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La corsa bipartisan a dire «no»

Centrale nucleare

Alessandro Trocino

Da una parte impedimenti tecnici, più o meno misteriosi: subsidenza, antropizzazione, instabilità geologica, rischi sismici, carenze d’acqua. Dall’altra, catastrofismo a volontà: radioattività, scorie, inquinamento delle falde, leucemia, Cernobyl. E così il doppio incubo — l’incidente nucleare e la sconfitta alle Amministrative, non necessariamente in quest’ordine — provoca il miracolo: un fronte di solidarietà nazionale che coinvolge tutto l’arco parlamentare. Da Sondrio a Cagliari, da destra a sinistra, i candidati da giorni si sbracciano per segnalare ai cittadini- elettori che mai e poi mai diranno sì a una centrale a casa loro.

Dopo la sbornia nuclearista di Roma, sul territorio è partita la gara a riposizionarsi. La mappa di Legambiente di qualche giorno fa, con i sì e no dei candidati, è già da buttare. I sondaggi non concedono margini. Renata Polverini, dopo aver nicchiato per giorni, garantisce (subito confortata da Gianni Alemanno): «Nel Lazio non abbiamo bisogno di centrali». Anche in Lombardia, Roberto Formigoni assicura: «Non ne abbiamo bisogno, siamo vicini all’autosufficienza ». Il pugliese Rocco Palese rivendica le centrali elettriche di Brindisi e di Taranto e prova a smontare la «demagogica polemica di chi ci considera imbarazzati: non c’è neppure la remota possibilità di una centrale da noi». Il sardo Ugo Cappellacci, che esibisce le promessa di B e r l u s c o n i , drammatizza: «Dovranno passare sul mio corpo». Se per i cittadini il fenomeno è noto come «Nimby» («Not in my backyard», non nel mio giardino), per gli amministratori è stato battezzato come «Not in My Term Of Office» (non durante il mio mandato). In Piemonte, il leghista Roberto Cota è forse l’unico a non promettere barricate: «Non so se toccherà al Piemonte. Come governatore pretenderei una consultazione, ma segnalo che a 70 chilometri dai confini ci sono le centrali francesi, ben più pericolose ». Cota attacca il Pd: «È alleato con l’Udc, che ha preteso di inserire un sì al nucleare».

Falso, replica Mercedes Bresso: «Innanzitutto non sono a 70 chilometri e poi ci sono le Alpi di mezzo. Nell’accordo con l’Udc abbiamo solo scritto che siamo favorevoli alla ricerca sul nucleare in futuro». Quello di ora spaventa a morte la Bresso: «La cosa terrificante è che non è controllabile, nello spazio e nel tempo. Quando c’è stata Cernobyl sono aumentati i malati di tiroide da noi. Se ci fosse un incidente, la pianura padana la prendiamo e la buttiamo via. Noi non vogliamo sparire dalla faccia della terra. Se lo vogliono lombardi e veneti, facciano pure, ma io spero di no per loro». Naturalmente il centrosinistra è diviso. Idv e Verdi annunciano un referendum. Ermete Realacci è contrario: «Sarebbe un clamoroso autogol». Paolo Cento replica: «Il Pd è troppo timido ». Il verde Angelo Bonelli — che è in sciopero della fame («la tv italiana ci ha espulso») —pensa che il governo stia cercando una via d’uscita: «Sanno bene l’insostenibilità economica dell’operazione. Le Regioni saranno il loro alibi».

Nella maggioranza c’è il fattore Lega. Umberto Bossi ha già dato segnali di vicinanza ai cittadini sui No Tav e il suo fiuto gli fa dubitare anche del nucleare. In Veneto Luca Zaia cerca un punto d’equilibrio: «Condivido il nucleare, ma nel Veneto non mi risulta nulla. Abbiamo un bilancio energetico positivo». Poi sbotta: «Sta diventando un tormentone ’sta cosa del nucleare, ormai sono nauseato: diteci se si farà in Veneto e andiamo a vedere. Ma certo non farò nulla contro i cittadini». Chi non apprezza il doppio binario è il governatore uscente veneto Giancarlo Galan: «Se i tecnici dicono che si può fare in Veneto, si faccia. L’ho sempre pensato, non avrei cambiato idea se mi avessero candidato. Peraltro ce l’abbiamo a un tiro di schioppo una centrale, in Slovenia. Vedo tornare il male del localismo, il partito del no: no tav, no mose, no rigassificatore. Ai candidati dico che serve responsabilità, leadership. Quelli che fanno sempre i furbi restano con le pezze sul sedere ». Zaia non replica, ma aggiunge: «A chi fa tanto il decisionista, dico che una discarica ha una percezione di due o tre chilometri, una centrale arriva anche a cento. Io non sono ostaggio dei comitati e sono andato a prendermi gli sputi per la Pedemontana veneta. Ma diciamo la verità: se la stragrande maggioranza dei cittadini dice di no, non possiamo fare i pasdaran. C’è il contratto sociale. Non abbiamo la pietra della verità in mano».

Alessandro Trocino

Fonte: www.corriere.it

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