Home»Articoli»Al Gore: «Italia e Stati Uniti hanno lo stesso problema: la manipolazione delle news»

Al Gore

Maria Latella

Gli americani li chiamano «comeback» e li adorano. Sono, letteralmente, quelli capaci di tornare, di risollevarsi dopo una brutta botta, quelli capaci di reinventarsi, di diventare addirittura meglio di come venivano percepiti prima. Arrivo a Nashville per intervistare uno di loro, anzi, al momento, il politico che più di ogni altro rappresenta i «comeback» del mondo, questa speciale categoria da «polvere e da altar» per dirla col Cinque maggio e con Alessandro Manzoni. Al Gore mi incontra nella città dove vive, Nashville appunto, nel giorno in cui negli Stati Uniti tutti parlano della riforma sanitaria appena approvata dal Congresso, mentre in Italia i giornali annunciano che a Bologna, in quella stessa sera, Michele Santoro, Daniele Luttazzi e molti altri parteciperanno al live Raiperunanotte, evento organizzato per protestare contro la chiusura dei talk show politici durante la campagna elettorale per le regionali. Entrambe le cose riguardano da vicino l’ex vicepresidente degli Stati Uniti. Era alla Casa Bianca, numero due di Bill Clinton, quando i democratici, e segnatamente Hillary Clinton, proprio sulla riforma sanitaria incassarono una cocente sconfitta destinata a influenzare i successivi anni del mandato presidenziale. Quanto a Santoro e al suo Raiperunanotte, sono andati in diretta il 25 marzo su Current, la tv creata da Al Gore in questa sua seconda, stupefacente rinascita, una specie di film con la trama da sogno americano.

Questo è successo ad Al Gore dopo che nel novembre del 2000, al termine di un lungo, drammatico e forse poco convincente conteggio dei voti scrutinati in Florida, perse la Casa Bianca a vantaggio di George W. Bush. Il suo destino, a quel punto, sembrava segnato: sarebbe malinconicamente invecchiato macinando rancore per il complotto (o la sorte) che gli aveva sottratto una carica praticamente già conquistata. Per alcuni mesi, in effetti, le cose andarono proprio in quella direzione. L’ex vicepresidente si fece crescere la barba, si concesse quel dolcetto o quel whisky in più che, in certi casi, sembrano compensare le delusioni, ingrassò molto. Passarono i mesi e, di colpo (anche per merito della sua bionda e simpatica moglie, Tipper), si presentò agli occhi degli americani, e non solo, un nuovo Al Gore: il campione mondiale dell’ambientalismo (tema che aveva seguito anche quando era alla Casa Bianca), il difensore della libertà di stampa, il fondatore di una tv giovane, diversa e transnazionale, Current tv.

Gli americani – ve l’ho detto – adorano i “comeback”, quelli capaci di risorgere. Negli anni in cui Bush lanciava la guerra in Iraq e Michael Moore spopolava con i suoi film, Al Gore ha cancellato l’immagine del perdente, ha vinto un Premio Nobel, è diventato il paladino dei giovani e della causa ambientalista, un richiestissimo speaker di dibattiti internazionali, il consulente di molte società, nonché un imprenditore in proprio. «Non conta tanto quel che ti succede, ma come reagisci a quel che ti succede», mi dirà verso la fine del nostro incontro. È anche uno dei due soli momenti in cui la sua educazione da Wasp (white, anglosaxon, protestant. Insomma: ragazzo di buona famiglia) un po’ rigido e parecchio autocontrollato gli permette un minimo di compiacimento. L’altro momento arriva quando gli ricordo la lunga, emotiva ed emozionante ovazione che lo accolse nello stadio di Denver, agosto 2008, nel finale della convention democratica che incoronò Barack Obama candidato alla Casa Bianca. Quella sera, al tramonto, Al Gore avanzò nella scenografia di un red carpet da grande evento di Hollywood, accolto dall’entusiasmo commosso di centinaia di migliaia di americani. Fu emozionante per noi che eravamo lì, si emozionò anche lui, ripreso dai megaschermi piazzati in tutti gli angoli dello stadio: «Ho avuto l’applauso più lungo insieme a quello tributato ad Obama» ricorda ora con un sorriso soddisfatto. Siamo in un albergo un po’ fuori città, lui arriva, impeccabile nell’abito grigio con camicia bianca, accolto dal nostro fotografo, l’inglese Nigel Parry che ama ritrarre i politici americani e che l’ha già fotografato anni fa, proprio nel fatale 2000. «Good to see you again, sir. Lei meritava di vincere e m’è spiaciuto che sia andata com’è andata» gli dice Nigel che, a distanza di dieci anni, non ha dimenticato quella storia. Al Gore invece non sembra desideroso di rispolverarla. Commentiamo subito, naturalmente, la prima, significativa vittoria di Obama, il sì del Congresso alla riforma sanitaria. D’altra parte siamo a Nashville, simbolo del Tennessee, città nota per tre cose: è la culla del country, la sede centrale della Nissan e la capitale dell’industria farmaceutica americana. Non tutti festeggiano, signor Gore. Il Wall Street Journal, per esempio, scrive che la riforma sanitaria renderà ancor meno competitivi gli Usa: «Invece di gareggiare agilmente con la Cina, andremo a ingrassare il Welfare», osserva uno dei suoi autorevoli commentatori. «È la tipica posizione della destra» risponde l’ex vicepresidente quasi facendo spallucce.

Da quando ha creato Current tv, lei segue molto da vicino il ruolo dei media negli Stati Uniti e nel mondo. Pensa che giornali e televisioni abbiano stiracchiato i contenuti della riforma sanitaria da una parte o dall’altra, a seconda dei loro interessi?

«Un conto sono i giornali, un altro la tv. Negli Usa abbiamo una stampa libera, naturalmente, ma è la tv a dominare i media e in generale la comunicazione. Sia qui che in Italia la tv ha una proprietà concentrata in poche mani. Il flusso dell’informazione viene incanalato in una sorta di collo di bottiglia orientato dalle corporation. In tv la pubblicità si intreccia ai programmi e alle stesse news in maniera molto diversa rispetto a quel che accade per i giornali: le corporation possono rovesciare sulla tv, attraverso gli spot, enormi quantità di denaro, ed ecco che un tema nevralgico come la riforma sanitaria può essere manipolato molto più di quando esisteva solo la carta stampata. Assicurazioni, società che possiedono ospedali, aziende farmaceutiche possono usare i loro enormi mezzi finanziari per far risaltare con maggiore visibilità i punti di vista a loro favorevoli. Gli individui, le famiglie che non hanno la tutela sanitaria, di solito non leggono giornali, si affidano alla sola informazione televisiva».
L’opinione pubblica è stata più influenzata dalle lobby questa volta o quando tentaste voi, nel primo mandato di Bill Clinton, la riforma sanitaria?
«Allora le lobby giocarono certamente un ruolo, ma credo che questa volta sia stato molto più pronunciato. Quando, per fare un esempio, le compagnie farmaceutiche o le assicurazioni decidono di spendere centinaia di milioni di dollari per influenzare l’opinione pubblica rispetto a una proposta di legge in discussione, è chiaro che l’investimento ha un enorme impatto. Allo stesso tempo queste lobby giocano un ruolo determinante nel finanziare le campagne dei candidati, con l’identico obiettivo di ottenere poi leggi a loro favorevoli. E i candidati vincono o perdono grazie alla quantità di spot passati in tv».
Insomma, un circolo vizioso.
«La metafora del circolo vizioso implica che non vi sia via di fuga e non corrisponde alla mia visione di questa complessa dinamica in evoluzione. Viviamo un periodo di transizione nel quale tre diversi media si muovono simultaneamente sulla scena. La carta stampata e i quotidiani non hanno più quel ruolo centrale tradizionalmente svolto in passato. Internet si è affacciato alla ribalta ma non ha ancora un’influenza tale da giocare con un peso determinante e a metà di questi due percorsi c’è la tv. Questa è ancora l’era della televisione anche se lentamente Internet si sta muovendo con la stessa relazione tra mezzo e pubblico che avevano i giornali. Con Internet tu puoi partecipare, dire come la pensi, ma è sempre la tv che gioca la parte del leone. E in tv si stanno consolidando due tendenze: da un lato si riducono le risorse per fare del vero giornalismo, dall’altro si abbattono sempre di più le barriere tra informazione e intrattenimento, cosa che aumenta ulteriormente l’influenza degli spot, della pubblicità. Internet è ancora nella sua fase infantile, per questo abbiamo puntato sulla tv: Current è stata pensata con l’obiettivo di connettere la cultura di Internet al mezzo televisivo, per dare alla gente la possibilità di accedere a un media dominante come la tv».
Questa libertà di accesso da dove deriva? Perché Current sarebbe più libera di altre tv?
«Current nasce con l’impegno di non dipendere da alcuna parte politica, da alcuna ideologia. Raccontare la realtà in assoluta autonomia».
È il 25 marzo e questa sera in Italia, Current (insieme a Skytg24) si prepara a mandare in onda la trasmissione Raiperunanotte. Uno dei più popolari anchorman italiani, Michele Santoro, e altri hanno rifiutato la decisione della Rai di non mandare in onda talk show politici in campagna elettorale…
«E perché questi talk show non vanno in onda?».
La motivazione è che dovrebbero in ogni momento garantire la stessa partecipazione a tutte le forze politiche…
Al Gore sorride: «Inconvenient truth», dice, citando il titolo del suo libro, best seller internazionale. «Capisco… Negli Stati Uniti una cosa del genere sarebbe impensabile. Ecco, Current rifiuta di essere sotto il controllo di qualcuno. Non siamo contro i governi, non siamo né a favore né contro le loro politiche. Non abbiamo un’agenda politica. Però nessuno può imporci autocensure. Noi non restiamo in silenzio. E non abbiamo paura».
Da qualche tempo è in corso un dibattito tra intellettuali di vari Paesi. Guardando alla corsa al benessere di certe nuove potenze, la Russia, la Cina, ci si chiede se ai popoli interessi ancora la democrazia, o se siano disposti a scambiarla con la possibilità di diventare ricchi. Meno libertà e più benessere, insomma.
«Respingo nettamente l’ipotesi. Non conosco una sola persona che potrebbe dire: ”Per diventare ricco rinuncio a respirare. O a bere acqua”. In definitiva, anche la libertà di mercato dipende dalla libertà della comunicazione».
Quindi lei pensa che nel braccio di ferro in corso tra Google e il governo cinese, alla fine vincerà Google?
«Lo spero. Ci sono tecnologie che possono aggirare il divieto di accesso a un’informazione libera e spero possano essere utilizzate».
Strano che un politico si dedichi tanto alla libertà di stampa. Di solito voi detestate i giornalisti. Dica la verità, quanto li ha odiati quando era alla Casa Bianca?
Sorride: «La stampa ha questo ruolo: deve criticare quando sente il bisogno di farlo. Abbiamo letto che succedeva anche ai tempi dei romani e oggi è ancor più necessario».
Secondo un sondaggio di Vanity Fair America, gli americani non potrebbero mai perdonare Bernard Madoff.
«Lo credo bene. Lo scandalo Madoff è strettamente correlato a tutto quel che abbiamo detto finora. Le lobby di potere hanno usato la loro influenza per orientare le decisioni dei governi e ovviamente questo ha poi consentito il genere di abusi che il caso Madoff rappresenta».
Siamo alla fine della nostra conversazione nel corso della quale Al Gore ha bevuto metà di una Diet coke, non è stato interrotto da alcuna telefonata né dai collaboratori che sono con lui, ha sorriso poco e quasi senza muovere un muscolo.
Mr. Gore lei è un “comeback”, uno capace di reinventarsi dopo aver incassato un duro colpo. “A” è letta da molti ventenni, potrebbe essere interessante, per loro e non solo, capire come ci si rialza dopo una brutta botta.
«Non sarò molto originale. Avrà già sentito dire che nella vita non pesa tanto quel che ti succede ma “come” reagisci a quel che ti succede. Se credi negli obiettivi che persegui, quanto è successo in passato è meno rilevante. Se lavori sodo, con onestà e concentrazione su quanto ti sembra giusto, i risultati arrivano. Certo, ci vuole anche un po’ di fortuna».
In Italia c’è un giovane scrittore, Roberto Saviano, che dopo essere stato minacciato di morte dalla camorra si è trovato a vivere una seconda vita. Sempre sotto scorta. Ma non per questo ha smesso di scrivere e di parlare.
«So chi è. Non l’ho ancora incontrato, ma spero di farlo presto. In Italia».

Maria Latella

Fonte: www.corriere.it

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