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Campagna

Enikő Lőrinczi

A 18 anni sognavo di diventare regista teatrale tale era il fascino che il teatro e la letteratura teatrale suscitava su di me. A 25 anni sognavo di fare il fotografo nelle zone disastrate della terra, di diventare una specie di portavoce per chi la voce non ce l’ha. A 30 anni, con due figli piccoli, sognavo semplicemente una notte tranquilla e due borse sotto gli occhi un pelo più discrete. A 33 anni, dopo aver speso circa 25 anni sui libri, ho capito la ragione della mia vita: volevo semplicemente coltivare un piccolo orto, realizzare marmellate con frutta appena colta e allevare delle galline e dei figli sereni e in salute. Volevo una vita più naturale, più sobria, più verde, più pulita per me e per la mia famiglia. Non si può certo dire che io sia un’arrampicatrice sociale.

La strada che conduce verso quell’idillio agreste è lunga e tutta in salita ma i primi passi li abbiamo fatti e continueremo imperterriti perché è quello che vogliamo. Abbiamo anche fatto delle considerazioni sull’effetto che queste scelte avranno sui nostri figli perché la loro educazione ci sta a cuore e perché il sottofondo culturale che condiziona la nostra visione del mondo viene assorbito soprattutto nei primi anni di vita, nell’infanzia. Gli archetipi che vengono trasmessi a livelli consci e inconsci sono di stampo materialista. Un materialismo senza criteri e senza etica che si nutre di consumismo e auspica la corsa verso l’aumento infinito della produzione industriale e dell’aumento di capitale e del PIL. Fanno parte di questo retaggio l’idea che la competizione sia una specie di “molla del progresso” e che la nostra specie è l’unica ad aver diritto di sacrificare altre specie sull’altare del progresso scientifico ed economico. Che fa se muoiono centinaia, migliaia di animali nei laboratori in condizioni disumane e tra dolori atroci se poi riusciamo produrre una crema che ci dona una pelle setosa e due rughe in meno?

Credo che sia abbastanza chiaro che tipo di corrente di pensiero tira da queste parti. Ecco, proprio questo tipo di trasmissione culturale che vorrei interrompere nello sviluppo intellettivo e sentimentale dei miei figli. Non pretendo di trovare la strada da sola, allora leggo molto, m’informo, cerco idee da condividere, da applicare. Ho trovato molta ispirazione e rassicurazione nella pedagogia steineriana. Curiosando altrove ho trovato un libricino: Fritjof CapraEcoalfabeto. L’orto dei bambini (che in realtà è il testo della conferenza “Un orto in ogni scuola: coltivare un senso della stagione e del luogo” a Liverpool nel lonatno 1999). Alla domanda come fare ad insegnare ai bambini i fondamenti dell’ecologia profonda fin dai primi anni di vita, quell’ecologia che rispetta la vita in tutte le sue forme e che contiene un’etica saggia e giusta, la risposta di Capra è molto semplice ed efficace: impiantare un orto. La coltivazione di un orto sviluppa la consapevolezza delle connessioni, dei principi di base dell’ecologia profonda e del pensiero sistemico. È il luogo ideale per riportare “i massimi sistemi qui sulla Terra”: in un orto, coltivando la terra, cercando di ottenere da essa il nutrimento, siamo posti di fronte alla nostra realtà più profonda di esseri che dipendono completamente dall’ecosistema di cui fanno parte.

Coltivando la terra si inizia a intuire un po’ quella saggezza antica che ne è alla base. Attraverso la coltivazione dell’orto i bambini arrivano a comprendere, ma soprattutto a vivere, i fenomeni legati alla rete della vita, al flusso dell’energia e ai cicli della natura. Questa comprensione, oggi più che mai, è indispensabile perché la ciclicità della natura è in netta opposizione con la linearità dei sistemi industriali e commerciali. E mentre un sistema lineare genera l’ossessione per una crescita economica illimitata al di là del buon senso, in un sistema ciclico è un fatto naturale che ogni cosa abbia la sua stagione, che mentre alcune cose crescono, altre devono di necessità decrescere: il pianeta è limitato, non tutto può crescere simultaneamente. Un sistema lineare, come quello industriale, genera rifiuti, un sistema ciclico reintegra ogni cosa all’interno del flusso energetico, senza mai lasciarsi dietro rifiuti inquinanti.

Ecco cosa può insegnare ai bambini un orto. Col tempo capiranno che è un fatto naturale e logico riutilizzare ogni cosa, che le foglie cadute, gli scarti alimentari servono per preparare un terreno vitale e che in natura non esistono nemmeno i rifiuti in quanto tali, perché gli scarti di una specie sono l’alimento di un’altra. Coltivare i frutti della terra riporta i bambini non solo alle fonti del cibo, ma alle basi stesse della vita. Si semina, si coltiva l’orto, si raccoglie e poi si pianta ancora. Si svolgono nella pratica i cicli alimentari e si impara il ruolo delle piante verdi nel flusso di energia di sistemi più grandi. Il ciclo dell’acqua, il ciclo delle stagioni e gli altri cicli sono tutti collegati alla rete planetaria della vita. Si diventa consapevoli che noi stessi facciamo completamente parte della rete della vita.

I bambini imparano a dare il tempo alle cose, si impara ad aspettare a rispettare i tempi della natura. Imparano i cicli vitali di un organismo vivente (nascita – crescita – maturazione – declino – morte – il cambio generazionale ) e a trarre le giuste conseguenze con naturalezza e senza traumi. Io credo che il bambino piccolo (età prescolare o nelle prime classi elementari) non avrà mai una conoscenza profonda della natura attraverso dei concetti astratti, nemmeno con tutti quei bellissimi libri ed enciclopedie illustrati ma dategli una zappa in mano e svilupperà un rapporto autentico ed emotivo con la natura e un senso di responsabilità verso la terra.

Enikő Lőrinczi

Fonte: http://enikolori.blogspot.com/


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