Home»Ecologia»Creativi culturali: la rivoluzione silenziosa

Creativi Culturali

Manuela Florio

Dopo aver letto con avidità “I creativi culturali” (Xenia Edizioni), il libro scritto a quattro mani da Enrico Cheli e Nitamo Montecucco, sociologo il primo, medico il secondo, si cambia visione del mondo. E dopo aver visto “Olos – L’anima della Terra”, il film che raccoglie il lavoro di anni e le interviste a filosofi e scienziati di livello internazionale (Ervin Laszlo e Fritjof Capra, per dirne un paio) ci si ricorda di aver sempre saputo di essere parte di un tutto e si diventa pronti a “fare rete”.

Questa visione olistica del mondo è all’origine di un movimento spontaneo trasversale che non segue ideologie né religioni, e che attraversa nel nostro tempo tutto il pianeta, dagli Stati Uniti al Giappone, passando per l’Europa. Un fenomeno individuato, per primo, da Paul H. Ray negli Stati Uniti, sul finire degli anni ’80 e seguito in tutti questi anni nel suo sviluppo costante, anche dal team italiano.

Il risultato è a dir poco stupefacente: le persone pronte a cambiare la cultura dominante non sono un’esigua minoranza come si è portati a pensare, ma quasi un quarto dell’umanità. E questa percentuale è in crescita vertiginosa e molto vicina al punto di “massa critica”.

Per capire meglio tutto quello che ha portato all’individuazione dei Creativi Culturali e a pensare che siano i portatori di un mondo nuovo, abbiamo intervistato Nitamo Federico Montecucco, da sempre studioso delle culture emergenti, professore universitario e presidente del Club di Budapest italiano, a pochi giorni dall’incontro/presentazione, del libro e del film, che si è tenuto sabato 27 marzo a Vicenza.

Su che basi avete deciso che l’umanità è arrivata a un punto determinante della sua evoluzione?

«Noi abbiamo deciso di studiare i fenomeni attraverso la scienza. Sappiamo che tutte le ricerche su i nuovi valori etici, la nuova medicina, la globalità ecc. negli anni ’70 rappresentavano circa il 2% della popolazione. Valori così bassi da non poter essere studiati sociologicamente. Poi negli anni ’90 i numeri di persone che lavoravano nel sociale, nella medicina olistica, nel volontariato nella pace sono costantemente aumentati fino a diventare visibili. Per questo Paul Rey con la Massachussets University ha iniziato a studiarli. Il risultato è stato che più del 24%, quasi un quarto della popolazione americana, era orientato verso quei valori. Appena venni a conoscenza di queste ricerche, le pubblicai sulla mia rivista di allora, Cyber. Nel 1993 avevamo costituito in Italia la sede del Club di Budapest, un organismo che si propone di evolvere la coscienza umana verso una dimensione globale dando senso ai valori nuovi, così organizzammo un incontro con tutti i maggiori studiosi degli altri Paesi aderenti. Da Ervin Lazlo a Paul Rey, per l’Italia c’era il prof. Cheli. Nel leggere i dati americani della ricerca, il primo pensiero fu: non è possibile che in Europa siano più del 10%. E invece al termine delle indagini ottenemmo un risultato del 35%, il che significa che, dal 95 al 2005, la percentuale delle persone sensibili ai nuovi valori sociali, era salita di 10 punti. Dati che sono stati confermati anche nel resto d’Europa, in Giappone e persino nella ricerca statunitense ripetuta l’anno scorso dallo stesso Paul Rey. Sono dati enormi che devono far riflettere».

Perché li avete chiamati Creativi culturali?

«Perché si tratta di persone che hanno cambiato cultura e stile di vita (dalla raccolta differenziata, ai ritmi più salutari, dalla visione etica e globale del mondo, all’alimentazione sana…), individui senza ideologia, di tutte le età, orientati alla pace… una sorta di “grass root” (erba spontanea)… è come se questa cultura crescesse da sola per conto suo».

Come si fa a capire se siamo Creativi culturali?

«Sul nostro sito c’è un piccolo test dal quale farsi un’idea in modo semplificato. Il punto è che basta rispondere a domande molto semplici ma non scontate. Se io 20 anni fa avessi chiesto a una persona “ti senti cittadino del mondo?” oppure “Vorresti che i tuoi figli crescessero in una società multietnica?” mi avrebbero risposto di no. Oggi l’85% dice di sì».

C’è bisogno di una guida per raggiungere questa visione olistica del mondo?

«La guida “è” il paradigma olistico. Il paradigma non è un’invenzione che proponiamo nel libro, ma il contrario: tutti i popoli della terra che hanno voluto creare un mondo più giusto hanno sempre avuto una visione unitaria. Istintivamente noi siamo parte della natura e dobbiamo tenere in considerazione le relazioni tra gli esseri umani e la natura, questa visione olistica è il paradigma olistico ed è spontanea. La nostra società negli ultimi secoli ha perso il contatto con la natura per uno sviluppo forsennato e materialista. Bisogna tornare alla spontaneità. Il paradigma olistico sta emergendo in tutte le associazioni trasversali di tutti gli Stati della Terra. A Copenaghen c’erano migliaia di rappresentanti di tutti i Paesi del mondo, ma i rappresentanti delle associazione erano dieci volte tanto!».

È questa la massa critica di cui parlate?

«Due considerazioni: quando chiediamo a un creativo culturale quante persone pensi che condividano con te la visione olistica del mondo, la risposta è: il 2%. Sono fermi alla percezione degli anni ’80 mentre invece siamo il 35%!

La seconda considerazione è che se va avanti così, tra il 2015 e il 2018 le persone che hanno una visione più sensibile del mondo saranno il 51%. Quando si arriva alla soglia del 51% anche se non ci sono le elezioni gli effetti diventano visibili. Le ricerche internazionali fatte dalle Nazioni Unite (Millennium Ecosystem Assessment) con 1460 scienziati di tutto il mondo dicono chiaramente che tra il 2012 e il 2015 cominceremo ad avere delle situazioni irreversibili di danni all’ecosistema. Tutto quello che stiamo vedendo (terremoti, smottamenti, maremoti, tempeste, freddo e caldo eccessivi…) ogni anno porterà le persone a rendersi sempre più conto del pericolo. Al Gore scrive un libro, Di Caprio fa un film, molti personaggi si battono per proporre nuove visioni… Noi stiamo solo cercando di accelerare di qualche anno questo cambiamento semplicemente facendo diventare le persone consapevoli di quante sono e dell’importanza umana e sociale che hanno per il progresso della società globale. Vogliamo dare dignità alle persone più sensibili».

Non c’è il rischio di sentirsi sminuiti da questa presa di coscienza  meno antropocentrica?

«Finora i Creativi culturali sono stati divisi in due categorie: green, che si occupano soprattutto dell’esterno (diritti civili, umani, ambientali) che a tutt’oggi sono più del 70%, poi c’è un’altra parte che chiamiamocore” che ha un nucleo, sono individui con valori più profondi, che cambiano se stessi prima di cambiare fuori, questa popolazione sta aumentando vertiginosamente. Non sarà solo una rivoluzione esteriore, ma una rivoluzione di consapevolezza».

Quanto conta il grado di profondità di chi è coinvolto?

«Abbiamo fatto ricerche che dimostrano come nel cervello di una persona che medita, e quindi è centrata sulla propria esistenza ed “è” nella propria anima, le onde diventano sincroniche, cioè la coerenza tra le varie onde diventa altissima fino ad arrivare vicino al 100%. Mentre quando siamo infelici, depressi o disturbati questa coerenza cala al punto da entrare addirittura in opposizione. La rappresentazione di conflitti esterni non è altro che la proiezione di quanto accade dentro di noi. Dobbiamo cambiare la coscienza. Dobbiamo tornare, attraverso le tecniche di tutte le tradizioni e religioni, al silenzio, a uno stato di coscienza di sé silenzioso e armonico, in quello stato siamo in armonia con gli altri e con la natura. Questa è la vera rivoluzione. La stessa rivoluzione di Avatar: è un collegamento tra i popoli più antichi e la più recente neuroscienza».

Cosa vi aspettate dagli incontri con il pubblico come quello del 27 marzo a Vicenza?

«Abbiamo fatto diversi incontri per presentare il film “Olos – L’anima della Terra”, ci stanno invitando nelle Università, in Sicilia, a Cosenza, a Taranto, a Torino, a Bologna… La ricerca del libro è una ricerca statica, ma noi abbiamo impiegato gli ultimi tre anni a mettere insieme i pezzi per fare questo lavoro, un film-manifesto del nuovo paradigma olistico dove mettiamo insieme tutti i valori ecologici e spirituali visti in modo scientifico, si parla di coscienza, di evoluzione, di massa critica… è bello vederlo su un grande schermo insieme a tanta gente, è emozionante. Ogni volta che lo proiettiamo c’è una risposta incredibile, alla fine si crea una discussione con domande intelligenti, aperte… Chi vede il film la prima volta alla fine dice: ma allora è tutto vero! Eppure, se i giornali di tutto il mondo parlano di queste ricerche, in Italia non è uscito nemmeno un trafiletto. È una ricerca internazionale fatta su 1800 persone solo in Italia, con 58 domande a testa, è durata un anno… ma è chiaro che il tema è fuori dai parametri di quello che si vuole pubblicare».

In che modo il Club di Budapest supporta questi incontri?

«Fa da promotore e da garante. I soldi che guadagniamo li investiamo tutti qui, per questi progetti, le ricerche, gli studi, promuovere nuovi modelli neurofisiologici… Il Club di Budapest ha dentro 8 premi Nobel per la pace e tantissime persone di valore e fa da garante della scientificità e dell’attendibilità di un progetto (per sostenerlo basta diventare soci). È arrivato il momento di connetterci tra gruppi, tra nazioni e di creare tante reti di uno stesso paradigma olistico che abbandoni il modello dicotomico (basato sulla divisione tra mente e corpo) e promuova la coscienza globale di sé e del pianeta. Noi non vogliamo creare un movimento, siamo solo i promotori, vogliamo dire a tutti che, insieme, siamo la nuova cultura che può creare un futuro sostenibile».

Manuela Florio

Fonte: www.eurosalus.com


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