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Oscar Romero, martire

Milena Nebbia

Esattamente un anno fa, quando Mauricio Funes del Fronte di Liberazione Nazionale fu eletto presidente, dopo vent’anni di governo della destra Arena, nel suo discorso di insediamento citò il “suo maestro e guida spirituale monsignor Romerosuscitando applausi e lacrime. A trent’anni dalla morte, da quel 24 marzo 1980 in cui fu assassinato nella cappella di un piccolo ospedale per malati di cancro a San Salvador dal colpo di un sicario dell’esercito, la figura di questo mite sacerdote rimane scolpita nell’animo del popolo salvadoreño, così come il suo nome, insieme a quello di altre 25.000 vittime della guerra civile, nel granito nero del Monumento a la Memoria y la Verdad nel parco di Cuscatlán.

Quella di Monsignor Romero fu una morte annunciata: nel clima di oppressione e di ingiustizia sociale che si respirava in Salvador alla fine degli anni Settanta, lui decise di schierarsi apertamente dalla parte del popolo, dei contadini, arrivando a concludere le sue messe domenicali con una specie di bollettino di guerra: il bilancio settimanale della repressione con il numero e l’identità dei contadini, degli operai, dei sindacalisti, degli studenti, degli insegnanti assassinati dagli squadroni della morte, da bande che agivano insieme con le forze armate e per conto della ristretta oligarchia nazionale di destra. Romero divenne dunque la “Voz de los que no tienen voz” la voce di un popolo che veniva massacrato (alla fine dei dodici anni di guerra civile, nel 1992, si contarono oltre 70.000 vittime) in nome della difesa di interessi egoistici. L’Arcivescovo non solo denunciò l’efferatezza dei corpi armati, ne fornì le prove, ma chiamò per nome uno dei suoi massimi ispiratori, il maggiore D’Aubuisson, fondatore del partito Alianza Repubblicana Nazionalista – Arena. Il potere reagì accusando l’arcivescovo di incitamento alla diserzione e alla rivolta. Fu minacciato di morte. Non era la prima volta. Nell’ultima messa di febbraio lesse sull’altare la lettera che aveva spedito al Presidente americano Carter: “La imploro, come cittadino del Salvador e come arcivescovo: proibisca l’invio di nuovi aiuti militari al governo del Salvador, armi mortali destinate a reprimere ancora più violentemente il popolo“. Firmò la sua condanna a morte.

Oscar Romero assassinato (24 marzo 1980)

Se uccidono me, resterà sempre il popolo, il mio popolo – scriveva qualche tempo prima – perché un popolo non lo si può ammazzare“. E Romero vive. Vive nel cuore della sua gente. La sua effige è presente ovunque in Salvador: nelle chiese, nelle sedi dei sindacati, nelle scuole, nelle case, persino nei souvenirs. E per la prima volta in trent’anni le celebrazioni in suo onore faranno parte di un’agenda ufficiale del Governo: nel corso del mese di marzo saranno organizzate numerose manifestazioni culturali in tutto il paese: concorsi di pittura, concerti, dischi. Il 24 marzo sarà inaugurato un grande murales nell’aeroporto della capitale. E poi naturalmente pellegrinaggi, momenti di riflessione, congressi teologici in tutte le diocesi. La Conferenza episcopale di El Salvador ha chiesto in gennaio la “rapida conclusione” del processo di beatificazione dell’Arcivescovo Oscar Arnulfo Romero iniziato nel 2003. “Avremmo desiderato che in una data come questa potesse essere data la notizia gradita a tutti che monsignor Romero veniva dichiarato beato – ha detto l’Arcivescovo di San Salvador Josè Luis Escobar – ma non abbiamo alcuna notizia“. Dunque Romero è un “Santo desaparecido”. Per la Chiesa di Roma né beato, né martire.

Milena Nebbia

Fonte: www.peacereporter.net

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