Home»Nonviolenza»Spiritualità nonviolenta»Questionario a risposta ‘chiusa’. In Australia, pubblicate le domande segrete agli aspiranti vescovi
Vescovi in processione

Ludovica Eugenio

Nessun riferimento alla comunità diocesana, nessun riferimento alla Scrittura o al Credo, a fronte di una sottolineatura dell’importanza della fedeltà al papa e al Vaticano: è questo il contenuto del testo di un questionario sub secreto pontificio riguardante i candidati all’episcopato in Australia, reso pubblico dal gruppo Catholics for Ministry, animato dal giornalista cattolico, ex prete, Paul Collins. Il “Questionario per i candidati all’episcopato” – questo il titolo del documento – porta il sigillo della Nunziatura apostolica australiana e può essere visionato sul sito www.catholica.com.au. Esso è destinato a persone di fiducia – per lo più vescovi e qualche prete – alle quali vengono chieste informazioni riguardo al candidato.

Nel processo di selezione per la nomina dei vescovi in Australia, osserva Paul Collins su Catholica, viene tenuto ben poco conto della comunità diocesana o della maggioranza dei preti, e spesso persino vescovi non allineati vengono completamente scavalcati o ignorati”.

Il documento segreto, secondo Collins, viola in primo luogo il diritto alla privacy del candidato: nella sezione dedicata ai dati personali, ad esempio, si chiedono informazioni sulle “condizioni” della famiglia di origine e su eventuali “predisposizioni” a malattie ereditarie. Nella sezione relativa alle “informazioni biografiche” si torna sulla questione con domande sulla “condizione della famiglia del candidato: religiosa, morale, civile, economica, riguardante la salute fisica e mentale”. “Che diritto ha, un nunzio apostolico (un non cittadino australiano che, in quanto straniero, si trova qui tollerato), di chiedere informazioni che nessun datore di lavoro australiano porrebbe per timore di denunce?”, si chiede Collins.

Altra area di interesse è la sezione del documento dedicata all’“ortodossia”; non si parla, però, di credo e di teologia ma di “completa, miope fedeltà al papato e al Vaticano senza alcun interesse teologico per i numerosi e variegati ruoli episcopali nella Chiesa, per non parlare dell’affidabilità verso la diocesi nella quale viene nominato”. In questo senso, il Concilio Vaticano II è citato solo una volta, mentre la descrizione del ruolo episcopale “è completamente radicata nel Concilio Vaticano I” e focalizzata sulla fedeltà ai documenti della Chiesa riguardanti tematiche teologiche secondarie che hanno a che fare con il sacerdozio, l’ordinazione femminile, il matrimonio, l’etica sessuale e, ultima in ordine di comparizione, la giustizia sociale; si parla di “fedeltà alla genuina tradizione della Chiesa” e di “autentico rinnovamento promosso dal Vaticano II”.

L’aspetto più grottesco, tuttavia, è la richiesta di fedeltà al documento, citato in grassetto nel questionario, Statement of Conclusions, del 1998. “Questo documento piuttosto strano – spiega Collins – fu imposto ai vescovi australiani come una trappola da un gruppo di burocrati vaticani al Sinodo per l’Oceania nel 1998. Nessuno di questi ecclesiastici vaticani era anglofono, meno che mai australiano. Sei erano italiani, quattro latinoamericani e uno tedesco. Pochi di loro avevano un’esperienza pastorale in una parrocchia. Certamente nessuno di loro aveva mai visitato l’Australia, ma questo non impedì loro di informare i vescovi che i cattolici australiani soffrivano una “crisi di fede… che si manifesta nell’aumento del numero di persone senza religione e nella diminuzione della frequenza in chiesa [dovuta] alla tolleranza e all’apertura australiana”, una crisi che toccava la “cristologia, l’antropologia e l’ecclesiologia”. Questo ritratto della Chiesa nel Paese, racconta Collins, lasciò sbigottiti i cattolici locali, dal momento che questi cliché sul cattolicesimo australiano erano veicolati da “un minuscolo gruppo assolutamente non rappresentativo di reazionari, teologicamente illetterati, ma forse appoggiato in segreto da un paio di vescovi al massimo”. Questa visione distorta della Chiesa, sintetizzata in un documento imposto alla fine del Sinodo, fece infuriare la maggioranza dei vescovi australiani, che si sentì “completamente ignorata”. “Ed è stupefacente – conclude Collins – che ora un documento tanto superficiale ed ignorante diventi un prerequisito normativo per l’episcopato in Australia, mentre la Bibbia o il Credo “sono semplicemente ignorati”.

Anche dal punto di vista dell’aspetto della disciplina il questionario lascia molto a desiderare. Si parla infatti di “devozione al Santo Padre, alla Santa Sede e alla gerarchia episcopale”, di appoggio al celibato sacerdotale e alle leggi della Chiesa, in particolare alla “disciplina liturgica e clericale”; e anche la sezione dedicata alle esperienze pastorali e alle attitudini del candidato è molto povera (predicazione, insegnamento, attitudine al parlare in pubblico, disponibilità ad amministrare i sacramenti, promozione di vocazioni, interesse per le missioni e le attività ecumeniche e, solo per ultima, formazione dei laici “nei campi dell’apostolato familiare e sociale”). Va un po’ meglio con il capitolo dedicato alla leadership, in cui si fa riferimento al dialogo e alla collaborazione, alla capacità di delegare e di condividere le responsabilità. Nessun cenno, invece, alla responsabilità del vescovo nei confronti della sua diocesi: elemento, questo, che riflette – nota Collins – “l’ecclesiologia del Concilio Vaticano I più che quella del Concilio Vaticano II”.

Collins ha informato il nunzio mons. Giuseppe Lazzarotto di essere entrato in possesso di una copia del questionario segreto, e la risposta del prelato è stata “aperta e cortese”, sottolineando il fatto che tale questionario rappresenta solo “uno degli elementi nel processo di ricerca”. Resta il fatto, conclude lo scrittore australiano, “che il Vaticano e il nunzio hanno in mano tutti gli atout e il processo resta segreto e non trasparente”; di qui la campagna promossa da Catholics for Ministry per coinvolgere il nunzio pontificio e la Congregazione per i Vescovi in Vaticano nell’elaborazione di un “processo migliore per la nomina dei vescovi”.

Ludovica Eugenio

Fonte: Adista

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