l’Honduras democratico di Porfirio Lobo, il paese acclamato dagli Usa dopo le elezioni di novembre, lo stato che avrebbe superato il golpe del 28 giugno 2009, grazie a una chiamata alle urne orchestrata dai medesimi golpisti. Eccolo il paese ormai pacificato, dove l’opposizione civile è costretta a continuare la conta dei morti. Sono 150 gli esponenti della società civile uccisi in esecuzioni extragiudiziali da quell’estate maledetta. E tutte sono avvenute per mano di squadroni della morte e paramilitari coordinati dal regime. Lo denunciano le Ong in difesa dei diritti umani. Lo grida al mondo il Fronte nazionale contro il golpe. Lo sussurrano, voce spezzata dal dolore, le famiglie delle vittime. Ma i mass media non ci sentono. O fingono di non sentire, di non vedere.

Eppure la resistenza honduregna scende in piazza quasi ogni giorno. Manifesta, organizza sit-it, indice manifestazioni. E scatena la solidarietà internazionale, il supporto di tanti, ma anche l’indifferenza dei più. E il reparto repressivo del governo continua impunito la sua azione di sterminio di ogni voce fuori dal coro.

L’excursus di violenze vissuto dall’Honduras è da sempre il leit motiv delle proteste del Fronte, così come del colletivo degli Artisti in Resistenza e di molte altre organizzazioni, che mai si son tirati indietro nel gridare il nome della prima vittima morta ammazzata dal regime golpista: la libertà di stampa. Il primo marzo fu colpito a morte il giornalista Joseph Hernández e ferita la collega Carol Cabrera. Il 10, fu assassinato David Enrique Meza. Lunedì 15, Nahum Palacios Arteaga, mentre José Bayardo Mairena e Manuel de Jesús Juárez furono fatti fuori venerdì 27. Un altro giornalista, José Alemán ha dovuto abbandonare il paese di corsa dopo che alcuni sicari hanno tentato di ucciderlo nel bel mezzo della strada, dopo averlo avvertito crivellando di colpi la facciata della sua casa. E come se non bastasse, alcuni agenti di una stazione di polizia dove cercò aiuto e riparo dai killeri gli dissero che erano incapaci di garantirgli la sicurezza e che era meglio che fuggisse dal paese.

Tutte le associazioni in resistenza hanno denunciato questa gravissima situazione al Segretario della sicurezza, Óscar Álvarez, responsabile del sistema di repressione ereditato dal regime dittatoriale di Roberto Micheletti, che sta continuando ad agire come e più di prima. Ma niente si è mosso. Niente è cambiato. Già nei giorni successivi al colpo di stato militare, vari mezzi di comunicazione, fra i quali Radio Globo e Canale 36 vennero chiusi grazie a selvagge retate. E inoltre, i proprietari dei principali mass media hanno avuto parte attiva nella programmazione del golpe e nel sostegno a Micheletti. E associazioni in difesa della libertà di stampa come Reporter senza frontiere o la Committee to Protect Journalists e la Sociedad Interamericana de prensa, hanno precisato come ci sia una maniera costantemente aggressiva e politicizzata di trattare tutto quel che riguarda il Venezuela o Cuba, e di contro una totale connivenza con il potere golpista. Tanto che sono in molti a sospettare legami forte fra la stampa honduregno e l’apparato di intelligence Usa. Per la Plataforma de Derechos Humanos in Honduras siamo di fronte a una “strategia di terrore, immobilizzazione e persecuzione contro gli oppositori al golpe e al governo de facto” davanti alla quale si chiede “l’intervento della comunità internazionale e degli organismi internazionali dei diritti umani affinché il regime attuale fermi questa onda di criminalità e investighi su queste morti“.

Honduras - giornalista assassinato

Sono tornati sulla scena honduregna personaggi dal passato alquanto losco. Primo fra tutti Billy Joya, fra i creatori dei “Cobra“, commandos di elite addestrati per uccidere, e veterano esponente del battaglione 3-16 creato dalla Cia per perseguire, torturare e far sparire le centinaia di honduregni nella guerra sucia degli anni Ottanta. Joya ha lavorato agli ordini dell’ambasciatore e ufficiale della Cia John Negroponte, che dirigeva i Contras nicaraguense seduto comodamente sulla poltrona nell’ambasciata Usa a Tegucigalpa. Questo è quanto riporta il giornalista Jean-Guy Allard, recuperando tesi e interpretazioni ormai molto radicate. Negroponte, secondo Allard, è anche colui che ha coordinato il colpo di stato del 28 giugno in Honduras, e attualmente lavora nella Segreteria di Stato del governo Obama, al fianco di Hillary Clinton.

E intanto i golpisti sguazzano nel silenzio assoluto e nemmeno uno straccio di indagine speciale è stata aperta sull’aggressione grave e continua contro i giornalisti, tanto che dal golpe a oggi è stato arrestato solo un sospetto.

Stella Spinelli

Fonte: www.peacereporter.net

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