Home»Geopolitica»Usa in Africa: La tela Africom

William E. Ward

Gianni Ballarini

A Kinshasa c’è fermento. L’annuncio che gli oltre 24mila uomini della Monuc (la missione Onu presente nel paese dal 1999) lasceranno l’Rd Congo entro il prossimo giugno e la costante presenza di militari americani, soprattutto a Kisangani, hanno plasmato l’interrogativo: i generali a stelle e strisce hanno scelto il paese dei Grandi Laghi come sede dell’Africom? Africom è l’acronimo con il quale è conosciuto il nuovo comando militare statunitense per l’Africa, voluto dall’amministrazione Bush, la cui nascita fu annunciata per la prima volta esattamente 3 anni fa, il 6 febbraio 2007, dall’allora segretario americano alla difesa Robert Gates, in un’audizione al Senato.

Il dubbio si è diffuso rapidamente nei giornali e nei siti congolesi e il tema è finito nell’agenda delle opposizioni. Dubbio alimentato anche dalle dichiarazioni del comandante in capo di Africom, il generale William E. Ward.

Il militare – che nell’aprile 2009 soggiornò a Kinshasa, incontrando tutti i vertici congolesi, compreso il presidente Joseph Kabila – ha affermato che «Africom ha intenzione di sostenere la sicurezza e la stabilità a lungo termine nell’Rd Congo». Sospetti che non si diradano quando si scopre che nelle richieste di budget per l’anno finanziario 2010, presentate dai dipartimenti di stato e della difesa americani al Congresso nel maggio 2009, compaiono 21 milioni di dollari per operazioni nell’Rd Congo, per riformare l’esercito e per rimettere in sesto la base militare di Kisangani.

Africom

In questi mesi, i vertici di Africom e lo stesso ambasciatore statunitense a Kinshasa hanno tentato di annacquare le polemiche, sostenendo che l’obiettivo di quella presenza e di quei soldi è solo di formare un battaglione congolese in grado di trasformarsi in una forza a reazione rapida. Il vice di Ward, il gen. Antony Holmes, ha incontrato il 14 dicembre nella capitale anche alcuni rappresentanti della società civile, rassicurandoli sul fatto che la sede di Africom resterà ancora a lungo a Stoccarda (in Germania) e che non è in programma, al momento, alcuna altra base militare nel continente.

I vertici americani si muovono con i piedi di piombo dopo il cortese, ma secco, no ricevuto dai paesi dell’Unione africana all’ipotesi di una sede Africom nei loro territori. Molti i pericoli paventati dai governi, tra cui anche l’ipotesi che quella struttura militare possa trasformare l’Africa in un campo di battaglia tra Usa e i gruppi terroristi anti-Usa. O che diventi l’avamposto per una nuova ricolonizzazione del continente. Che sia, quindi, una cortina fumogena dietro cui si nascondono gli strumenti per assicurarsi il petrolio e le materie prime africane e per tenere sotto controllo l’espansionismo di Cina e India. Inoltre: chi potrebbe eliminare Africom, una volta stabilitasi in un paese? E con quali mezzi, essendo superiore tecnologicamente e finanziariamente a qualsiasi esercito africano? Gli americani hanno risposto che il ruolo di Africom è stato frainteso: il suo vero scopo è di migliorare la formazione degli eserciti e garantire loro sostegno in caso di emergenze e catastrofi naturali.

La verità è che quel Comando è un tassello fondamentale nel controllo degli interessi statunitensi in Africa, continente cresciuto come importanza geopolitica e geoeconomica per Washington. E l’indicazione più chiara delle intenzioni del presidente Obama per l’impegno militare americano nel continente sono fornite proprio dalle richieste di budget per il 2010 presentate dai dipartimenti di stato e della difesa. Nel Foreign Military Financing (Fmf), programma che fornisce attrezzature e servizi militari a paesi partner, i finanziamenti chiesti per l’area subsahariana passano dagli 8 milioni e mezzo di dollari del 2009 ai 25,56 milioni del 2010: più del 300%. Lo stesso si può dire per l’International Military Education and Training (Imet), il programma che mette a disposizione dei paesi africani fondi per corsi di addestramento professionale: si passa dai 14 milioni del 2009 ai 16 milioni di quest’anno. Per le operazioni di peacekeeping sul territorio africano, il dipartimento Usa ha chiesto quasi 100 milioni di dollari. Altri 22 milioni di dollari servirebbero per i programmi contro la proliferazione del terrorismo. Solo per coprire i costi delle operazioni Africom, il budget prevede 300 milioni di dollari. E così via. Un bilancio miliardario. Questo significa, come ci ricorda Daniel Volman, capo dell’organizzazione non governativa americana African Security Research Project, che Obama persegue in Africa le stesse politiche militari invasive praticate dai suoi predecessori.

E che Africom abbia impiegato poco tempo per mettere il proprio marchio sul continente lo dimostra il numero di operazioni condotte dagli americani nel continente: dalle manovre navali lungo le coste occidentali, alle azioni antiterrorismo tra le dune dei deserti dei paesi del Sahel, fino alle esercitazioni nella ricca regione dei Grandi Laghi. Dal 16 al 25 ottobre 2009 più di mille soldati americani e dell’Africa Orientale (Tanzania, Kenya, Uganda, Rwanda e Burundi) si sono ritrovati a Kitgum (Nord Uganda) per la più grande esercitazione militare in Africa del 2009, chiamata “Natural Fire 10”. Molti hanno sostenuto che la scelta del luogo non fosse casuale: poteva essere l’occasione per fare un nuovo assalto all’Esercito di resistenza del Signore (Lra) di Joseph Kony. Infatti, gli Stati Uniti avevano già fornito un supporto economico e operativo anche per l’offensiva del dicembre 2008 in Uganda, Rd Congo e Sud Sudan, contro i ribelli dell’Lra, che mirava alla cattura e uccisione di Kony. Ma l’operazione fu un vero fallimento.

L’interesse americano per la regione è comunque indubbio. Anche per la ricchezza ivi nascosta. E Kisangani sarebbe una scelta strategica ottimale: permetterebbe agli Usa di essere a metà strada tra Città del Capo (Sudafrica) e Capo Bon (Tunisia) e consentirebbe di tenere sotto controllo la Somalia e il Sudan, paesi a rischio terrorismo islamico. In Somalia, fra l’altro, è avvenuta l’altra grande operazione di Africom nel 2009. Il 14 settembre, un raid aereo nei pressi di Barawe, a sud di Mogadiscio, ha ucciso un imprecisato numero di militanti del gruppo islamico al-Shaabab, tra cui Saleh Ali Saleh Nabhan, sospettato di essere uno degli attentatori del 1998 all’ambasciata Usa di Nairobi (Kenya). Un’operazione, quella condotta dagli americani, ancora oggi avvolta dal mistero. Ma che comunque rappresenta un punto di svolta per Africom, fino ad allora dipinta quasi come un’organizzazione umanitaria che fornisce solo dei servizi agli eserciti africani.

Gianni Ballarini

Fonte: www.nigrizia.it

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