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Fame fila - Pulitzer 2004

Antonio Marafioti

Non sono solo gli AK-47 dei ribelli di al-Shabaab a bloccare la consegna degli aiuti alimentari al popolo somalo. Un rapporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha appurato che dietro il giro fraudolento e l’appropriazione indebita dei viveri destinati ai civili ci sarebbero anche contractors corrotti e finanche alcuni impiegati dell’Onu che operano nello Stato africano in forza al World Food Program (WFP). Pochi giorni fa un’esclusiva della Bbc aveva svelato l’impossibilità per gli operatori del WFP di penetrare all’interno del villaggio di Halgan, appena fuori Bu’aale, a causa dell’opposizione armata dei miliziani islamici, alcuni dei quali giovanissimi. Oggi dal palazzo di vetro nuove inquietanti rivelazioni hanno messo al corrente l’opinione pubblica internazionale del fatto che anche fra gli addetti ai lavori c’è chi riesce a intercettare, per guadagnarci sopra, i viveri destinati al sostentamento dei civili. In calce al documento l’esecutivo dell’Onu si è appellato al Segretario Generale Ban Ki-Moon affinchè apra un’inchiesta indipendente che faccia luce sull’attività del WFP in Somalia.

Meccanismo perverso. A scorpirlo sono stati alcuni osservatori delle Nazioni Unite inizialmente inviati in Somalia per controllare eventuali abusi sull’embargo militare. Dopo le prime denuncie il loro mandato è stato ampliato al fine di indagare sulla faccenda “aiuti rubati“. Attualmente gli ispettori minacciati di morte sono stati fatti rientrare a New York attraverso il Kenya. Secondo quanto rivelato dal loro rapporto l’attività illegale ha fruttato, solo nel 2009, la metà dei circa 485 milioni di dollari che, poi, altro non erano che l’equivalente monetario degli aiuti destinati a 2 milioni e mezzo di cittadini somali che stanno morendo di stenti. Gli ingranaggi del piano sarebbero particolarmente complessi e svelerebbero una grave inadempienza degli organismi internazionali deputati a garantire il corretto svoglimento delle operazioni di recapito degli alimenti. I quali, invece, venivano gestiti da tre grossi distributori nazionali che si arricchivano dal loro commercio sul mercato nero. “Alcune risorse umanitarie, in particolare gli aiuti alimentari – si legge nel documento – sono stati dirottati verso usi militari. Una manciata di imprenditori somali al servizio delle agenzie umanitarie hanno formato un cartello e sono diventati importanti mediatori di potere – alcuni dei quali hanno dirottato i loro profitti, e gli aiuti stessi, direttamente ai gruppi di opposizione armata“. I riflettori sono puntati su uno di questi uomini d’affari, Abdulkadir M. Nur, alias Eno, considerato uno degli uomini più ricchi del Paese. Attraverso la cooperazione della moglie, addetta a uno degli uffici per la verifica della consegna merci, Eno avrebbe messo in moto il proprio racket. Prima inscenava un furto a danno dei dei propri camion-merci e poi, oltre a incassare il premio delle assicurazioni, si impossessava dei viveri che poi avrebbe rivenduto sotto banco. Ma la quota dei contractors ammonterrebbe solo al 10 percento della torta. Un altro 5/10 percento verrebbe gestito dai gruppi armati e il restante 30 percento era sottratto dagli impiegato Onu.

Complicità istituzionale. Il dossier ha inoltre svelato una pericolosa connivenza fra diversi enti regionali del Paese, i pirati operanti sulle coste somale e lo stesso governo di Mogadiscio. I primi due sarebbero legati dalla copertura che le amministrazioni locali fornirebbero ai predoni durante i loro saccheggi sulle navi in transito sulle coste nazionali. La seconda parte dell’indagine ha poi svelato un presunto giro di visti diplomatici letteralmente venduti dalle autorità centrali ai migliori offerenti, tra i quali anche i pirati, per una cifra che si aggirerebbe fra i 10mila e i 15 mila dollari. L’obiettivo era quello di fare espatriare i fuorilegge in Europa per permettergli di aggirare i controlli all’interno del proprio paese. Pesanti smentite sono arrivate tanto da Eno quanto dal presidente somalo Sharif Sheik Ahmed che, in una missiva a Ban Ki-Moon, ha definito l’imprenditore persona “molto coscienziosa, diligente e grande lavoratore”. Oggi, tuttavia, è arrivata la reazione del World Food Program che ha dichiarato che non sottoscriverà alcun nuovo contratto con i tre distributori africani.

Situazione disperata. In alcune zone della Somalia la soglia di povertà è così elevata che c’è chi per sfamarsi, e per sfamare i propri figli, è costretto a consumare un piatto di foglie. Gli aiuti alimentari che il World Food Program sta raccogliendo a favore dello Paese per quest’anno ammontano a circa 326 milioni di dollari, su un totale di 500 milioni per tutta la zona del Corno d’Africa. Cifre importanti che non riescono, una volta dentro i confini del continente nero, a essere impiegate per intero. Le ultime stime sulla situazione somala hanno evidenziato che il 70 percento del patrimonio zootecnico del paese è morto, che oltre due milioni di persone hanno urgente bisogno cibo per sopravvivere e che altri 500mila vagano per il paese in cerca di aiuto presso le agenzie umanitarie. Anch’esse lottano giornalmente con l’ostruzione delle bande armate che impediscono con la forza l’arrivo a destinazione dei convogli degli aiuti e irrompono nei villaggi violentando le donne, uccidendo gli abitanti e depredando le abitazioni.

Antonio Marafioti

Fonte: www.peacereporter.net

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