Home»Diritti umani»Lotta alla povertà»Un piccolo computer e i bambini cambieranno il (terzo) mondo

Computer per il sud del mondo

Lidia Giannotti

Le immagini e i numeri del progetto sono avvincenti. E’ uno degli incontri più attesi del Festival delle scienze e si sta parlando di 2 milioni di bambini, dei loro insegnanti, genitori e nonni alle prese con un giocattolo luminoso e colorato che qualche volta è l’unico oggetto che illumina le loro case. Nicholas Negroponte, uno dei fondatori di Medialab – avveniristico laboratorio di ricerca del Massachussetts Institute of Technology – è convinto che con il piccolo computer portatile del progetto lanciato nel 2005 “One Laptop Per Child” si sta consegnando nelle mani dei bambini del terzo mondo una speranza di cambiamento che non ha precedenti, una possibilità di conoscenza capace di moltiplicarsi a ritmi e con risultati favolosi all’interno di una comunità.

Il progetto “One Laptop Per Child” raccontato da Negroponte

Sul palco lo scienziato statunitense racconta usando immagini e aneddoti vivaci. Sa bene che la favola è troppo bella per non conquistare. Le foto sullo schermo provano che la capanna del suo racconto, il nonno, il piccolo bimbo e il computer che illumina la stanza ci sono davvero. Siamo in Perù, in un piccolo centro a tre giorni di viaggio da Lima, dove non sarebbe possibile usare uno strumento diverso da questo portatile che viene caricato grazie ad una manovella (10 minuti di autonomia per ogni minuto di carica). Altre foto mostrano bambini curiosi che accerchiano e quasi sovrastano l’insegnante e il computer che ha davanti, bambini che siedono davanti al loro portatile in classi più affollate e ordinate, altri accovacciati insieme all’aperto che se lo stringono come un orsacchiotto, altri che lo usano con accanto un adulto incuriosito.

Tutto è cominciato nel 1982 con un progetto di diffusione di computer tradizionali (in Senegal, Pakistan, Colombia e altri due paesi). Ma la vera rivoluzione è questo portatile che i bambini portano nelle loro case e usano per incontrarsi e giocare. Il Laptop è leggero, resistente, impermeabile, facile da trasportare e da usare; si possono manipolare i suoni, ci si può collegare ai portatili degli altri bambini e naturalmente ad Internet, tutto attraverso il sistema operativo open source Linux. Il progetto, concretizzato attraverso la creazione di una società no-profit, prevedeva di distribuirne 150 milioni. Ma a Taiwan ora è allo studio un nuovo prototipo il cui prezzo non supererà i 75 dollari, un pannello di plastica flessibile quasi indistruttibile e a bassissimo consumo, in cui verrà inserita anche una telecamera.

Si è iniziato nel 2007 dalla Cambogia, dove il Laptop è stato fornito nella lingua Khmer della popolazione locale; prima i bambini abbandonavano la scuola per noia, ora sono al centro dell’interesse della loro famiglia e del villaggio, usano il computer come i nostri ragazzi e aiutano gli adulti a trovare il prezzo all’ingrosso del riso. La vita è cambiata anche in Colombia, dove alcune zone erano off-limits a causa delle contrapposizioni tra forze governative e FARC (le Forze armate rivoluzionarie colombiane). Entro 12 mesi anche in Uruguay ogni bambino avrà il suo portatile.

In Africa il primo paese a decidere di distribuirlo è stato il Rwanda, dove ne sono già stati consegnati 100.000. Ogni Laptop è sempre predisposto per l’uso in lingua locale (in Nigeria, ad esempio, ci sono 320 lingue ufficiali) e con 100 libri in memoria. Un villaggio dove ci sono 100 bambini, se vuole può disporre di 10.000 libri senza alcun problema di trasporto, collocazione ed energia. Ma soprattutto questo computer mette i bambini a contatto diretto con le fonti di conoscenza in paesi dove molti adulti sono analfabeti e molti insegnanti hanno un grado d’istruzione appena superiore a quello degli alunni, li rende protagonisti della loro formazione e mette a frutto quelle modalità di apprendimento che passano attraverso il coinvolgimento, la manipolazione e la ricerca attraverso “gli oggetti” incontrati sulla rete e la sperimentazione del proprio pensiero.

Il ritardo italiano non può essere negato (e neanche il diritto ad usufruire della rete)

Quando le domande di Riccardo Luna, direttore di Wired-Italia, si spostano su temi come i possibili abusi in Internet, il digital divide e la disattenzione italiana nei confronti delle opportunità della rete, Negroponte conferma di aver negato di recente che Internet possa avere un “lato oscuro”, perché se mai quel lato oscuro è “non avere Internet”.

Sul palco i presenti sono tutti d’accordo: ogni problema o abuso che si manifesta attraverso la rete va affrontato, ma le reazioni allarmiste e confuse non aiutano. Luca Sofri – bene attento ad evitare tenacemente sottolineature e applausi in stile televisivo – risponde che non è il caso di far passare una riflessione su Internet attraverso le espressioni della politica (delle parti politiche), da noi poco adatta per competenza, metodo e prospettive a confrontarsi sul tema. Un riflesso del resto della limitata presenza di giovani nella classe dirigente.

La scarsa diffusione e conoscenza della rete nel nostro paese è un dato assodato e preoccupante anche per Paolo Ferri, docente di scienze dell’educazione e teoria e tecnica dei nuovi media nell’Università statale Milano Bicocca, un ritardo legato non solo alla vecchiaia della popolazione. Il docente mette a fuoco un dato oggettivo di arretratezza del nostro paese confrontando la percentuale annua del PIL investita in questi anni in Ricerca e Innovazione (0,7% – 0,8 %) con gli indici su base europea (obiettivo comune del 2,5 % prefissato per il 2011 dal Trattato di Lisbona). Inutile il confronto con gli USA, dove a un dato del 4%-5% di investimento pubblico si aggiungono risorse rilevanti provenienti dalla ricerca privata (circa il 3% del PIL).
Come accade spesso quando ci si può almeno confrontare su dati, si passa oltre abbassando la voce come dopo un lutto; però tutti condividono l’idea che il ritardo nuoce alla nostra struttura sociale, e che l’accesso ad Internet (un accesso di qualità ed economicamente accessibile) debba essere considerato dall’ordinamento italiano un diritto di tutti.

Computer per il sud del mondo

Scoprire il futuro e investire in entusiasmo

Il valore di una serata qui all’Auditorium, nello stesso posto con una persona come Negroponte, è nel disagio provato nell’accorgersi che sono state dette poche parole – in lingua italiana – capaci di trasmettere l’energia avvertita poco prima. Quanto è stato detto parlando del nostro paese – riprendendo anche criticamente i temi che occupano il confronto pubblico in questi mesi – è corretto e interessante, d’accordo … Ma sono temi che andrebbero sostituiti al più presto. Probabilmente non possiamo più permetterci di impegnarci in analisi sulle percentuali investite in pregiudizi e in paure, costretti a voltarci indietro mentre vorremmo andare a vedere cosa c’è avanti e cosa possiamo ancora scoprire e fare a proposito della vita e della convivenza delle persone, qui da noi e nel Terzo Mondo. Ci sono prospettive di sfruttamento della rete Internet che offrono straordinarie possibilità di miglioramento delle condizioni di vita, nuove opportunità di istruzione, in molte situazioni l’unico rimedio contro l’isolamento o le malattie, la possibilità di ridurre consumi e inquinamento. La condivisione di conoscenze in moltissimi campi, tra persone e culture diverse, potrebbe produrre ricerche, idee e soluzioni nuove, e una speranza di progresso per milioni di persone.
Il pubblico in sala rappresenta tutte le età, molti probabilmente non conoscevano il progetto “One Laptop Per Child” e ne sono rimasti incantati. Considerando le risorse coinvolte, i governi, le caratteristiche di alcuni territori e l’impegno totale di Negroponte (che ha rinunciato a ogni altro incarico) è facile supporre che vi siano stati dei problemi, forse delle polemiche; ma per una volta nessuno ha bisogno di pensarci di fronte a questo strabiliante progetto e a questo signore vivace e autorevole (che alla fine dell’incontro verrà circondato da giovani e da cronisti). Quando viene interpellato sul ritardo italiano, Negroponte insiste sull’inevitabilità di puntare su Internet, di conoscerlo e sfruttarlo meglio, di investire energie e risorse individuando ed eliminando gli ostacoli. “Se insisterete solo su Tv e telefonini“ – dice – “siete morti”.

Internet “Arma di istruzione di massa” e opportunità per chi lavora per la pace

Iniziando questo incontro Negroponte ha parlato di Internet come di una potente “arma di istruzione di massa”. E in effetti, se si pensa ai posti più isolati e dimenticati del mondo che è possibile raggiungere, facendovi “sbarcare” informazioni ed esperienze, non ci sono strumenti che reggano il confronto. Se la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo approvata dall’ONU ha stabilito che l’istruzione e la partecipazione alla vita culturale e scientifica sono oggetto di un diritto fondamentale, oggi lo è anche il diritto ad usufruire della rete e dei suoi contenuti. Migliorare le condizioni di vita è una via importante per costruire condizioni favorevoli alla convivenza pacifica; si possono ridurre steccati e diffidenze e la dipendenza degli individui favorendo relazioni e possibilità di produrre valore sociale. Pensare a milioni di bambini che, nonostante l’isolamento geografico e senza affrontare pericoli o allontanarsi dalla famiglia, possono apprendere, comunicare e fare progetti per sé e per il loro villaggio, pensando anche al futuro, è certamente emozionante. C’entra con la pace anche per gli effetti che questo può produrre negli abitanti dei paesi occidentali. Tutto quanto può farne aumentare la consapevolezza circa l’interdipendenza tra la soluzione di alcuni problemi di povertà e ingiustizia nel Mondo e le prospettive concrete di pace è un investimento da far fruttare (come il coinvolgimento di un pubblico forse lontano da questi problemi ma aperto e curioso rispetto ad una sfida tecnologica). Magari utilizzando le tecniche di apprendimento su cui ha lavorato e insiste Negroponte, ad esempio pretendendo un’informazione giornalistica non ripetitiva e non distante sui fattori che producono diseguaglianza, incoraggiando l’interesse e il protagonismo dei cittadini nei confronti delle scelte sensibili rispetto alla costruzione di relazioni tra paesi e immettendo in rete “oggetti di pace”, iniziative specifiche ma anche scambi e percorsi di collaborazione su progetti ed esigenze immediate.

Lidia Giannotti

Fonte: www.peacelink.it

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