Bambini e fame - Pulitzer 2004

Raimondo Bultrini e Satya Sivaraman (da Bilaspur – Chhattisgarh)

Dal Messico al Bengala occidentale, dall’Egitto all’Indonesia. E poi Haiti, il Burkina Faso, il Camerun, la Costa d’Avorio, gli Stati del Golfo e di nuovo in Asia, nelle Filippine. Non c’è stato un continente senza proteste, disperazione, perfino rivolte. L’aumento negli ultimi sei mesi del prezzo di generi di prima necessità come il riso e il grano ha scatenato una crisi epocale, ancora distante dalle cifre della carestia nel Bengala del 1943 con i suoi tre milioni e mezzo di morti, ma di cui non si intravedono spiragli di ottimismo a breve.

Bilaspur è famosa in lingua hindi come Dhaan Ka Katora, la scodella di riso, e le fertili pianure che si estendono in molti distretti attorno a questa importante città del nuovo Stato indiano di Chhattisgarh sono l’orgoglio di un continente al terzo posto nel mondo tra gli esportatori e i consumatori del prezioso prodotto. Nei suoi 50 slum di catapecchie, gli abitanti mangiano tra i miasmi delle fogne a cielo aperto la porzione sufficiente per sopravvivere. Ma è oltre la sua periferia estrema, nella cittadina di Ganiyari, 20 chilometri a nord, che si cela il lato nascosto di uno Stato presentato dai dépliant turistici come una delle terre più ricche di tradizioni del Continente. Qui c’è l’unica grande clinica dove i contadini e gli adivasi (i tribali) dalle foreste dei remoti distretti lontani anche 200, 300 chilometri, possono permettersi di farsi curare le molte malattie derivate da un unico ceppo sempre più contagioso: la fame. L’ha fondata nel 2000 un gruppo di giovani dottori laureati nella più prestigiosa università medica dell’India (Aiims), rinunciando ai principeschi salari delle strutture private. Tra i letti delle stanze spartane allineati lungo gli stanzoni dell’ospedale giacciono dozzine di pazienti in gran parte giunti qui in condizioni estreme.

Le cartelle cliniche di 244 uomini, donne e bambini ricoverati negli ultimi mesi, presentano un sintomo Bhargav, uno dei fondatori dell’ospedale JSS, spiega che la media dei pazienti adulti non supera i 35 chilogrammi di peso, con il caso estremo di un uomo di 19 chili: «Mentre il resto del mondo parla della sindrome di immunodeficenza acquisita col virus dell’Hiv, noi siamo testimoni nel Chhattisgarh di una drammatica sindrome acquisita nutrizionale, che noi chiamiamo N-Aids». Il dottor Bhargav preferirebbe non parlare con la stampa. Uno dei suoi colleghi diventati celebri sulle cronache indiane dell’ultimo anno, Binayak Sen, è ancora in carcere con l’accusa di avere collaborato con i maoisti naxaliti, nonostante una campagna nazionale per proclamare la sua innocenza e una petizione firmata da migliaia di poveri curati col lavoro semi-volontario di Sen e dei suoi colleghi.

Ma di fronte all’evidenza degli uomini-scheletro allineati su lettini, materassi e tappeti del JSS, Bhargav non se la sente di girare attorno al problema che tormenta lui e gli altri medici ben prima della crisi dei prezzi: «È impossibile per degli estranei immaginare ciò che avviene qui, la fame fa più vittime che in Etiopia», sbotta. I pazienti arrivano al JSS su carri tirati da buoi, su autorisciò, dentro pullman stracolmi e su treni dove la gente sale fin sopra i tetti come ai tempi dei viaggi di Gandhi. Qualcuno muore lungo il tragitto, altri subito dopo l’arrivo, altri riescono a riprendersi e tornare nei loro villaggi, dove però la situazione diventa sempre più problematica, soprattutto da quando la vertigine dei costi ha creato anche in India paradossali speculazioni sulle spalle dei più poveri. Per evitare rivolte, e con l’occhio alle prossime elezioni, i governi nazionale e locale implementano programmi per la distribuzione di grano e riso a prezzi bassi. Dopo che il Bjp, il partito degli ultraortodossi hindu, ha annunciato per la festa religiosa del Makar Sankranti riso a 3 rupie al chilogrammo, contro i 15 del mercato, per 340 mila famiglie sotto la soglia della povertà, il progressista Congresso lo ha promesso a 2, sempre che riceva voti sufficienti. Ma il vero problema, che non riguarda solo le quote calmierate, bensì gli stessi coupon, le carte delle razioni per anziani e disoccupati, i pasti gratuiti di mezzogiorno chiamati Anganwadi per i bambini delle scuole dei villaggi, è quello della distribuzione. Spesso gli abitati dove tribali e dalit (la casta più bassa del sistema hindu) si nutrono di radici, foglie, frutta, dei proventi di piccolo artigianato e, se va bene, pollame, sono poche case di fango o bambù sparse in regioni ricoperte da fitte foreste, senza elettricità, acqua potabile e strade degne di questo nome.
Il viaggio verso i distretti dell’estremo sud di Chhattisgarh, Kanker, Bastar, Dantewada, è un inferno che solo gruppi di volontari noti come Mitanin si azzardano a percorrere per portare forme minime di assistenza, selezionare i casi più gravi da ricoverare negli ospedali delle città, dare consigli di igiene, distribuire vitamine e proteine ai più piccoli. Ne incontriamo numerosi, spesso semplici madri di famiglia che dedicano a questo lavoro per conto di ong locali parte del loro tempo dopo essere state a loro volta aiutate in passato. Nonostante il loro impegno e i notevoli passi in avanti rispetto a un passato ancora più tragico, Chhattisgarh mantiene il più alto tasso di mortalità infantile e materno: 70 bambini deceduti ogni mille contro i 63 della media nazionale – record mondiale – per un totale di due milioni di piccoli (fonte Unicef) uccisi ogni anno da malattie prevenibili. Tra la sola tribù dei Kamar che vive a sud-est della capitale Raipur nel distretto Dhamtary, una équipe universitaria ha scoperto che nell’età tra i 4 e i 6 anni 90 soggetti su 100 sono gravemente sottopeso. Per secoli i Kamar e le altre tribù della zona hanno vissuto dei prodotti dei boschi e dei piccoli allevamenti di animali domestici, ma la globalizzazione, che ha portato all’India un lusinghiero 9 per cento di crescita annua, ha spinto a sacrificare le grandi foreste e i fiumi, affidando a grandi compagnie private, anche straniere, vaste fette di territorio demaniale per industrie, dighe e miniere. Chhattisgarh è uno degli Stati più ricchi di risorse del sottosuolo, e gli adivasi hanno dovuto cedere alle imprese di estrazioni fasce sempre più vaste di terre ancestrali.

Escluse le città che non offrono facile asilo a popolazioni che parlano spesso solo antichi dialetti e sono vissute isolate per secoli, nemmeno la campagna offre un’alternativa valida. Il costo dei semi, dei fertilizzanti, dei pesticidi e dell’elettricità, senza contare i trasporti e la benzina, oltre alle dissennate stagioni dell’effetto serra, hanno reso proibitiva quella che era un tempo la base di sussistenza del 70 per cento della popolazione indiana, a cominciare dai contadini senza terra delle caste basse.

Per sviluppare l’industria e l’alta tecnologia, l’India – e Chhattisgarh non ha fatto eccezione – ha lasciato indietro l’agricoltura. Non solo. La grande varietà di semi di grano e di riso di cui disponeva è stata sostituita da stock in gran parte importati da grandi compagnie multinazionali come la Monsanto, buoni per il cosiddetto cash crop, raccolto monetizzabile, ma spesso sterili dopo un anno di utilizzo e a basso potere proteico. I contadini che avevano un minimo di capitale da spendere si sono indebitati fino al collo, nel Chhattisgarh come in Maharashtra, Madhya e Andra Pradesh, portando in queste regioni il numero dei suicidi per debiti alla impressionante cifra di 17 mila nel solo 2006. Il dato sconvolgente, rilevato dal National Crime Records Bureau del ministero degli Interni, ma a lungo negato da stampa e autorità (tanto che il primo ministro Singh ha offerto ricompense solo ai contadini delle altre regioni), fissa la statistica di Chhattisgarh a ben quattro contadini morti ogni giorno. Un altro record negativo assoluto rispetto al resto dell’India.

A rendere ancor più paradossale la situazione c’è stato l’effetto perverso della liberalizzazione dei mercati, con l’autorizzazione da parte del governo indiano alla vendita di grossi quantitativi di prodotti agricoli che in tempi di crisi come questi avrebbero permesso di salvare milioni di vite. Paesi stranieri come l’Australia continuano ad acquistare sul mercato indiano grano a prezzi incredibilmente bassi, 3 mila rupie contro le 10 mila dello standard internazionale. Ma allo stesso tempo l’India ha acquistato per la prima volta nel 2006 e nel 2007 grandi quantitativi di grano e riso all’estero, contribuendo all’impennata dei prezzi sul mercato globale. Non a caso adesso il prodotto viene accumulato nei magazzini in attesa degli inevitabili rialzi (sono già più che raddoppiati negli ultimi dieci mesi) e non può essere soddisfatta l’enorme richiesta di intere popolazioni senza risorse alimentari. Ad ammettere candidamente al settimanale indiano “Business Standard” che «non esiste un meccanismo statale per limitare l’impennata dei prezzi», è stato pochi giorni fa il segretario generale delle Finanze di Chhattisgarh D. S. Misra: «L’unica cosa che lo Stato può fare è cercare le quantità necessarie al mercato nero».
Ma lo stesso capo dei ministri di Chhattisgarh, Raman Singh, nel marzo scorso ha messo il dito su una ulteriore piaga. Ha chiesto al governo centrale di ridefinire i parametri della soglia di povertà: «Qual è la razionalità dei dati accettati della commissione di Pianificazione che parlano del 27 per cento di popolazione sotto la soglia di povertà, quando la malnutrizione supera il 50 per cento?». Nonostante i possibili interessi elettorali dietro la dichiarazione del ministro, i suoi dati non si discostano dalle scoperte dell’Unione popolare per le libertà civili, una delle organizzazioni fondate dal medico Binayak Sen imprigionato per “maoismo” e collegata all’ospedale JSS. In una ricerca condotta nei distretti meridionali di Bastar e Dantewada ha enumerato le cause delle repentine e innumerevoli morti tra i tribali dei villaggi di Burgum e Hirpal: febbri, malattie della pelle, tubercolosi, diarree, vomito inarrestabile, perdita di peso. Le conseguenze di una severa e prolungata malnutrizione, cominciata nel grembo materno. Il Nobel Amartya Sen aveva detto a gennaio che in fatto di fame l’India è messa peggio delle regioni dell’Africa sub-sahariana, con il doppio di casi di malnutrizione da mancanza di proteine energetiche, la metà dei suoi bambini cronicamente sottonutriti e più di metà delle donne sofferenti di anemia. E poi ha aggiunto: «Parte dei motivi vanno cercati nel fatto che i sussidi sono andati gran parte ai produttori per tenere i prezzi alti, invece che aiutare a mantenerli bassi per gli acquirenti».

Fonte: http://espresso.repubblica.it

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