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La Rainbow Warrior di Greenpeace a Montalto di Castro

Adriano Bono

Il primo ufficiale, Pep, con il piglio accigliato che ben si addice a chi deve garantire la sicurezza di tutto il personale a bordo, dava brusche istruzioni ai marinai sul gommone mentre manovrava l’argano per calarli in mare.

Si tratta di un’operazione delicata, con un certo margine di rischio per le persone e per l’attrezzatura. Se qualcosa va storto la piccola imbarcazione precipita in acqua da diversi metri di altezza, con gravi conseguenze per l’attrezzatura e per l’equipaggio. Tanto più delicata quando le condizioni meteo sono avverse, le onde fanno beccheggiare paurosamente la nave e la pioggia battente ostacola i movimenti e le comunicazioni tra l’equipaggio.

Gli ordini sono dati con ampi gesti delle braccia e in quell’inglese più o meno stentato che è la lingua universale usata dall’equipaggio internazionale della Rainbow Warrior. Ma ognuno si muove e agisce con l’esperienza e la competenza che viene da innumerevoli azioni in ogni angolo del mondo.

Per chi non lo sapesse le famose “azioni” di Greenpeace, dalla sua fondazione a Vancouver nel 1971 , sono sempre state all’insegna della nonviolenza, fondamentalmente in stile gandhiano, seppure molto più rocambolesche, e passano dal disturbo nei confronti delle baleniere Giapponesi, fino al blocco di centrali ritenute pericolose per l’ambiente e la popolazione.

Finalmente il gommone è in acqua.

Il pilota comincia a manovrare, stando ben attento a non farsi sbattere troppo violentemente dalle onde contro il fianco della nave.

Il portellone si apre e gli ospiti speciali del Guerriero dell’Arcobaleno devono essere calati all’interno del gommone. Si tratterebbe di un semplice saltino in condizioni normali. Ma ieri le onde facevano sì che il gommone venisse sbalzato di diversi metri avanti e indietro, quindi il momento giusto per saltare bisognava coglierlo con perfetto tempismo tra un’onda e l’altra. I musicisti del collettivo Artisti Contro Il Nucleare non avrebbero mai saputo farlo in completa sicurezza. Ma Medi, il loquace Tunisino con il quale avevo condiviso la cuccetta durante la mia notte a bordo, ora al comando del gommone, era perfettamente adeguato al compito e in grado di giudicare qual era il momento giusto per saltare. A nostro ulteriore beneficio urlava contro il vento un conto alla rovescia per farci capire quando dovevamo aggrapparci alla mano dell’altro marinaio sul gommone, e solo allora, a contatto fisico effettuato e con la presa ben salda, si poteva saltare, come ricordava a gran voce anche il primo ufficiale dal ponte rialzato.

Sulla Rainbow Warrior, nave ammiraglia della flotta di Greenpeace, vige un’austerità e una disciplina di tipo quasi militare, severità necessaria in molti momenti della giornata, ma poi smentita nei momenti di relax dalla simpatia e dalla grande umanità di questa ciurma di attivisti un po’ folli e con il pallino per la difesa dell’ambiente accorsi da tutto il mondo per dare il loro contributo attivo alla causa. Il mix di elementi è curioso e devo dire che in alcuni momenti durante questi due giorni a bordo ho avuto l’impressione di stare dentro una nave spaziale in orbita attorno a Marte, in altri sul Yellow Submarine, in altri ancora in un coffe-shop di Amsterdam (dove per altro ha sede l’ufficio centrale di Greenpeace International).

Ma in quel momento, sul punto di saltare dalla nave al gommone per essere riportato a terra, devo confessare che ho avuto paura.

Se avessi messo un piede in fallo? Se un’onda imprevista avesse sbattuto il gommone a due metri dal portellone della nave mentre stavo saltndo?

Sarei finito in acqua.

Senza dubbio sarei sopravvissuto, perché mi avevano fatto indossare la tuta di sopravvivenza e il salvagente. Inoltre c’era gente molto esperta che non ci avrebbe messo molto a recuperarmi dall’acqua.

Però, non so, continuavano a rimbombarmi nelle orecchie le parole del primo ufficiale che durante il briefing sulla sicurezza a bordo, quando ci ha accolti sulla nave, tra le molte regole aveva menzionato: non si beve alcool prima delle 17.00; mai ubriacarsi a bordo; sono vietate le droghe illegali; vietato sporgersi dai parapetti, meno che mai per vomitare; stare attenti a non sprecare l’acqua; non stare tra i piedi del personale che lavora; accompagnare le porte e non fare rumore inutile perché c’è sempre qualcuno che riposa dopo la veglia notturna; non entrare per nessuna ragione nella sala motore; lavarsi piatti e posate dopo i pasti, etc.etc.

Ma tra tutte queste regole quella più terrificante, anche perché pronunciata con un tono di voce particolarmente grave e lo sguardo di traverso, suonava all’incirca così:- Prima regola: non finire in acqua! L’85% delle persone che finiscono overboard vengono paralizzate dal freddo e muoiono annegate, quindi se non volete finire annegati, cercate in ogni modo di evitare di finire overboard!-

Un semplice e ragionevolissimo sillogismo.

Immagino che abbia calcato la mano riferendo quella percentuale. Per spaventarci. Per essere sicuro che nessuno di noi Artisti, topi di città con scarsa confidenza con l’ambiente estraneo all’essere umano rappresentato dal mare aperto, prendesse sotto gamba i rischi che sono legati alla permanenza su una qualsiasi imbarcazione.

Del resto non mi risulta che ci siano state molte vittime per annegamento sulle navi di Greenpeace. Anzi, nonostante le mille funamboliche azioni messe in atto, mi pare che non ci siano mai state vittime. A parte naturalmente la morte tragica di Fernando Pereira, annegato nel 1985  in seguito all’esplosione di due mine piazzate da parte dei servizi segreti francesi sulla prima Rainbow Warrior, durante una campagna di protesta nei confronti dei test nucleari nelle isole del Pacifico.

In ogni caso, ripeto, avevo paura.

Emilio, il marinaio di Barcellona con cui avevo chiacchierato la sera prima nella confortevole sala comune della nave, mi tendeva la mano dal gommone aspettando, per afferrarmi il polso, il momento giusto indicato da Medi al timone. Affacciato sul portellone aperto vedevo il gommone salire e scendere spaventosamente, sollevato dalle onde di uno o due metri rispetto al portellone aperto, per poi allontanarsi di altrettanti metri oppure venire schiacciato contro il fianco metallico del veliero iridato di Greenpeace.

-Tre, due, uno…ORA!-

Finalmente il segnale…e in un attimo Hugo mi afferra il polso con forza.

Contatto stabilito!

A quel punto con un goffo salto mi ritrovo di colpo sul pavimento bagnato del gommone: sano e salvo.

Qualche altro attimo e saltano a bordo del gommone, con fare molto più disinvolto, anche Pierdavide Pasotti, l’instancabile logista, e poi Federico, il video-reporter d’assalto che durante la giornata ha filmato l’esibizione degli Artisti Contro Il Nucleare sul ponte della nave e dal gommone tutto attorno ad essa.

In gommone verso Montalto di Castro

Il vento freddo, il nevischio, la pioggia, il cielo grigio di nuvole cupe e basse, le ciminiere della centrale di Montalto Di Castro sullo sfondo, dove gli attivisti di Greenpeace erano entrati all’alba per esporre un grande striscione con su scritto Nuclear Emergency, proprio sul tetto della struttura che a breve potrebbe ospitare uno dei nuovi reattori nucleari così fortemente voluti dal Governo in questa sua folle smania di ritorno al nucleare.

Quest’ambientazione estrema e quasi apocalittica, che noi Artisti maledivamo come un ostacolo per il concerto e per le riprese, si è rivelata invece una scenografia grandiosa, perfettamente a tema con il tono della canzone “No Al Nucleare” a sostegno della campagna Nuclear Lifestyle per la quale eravamo venuti a bordo.

Una volta sul gommone, giusto il tempo di ricevere i sorrisi e i calorosi cenni di saluto da parte dell’equipaggio della Rainbow Warrior e poi via, a cavalcare le onde, verso la costa, con la pioggia in faccia e il vento tra i capelli, per tornare sulla terra ferma.

Sbarcato a terra ho tirato un sospiro di sollievo e mentre terminavano le operazioni di sbarco mi chiedevo: Ma perché questa gente fa tutto questo, e molto di più ogni giorno, per mesi e mesi, rischiando la vita in ogni angolo del mondo, affrontando le ire e le ritorsioni degli equipaggi delle baleniere Giapponesi, dei petrolieri più ricchi e potenti del globo, delle Corporation di ogni tipo, insaziabili di ogni risorsa naturale del Pianeta Terra?!?!

Una risposta semplice ed esauriente mi è stata data poco dopo durante il viaggio di ritorno in furgone con Luca Nicolini (assiduo volontario e responsabile degli eventi su Roma). Al mio fianco c’era anche Tom, l’attivista belga esperto di informatica chiamato per curare la messa a punto del sistema che ha permesso al pubblico di collegarsi da casa via web e di assistere così al live degli Artisti Contro Il Nucleare in diretta dalla nave.

Mi ha detto: Il pianeta sta andando verso la rovina ecologica per colpa dell’opera dell’uomo. Eppure la gente sembra così poco attenta, così poco sensibile, così addormentata. Per questo sono diventato attivista di Greenpeace. Per aiutare, con le nostre azioni, a risvegliare la coscienza addormentata dell’opinione pubblica prima che sia troppo tardi!

E come lui ci sono migliaia di attivisti in tutto il mondo. Attivisti e volontari per i quali Greenpeace è la più grande passione della loro vita, pronti a mettersi in viaggio verso qualsiasi destinazione quando un a qualche attività richiede la loro presenza, sacrificando ore preziose che potrebbero dedicare al relax, alla famiglia, agli hobby, mettendo a disposizione le loro competenze e le loro abilità senza alcuna retribuzione, mettendosi in gioco, spesso, sia nel campo del penale che in quello della sicurezza personale.

E tutto questo…solo per…salvare il pianeta!?!?!

Bè…lo dicevo io: quelli di Greenpeace non sono normali…

…sono eroi!

Adriano Bono

Fonte: www.greenpeaceitalia.org/blog

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